giovedì 19 novembre 2009

Buone letture

Almeno questi tre giorni a casa, a parte il rimbambimento post influenzale, hanno avuto il merito di farmi smaltire un po' di arretrato libresco.
Esco a fatica dalle profondità del mio divano con gli occhietti scintillanti di commozione e ammirazione a lettura finita di "Un passato imperfetto" di Julian Fellowes, edizione al solito sontuosa e grassa Neri Pozza.
Ambientato ai giorni nostri, racconta di un malinconico quasi sessantenne scrittore, di medio successo, di medie entrate, contattato da un vecchio ex amico di gioventù, il fulgido Damian Baxter, campione di tutti i parvenu mai esistiti. Il quale, approfittando dell'amico bruttino e timido ma ben inserito nell'aristocrazia inglese degli anni Sessanta, penetra il tenero nido escluso ai miseri mortali e come un cuculo seducente sgomita per farsi strada nella high society un po' meschina, molto snob e parecchio crudele in grado di accettare solo i propri pargoli, benché scemotti e tronfi, e spregiando al contempo il sangue fresco e talentuoso di un figlio delle classi medie.
Ora però il Damian che tutti amavano ma che nessuno poteva accettare è gravemente malato, è uno degli uomini più ricchi sulla faccia del pianeta, e come tutti quelli che stanno per prendere l'ultimo espresso ha un sacrosanto desiderio:lasciare la propria fortuna al figlio segreto che non ha mai conosciuto. Infatti, agli albori dei '60, i letti cominciavano a farsi frizzanti e in breve tempo Damian aveva biblicamente conosciuto parecchie ragazze tutte più o meno nello stesso periodo. E una di loro, molti anni dopo, gli aveva scritto lamentando il triste destino affrontato di una maternità in solitudine. Damian sa anche che dopo una vacanza ferale in Portogallo (che avrà un posto importante nella storia) ha disgraziatamente contratto gli orecchioni, minando così le sue possibilità riproduttive successive. Quindi la rosa delle candidate si restringe a cinque donne, tutte variamente sposate e con prole, ma solo una ovviamente è quella giusta.
Il protagonista non ha tutta questa voglia di ributtarsi nella mischia del passato e dei ricordi: ha una noiosa ma placida vita con una donna di mezz'età, una gagliarda irlandese, e di Damian non vorrebbe sentir parlare a causa di vecchie ruggini, vecchi amori non corrisposti. Però quella di un moribondo è la classica proposta alla quale non puoi dire di no.
Così, con un generoso budget, il nostro scrittore si addentra nei territori della memoria, e contatta le donne, a distanza di quarant'anni. E mostra come il tempo, al solito impietoso e onesto, scavi i suoi fiumi carsici nell'anima della gente. Compie un viaggio iniziatico al contrario per esorcizzare i fantasmi della gioventù, gli amori perduti, i riti di un tempo, le beghe irrisolte. Ogni donna è un frammento di storia e di tragedia, imprigionata in riti ormai tramontati ma forti abbastanza da rovinare le loro vite, e minarle per sempre. C'è la principessa di un ipotetico regno dell'Est senza una lira, l'aristocratica che ha sposato un suo pari per obbligo adattandosi alla parte della castellana, amata anche dal protagonista; c'è l'americana che ha mandato a rotoli un matrimonio scappando con l'amante e adesso campa in California con le televendite, c'è l'altra nobilotta un po' zoccoletta per ribellione, ma dal cuore d'oro, e la migliore amica dello scrittore che a suo tempo cedette anch'essa alle lusinghe del bel giovane, spirito infrangibile d'amore e gioventù, simbolo da tutti venerato nel tempo, che la morte può solo rendere romanticamente eterno...
Il libro racconta i miti della gioventù aristocratica inglese dei Sessanta, le feste, la Stagione, i maneggi delle madri per piazzare le figlie come cavalli ad Ascot, le sbornie dei padri, i riti dei fine settimana in campagna, le cene brodose e insipide del tempo, la triste discesa dei nobili spiantati cui toccava vendersi un pezzetto di terra alla volta per mangiare, e poi passare agli arazzi e poi ai Reynolds...il tutto cercando di restare snob, noi qua, voi là, mentre la Thatcher avanzava calpestando tutti e tutto e l'Inghilterra cambiava faccia. Ti fanno quasi pena, lì a mangiare nei saloni vuoti, con su la giacca da camera di velluto, il loro pudding cucinato dalla stessa padrona di casa, ti ricordano la gente sul ponte del Titanic. E' chiara la fine che faranno, ma che ci possono fare?
Onde evitare che la Magnifica mi peli, visto che glielo devo prestare, non dico più niente.
Il libro è anche molto umoristico, Fellowes ha un bel modo di scrivere, sembra uno di quei signori rubizzi che trincano lo sherry accanto al caminetto e intanto si lagnano che non ci sono più le mezze stagioni. Sembra un po' un canto del cigno, però quando invoca i modi cortesi di un tempo (d'accordo, erano un filino ipocriti, ma nessuno è perfetto) paragonati alla rozzezza dei giovani londinesi moderni, si prova un moto di tenerezza, quello che proveresti per un vecchio zio che non si capacita del mondo in cui è costretto a vivere, e sbuffa.
Al solito, quando finisco un libro che mi è piaciuto molto, spremo sempre una mezza lacrimetta, piccola piccola, d'addio. Mi dispiace lasciarvi, dannazione, stavo così bene con voi! Mi avete dato così tanto!
"Se il tuo maggiordomo piange per la tua dipartita, significa che qualcosa di buono doveva pur esserci in te".
Grandioso, no?

mercoledì 18 novembre 2009

Avversari

Purtroppo, di tanto in tanto, anche il mio fisico gagliardo che affronta col sorriso beffardo le procelle della vita deve chinare il capo davanti ad un avversario più forte. In questo caso, l'influenza "de panza".
Il giorno prima sei lì che affondi una sugosa piadina speck/taleggio/funghi in una ciotolona di salsa rosa e ti godi l'esistenza spensierata, e il giorno dopo sei orizzontale sul tuo letto di dolore a gemere e contorcerti senza niente di divertente in vista, solo un lungo giorno di tribolazioni che sembra una settimana. In genere ammuffisco sotto le coperte strafatta di aspirina e dormendo 20 ore di fila finché non mi sfebbro, questo con i raffreddori normali, quelli che generosamente ti abbattono con 38,5 o 39, però almeno puoi mangiare qualcosa, inclusi i farmaci.
Questa qui invece non me lo permetteva, la maledetta. Nemmeno l'acqua (e io già mi vedevo a morire di sete, e a pensare, oddio, e se fosse rabbia? quel cagnetto che mi ha sbavato la mano quando l'ho accarezzato in negozio, ma no, sembrava sano, ho qualche taglio? e cerco di mettere a fuoco una mano perfetta, senza nessuna abrasione). Tanto per dare l'idea di come funzioni un cervello rimbambito dal panico.
Riguardo a questa influenza è meglio sorvolare sui dettagli (il corpo umano sa essere molto sgradevole, alle volte) però ribadisco che è meglio cento volte prendere la febbre di petto piuttosto che quella ai piani bassi. Due giorni senza cibo e flippo. Non riuscirei a sollevare nemmeno un mandarancio, sono debole come un gattino.
E poi mi chiamano dal lavoro e dicono, ma ti sento bene! Secondo me domani ce la fai a venire qui! Sì, come no, così svengo nel tragitto e mi risveglio all'Angelo col medico che mi ride sul muso e mi dice scema. Ma se non mi reggo in piedi.
Ho dormito, in pratica, 24 ore di fila. Persa in un dormiveglia di calore e noia, con pensieri ossessivi che non riuscivo a calciare via, i rumori di casa sul fondo, un deficiente che tagliava la siepe sotto casa proprio nell'unico giorno in cui avrebbe potuto darmi fastidio (non incolpo lui, per carità, ma il destino cinico e baro, gli altri giorni in cui sto da Dio non vola una mosca, ma perché??). Nel cuore della notte ho buttato via la trapunta, bollivo, letteralmente, e ho deciso o la va o la spacca: nausea o no, io questa aspirina la butto giù, e poi Dio provvederà. E' rimasta nello stomaco, miracolo, e rapida come il suo nome ha sedato calore e tremori, donandomi una cecagna invidiabile. Bonf, di nuovo crollata la testa sul cuscino. Sveglia alle 9, sfebbrata, un po' meno schifo del cibo. Non una forza, ma quantomeno in grado di raggiungere la cucina senza flettermi sulle ginocchia.
I giorni di convalescenza, si sa, sono i migliori. I bambini sono maestri nel godersi il dolce far niente dello stare a casa da scuola, quando la mamma viene a vedere come stai ogni dieci minuti e ti prepara le spremutine e i cracker con un velo di marmellata. Io posso limitarmi a fare quello che faccio tutti i giorni, ovvero il sacrosanto niente, con la soddisfazione di poltrire ancora e ancora un po'.
Però mi sembra di avere troppo tempo davanti a me, specialmente le mattine, e mi dico, adesso salirei in treno, adesso starei leggendo il giornale, adesso litigherei con la tizia del tribunale, quella sempre disperata...non rubo il tempo, è il tempo a rubare me, mi porta via con sé in una dimensione troppo grande per le mie forze, non lo controllo più.
Ma sono pur sempre senza forze, perciò lascio che faccia di me quello che vuole.
Lui mi annoia, ecco, e io non posso farci niente.
Beh, stiamo a casa ancora un giorno, non si sa mai. E poi, mischia.
Mah, non so, non ci sono più le convalescenze di una volta.

mercoledì 11 novembre 2009

Casalserugo on my mind

E già tocca uscire a metà pomeriggio, piantando lì tutto, ad esempio una cucina disastrosa, pile di roba stirata da mettere via prima che, totalmente rinco, la stiri di nuovo, un bagno da blitz dell'Ufficio Igiene, il bucato mollato alla deriva nella bacinella, i colori che minacciano di tracimare l'uno nell'altro in un'orgia convulsa di tessuti....Il classico casino di un ordinario mercoledì (e il cervello continua a spingere per stare sul divano a leggere leggere leggere e si fottano il mondo e le scelte). Questo è il quadro.
Quindi se telefono e prendo appuntamento con te, ragazzo dell'Immobiliare CasaGanza, non lo faccio perché ficcarsi nell'inferno del traffico delle 5 è la mia mission, lo faccio soprattutto perché mi aspetto che tu mi porti a vedere quel microbuco tutto esposto a nord, piano primo con coppia di gemelle scatenate sopra, 800 euro l'anno di spese condominiali, 185mila sull'unghia, quel che si dice un affarone ( e vi assicuro che c'è stata una scrematura).
E invece no.
Quando ho smollato il mio bel sederone sulla poltroncina nera di pelle scopro che i padroni di casa sono in Tanzania e non torneranno a breve, quindi ciccia con la visita alla casa, però intanto lui mi fa vedere la piantina. Ma te la farei vedere io la piantina, un bel cactus saguaro di due metri, tesoro, ti ci siedo sopra e poi spingo.
Però, visto che sono notoriamente una donna sensibile e civile, sprovvista di palle, sto seduta e ascolto. All'infinito.
Questo è un ragazzo con insicurezze profonde (il petto glabro open air, le unghie mangiate così tanto che la polpa della falange ha avuto la meglio), e il suo sguardo ha una fissità sporgente e inquietante (credo dipenda dalla tiroide, ma non chiedo lumi).
A malincuore (falsa!) gli dico che la terza camera è troppo piccola, serve uno studio, non lo sgabuzzo delle scope soppalcato. Non se ne fa una ragione, mi sa che ha capito che il sale sulla coda di noi allocchi non resterà là a lungo.
E propone, e Casalserugo, può interessare?
No, te lo dico subito, non può interessare. Sarà un comune delizioso, non lo metto neanche in dubbio per un secondo, ma per me è fuori mano, al lavoro ci vado con i mezzi pubblici, non con il Concorde di papino.
E lui, imperterrito, allora ti mostro la piantina e le foto.
Ma anche no!, urla il cervello che si è nel frattempo teletrasportato a casa, ha preparato un Martini con ghiaccio e si sta gustando pagina 114 di "Uomini che odiano le donne". A proposito, questo tizio non mi odierà ma non si può non dire che mi sta remando contro, no?
A questo punto, visto che il mio volto mostra i tristi segni della resa e dello scoramento, un essere umano mediamente sveglio dovrebbe produrre il colpo d'ala, il coup de théatre, il botto che ti pare, per riavermi tutta per lui. Ma no.
Lui smanetta un po' la tastiera e partorisce le foto della casa più brutta che io abbia mai visto: per un attimo mi si stringe il cuore. Questa casa mi sta parlando e mi sta gridando, scappa! salvati finché sei in tempo! Mi sembri una brava persona, non meriti di vivere la tua vita fra le mie quattro pareti (talmente obbrobriose che sembrano tutte a nord, contemporaneamente).
Il terrazzino poggia su di un prato con la pellagra, le finestre sono allietate da inferriate che a Santa Maria Maggiore desterebbero sgomento, le stanze sono pazzescamente buie e anguste, c'è un bagno solo, con mattonelle di un bianco sporco vomitoso (i vecchi cessi dell'autogrill sembrano progettati da Gae Aulenti, a confronto), vediamo, che altro, ah, sì, l'impressione è che in questa casa sia stato commesso un omicidio o comunque mi scatta la sindrome da Overlook Hotel di sicuro e comincerò a scrivere sulle mattonelle del cesso "il mattino ha l'oro in bocca" dieci minuti dopo aver fatto trasloco. E' la casa dei sogni per un serial killer, un angolino delizioso nel disimpegno per tenerci il freezer con la gente a cubetti dentro. In questa casa non ridono solo le finestre, si sganascia tutta la baracca.
Mi dice, la zona è tranquillissima. E falla pure con il casino, penso. Siamo sicuri che non è stata approvata la nuova Ikea di Casalserugo proprio di fronte?
Verrebbe da fare bonk bonk con la fronte sulla scrivania di cristallo, finché non compaiono le prime microfratture. Mie e del tavolo.
Dico frasi educate di circostanza, sì sì, chiamami se hai qualcosa, ci risentiamo di sicuro (so cosa provano gli uomini quando si tirano su la cerniera e ti dicono addio, ah, è così che ci si sente? ragazzi, non è male), guadagnando alfine l'uscita e il salvifico caos del traffico.
In qualche oscura parte del mio bislacco cervello, rido.


lunedì 9 novembre 2009

Correre

E' evidente che non ci sono tagliata, per questo genere di cose.
Io sono una tipa calma, riflessiva, atrabiliare, mi dipingessero adesso i preraffaeliti mi metterebbero in mano una clessidra, il vestito di velluto e broccato sontuoso e carezzevole, lo sguardo dolce e stracco mentre contemplo il fiume della vita, Ofelia senza intenti suicidi ma un sacco di tempo da perdere. Mollemente adagiata contro un tronco di salice, a fare flanella e a mettere su trippa finché il vestito non inizia a tirare sul panzino. Il ritratto dell'accidia, della melancolia, della poca voglia di fare bene.
Eppure viene un momento in cui ti chiedi se le arterie siano ancora aperte, se il cuoricino stia battendo al ritmo giusto, se alla fine della fiera tutte le birre ingerite non abbiano in qualche modo intaccato lo smalto gagliardo del muscolo instancabile. E quindi fai la cosa più insensata di tutte, conoscendoti. Ti metti a correre.
Però, badate bene, abbiamo a che fare con una donna che si metterebbe a saltellare sui piedi ritmando il passo solo se inseguita da un giaguaro con la rabbia, per tutto il resto c'è il dialogo.
Una donna che guarda fuori dalla finestra, vede che è buio patocco e le passa del tutto la voglia di uscire e farsi stanare e sbranare dal Mastino di Carturaville, tanto per dirne uno (le zone di Padova, qui attorno, sono famose per ville, villini e villotte con muri bassi e cani tignosi all'interno, che tendono a saltare il muretto e a fare a gara con te nello sgranocchio della tibia, specialità outdoor). Non che io sia uscita molto nemmeno nelle placide sere estive, quando gli argini erano un incanto di brezze e corpi tonici e correre sarebbe stato intenso e delizioso come farsi fare un massaggio con l'olio profumato da Gerard Butler... indovinate perché. (Risposta: ma fa troppo caldo! Ma che afa! Eppoi non ho voglia, e d'estate il trippino cala perché si mangia meno - falso, falsissimo).
E ora siamo alla resa dei conti, e se voglio un minimo di muscolo sulla gamba e possibilmente continuare a reggerci su il resto della baracca, sarà meglio darsi una mossa.
La scena, vista dal terrazzo della palazzina di fronte, mostra una tizia con le braghe rosse che tirano in modo imbarazzante sul derriere (il rosso ingrossa sempre, comunque, non è una novità), scarpotte da corsa, maglietta di H&M con le maniche lunghe (scelta di cui mi pentirò non appena il fisico avrà iniziato a scaldarsi, cosa che ogni volta dimentico puntualmente) che corre scoordinata su di uno scolorito tappeto rosso, preso al Brico anni fa, col telecomando della Wii infilato nell'elastico della braga, in precario equilibrio, onde captare il movimento della corsa, trasmetterlo al sensore in cima al tv e far muovere in avanti il mio avatar vestito di viola, col capello lungo e la faccia da pampe. Il quale corre lungo una strada inesistente, ma molto carina, su di un isola inesistente ma bellissima, più bella della realtà, con attorno tutti gli avatar degli amici, inclusi quelli che abitano in Inghilterra e le ex morose dei soliti Cavalieri dell'Apocalisse - ci sono anche loro, carini, pulitini e somiglianti. I loro avatar però non stanno broccolando nessuna femmina, nel mondo Wii il sesso è qualcosa di cui si ignora l'esistenza, una complicazione inutile in un mondo gentile ed educato (e il sesso non è né l'uno né l'altro, quando va bene).
Quindi corro per una decina di minuti (lo so, sono pochi, ma già così ho i polmoni sfiatati), cercando di respirare col naso (stretto!, entra poco ossigeno e respirare con la bocca non si fa, no no) mentre il familiare dolore al collo, indice dell'incazzatura del corpo costretto a fare movimento quando in realtà avrebbe voluto aprirsi una Peroni ghiacciata e leggersi Larsson mi martoria. I polpacci bruciano e si guardano tra di loro chiedendosi, ma dove ca...stiamo andando?!
Le cosce dovrebbero dire qualcosa ma sono silenti come il Kilimangiaro. Parleranno domattina, facendomi camminare disinvolta come Zed. Il derriere rimbalza allegrotto come sempre, la sua vita è un eterno Oktoberfest.
Non si sa come, la tortura ha una fine. La vocina nella tv mi ha detto che avevo un buon ritmo, che sono stata brava, che sono un fuoco ardente. L'unico fuoco che sento è il bruciore sotto la pianta dei piedi.
Quantomeno la Wii Balance Board non ti tratta come una caccola se fallisci, ma ti dà sempre un incentivo a fare meglio (è uno dei pochi pregi del virtuale), tanto che se la tratti male e le dici che non vuoi sapere per l'ennesima volta come si fa a pesare il tuo cane tenendolo in braccio (un San Bernardo, per esempio, che potrebbe aver appena cenato), la Wii si deprime e crollando le spalle (immaginarie, peraltro, è un rettangolo con i quattro angoli che fungono da braccine e gambette) ti dice, va bene, quando vorrai un consiglio sai dove trovarmi ( e tu ti senti una...beh, è chiaro. Alla prossima volta che mi chiede se voglio un consiglio, clicco subito "sì", per tenerla contenta. Non sopporto quando si intristisce. Sembra mia madre quando dice "ma che te li do' a fare i consigli, tanto...). Uguale.
Poi faccio un po' di step (divertente!) e la boxe (menare rilassa sempre, senti come si distendono i muscoli delle braccia. Uargh).
Crollando sul divano, col corpo caldo e fremente come quello di un purosangue che ha galoppato lungo una spiaggia col mare in tempesta, mi sbafo una Kinder stragrassa e cioccolatosa.
Oggi dieci minuti.
Domani venti.
Ma zitti, che il corpo non lo sappia.

mercoledì 4 novembre 2009

L'ora della nanna

Il cervello stasera è così spento che i riflessi tardano ad arrivare, mi scivolano le cose di mano, ho la sabbietta negli occhi, ci vedo fosco. Tutti chiari segnali che una mente intelligente dovrebbe interpretare nella maniera corretta, ovvero VATTENE A LETTO!!! scritto a caratteri cubitali da qualche parte sulle pareti della mente. E invece niente, persevero. Trovo sempre qualcosa da fare all'ultimo minuto, programmo il dvd, sbaracco la cucina, metto da parte articoli di giornale che si accumulano nella borsona nera che mi porto dietro ormai ovunque (con all'interno creme, deodorante, svariate riviste, un pacchetto di Fonzies ormai smolfi, una brioche, dei post it ancora sigillati, il libro di Julian Fellowes, e chi volesse buttare dentro ancora qualcosa, prego mettersi in coda e avere pazienza). Incasinare è genetico, e io quel gene ce l'ho, e anche bello grosso.
La cosa ridicola è che nel casino trovo tutto, nell'ordine niente, e vado in panico. Uno degli avvocati dello studio ha una scrivania nera, un monolite tipo 2001 Odissea nello Spazio, ed è talmente ordinata che nemmeno la polvere ha il coraggio di appoggiarsi (infatti è sempre pulita. Allora, o è fatta di un materiale dotato di campo elettromagnetico che allontana l'intrusa sgradita, o di notte lui torna in studio e la pulisce amorevolmente col Vetril fino a consumarsi le mani. E' l'ennesimo mistero degno di Voyager).
Ad ogni modo stasera sono proprio lessa, bollita, stramolla come le carote nel brodo. Sono così stanca che mi metterei a dormire qui, dove mi trovo, al massimo appoggiata alla poltrona sacco di Topolino, come Fantozzi, tutta piegata a fisarmonica.
Colpa delle case che visitiamo, credetemi, non c'è attività più stancante di vedere tutte quelle stanze, salire tutte quelle scale, e cercare di capire se la casa è quella buona. Dannatamente faticoso.
Scrivo poco perché il tempo non mi basta, e quando il tempo mi scappa via dalle dita divento nervosa. Da buon Acquario ho l'ossessione del tempo, da organizzare, da ammaestrare, da ammazzare, da amare. Non mi basta mai, vorrei 36 ore per dormirne 12 e nelle altre fare tutto, ma immagino non si possa. Perciò, come tutti, faccio i salti mortali, da gatta equilibrista.
Però una persona saggia potrebbe anche dire, ma perché stai qui a scrivere scempiaggini anziché metter su il tuo bel pigiamino coi pupazzetti e via in branda?
E io in tutta onestà non saprei che dire.
Quando si è grandi è difficile prendere tutte le decisioni. Specialmente le più facili.
Se sei piccola, ti portano in bagno, ti costringono a lavarti i denti e ti strofinano il musetto, poi ti asciugano, sei sei raffreddata ti fanno sniffare un po' di Vicks Vaporub (apripista, credo, per tutte le dipendenze a venire) e mentre fluttui in una nube di mentolo ti raccontano la fiaba dei tre cagnetti che volevano girare il mondo, e tu chiedi a gran voce un bis, con la voce già sonnacchiosa...non hai un singolo pensiero che occupi la tua mente. La tua vita è puro presente che danza.
Adesso invece sei grande, i giorni sono adulti, sono passato (bello) e futuro (boh), sono estranei che ti entrano in casa senza salutarti, mettono i piedi sul tavolino e ti chiedono che c'è per cena. Sembrano non ascoltarti mai e non conoscere né fiabe né risposte. Sanno fare solo domande, e nessuna ti piace.
Se ne fregano se dormi truccata e se ti svegli con gli occhi gonfi, per loro non sei niente, sei solo un riempitivo. I giorni adulti sono cattivi e indifferenti, più raramente ti portano fuori a cena o ti coccolano. Danno per scontato che tu te la sappia cavare. Ti vedono metter su le prime rughe e sorridono. Ti dicono, adesso sei vecchia come noi. Sono malevoli e vestiti bene.
Dei giorni bambini senti la mancanza quando ormai è troppo tardi.
Osteria, che piega malinconica!
Vicks Vaporub, mio loto, mio oblio, arrivo.

giovedì 29 ottobre 2009

Trivial

Butto un occhio velocissimo al sito di H&M e vedo le scarpe che il famigerato marchio Jimmy Choo ha disegnato per la nota casa svedese di abiti e accessori low cost (è, in pratica , l'Ikea del vestiario). Le scarpe Jimmy Choo sono diventate famose perché in "Sex and the City" riuscivano a procurare alle protagoniste orgasmi più intensi, indossandole, rispetto a tutti quelli che potevano offrire i protagonisti maschili che via via si avvicendavano nel cuore, e nella branda, delle belle. Quindi, come è noto, le donne amano gli uomini e ne hanno giustamente bisogno, però in fondo al cuore amano di più le scarpe. Del resto ogni uomo potrà confermarlo, se guatate una ragazza come se voleste trapassarla (con lo sguardo), lei di solito vi tiene d'occhio di sguincio, perché comunque ci vede a 360° ed è ben felice che la osserviate, però nel frattempo guata a sua volta le vetrine. Riesce a vedere nel vetro voi ed i vestiti, o le scarpe, ed è nel suo paradiso privato.
L'unica cosa che mi perplime ("perplime" l'ho sentito l'altr'anno dalla bocca di una mamma che mi doveva ammollare il pargolo per un po' di babysitteraggio, ma il mio evidente spirito instabile e sarcastico l'ha ovviamente perplessa. Da quel momento quando voglio fare la sciureta sussiegosa, uso questa parola bellissima che mette in crisi l'interlocutore) è la forma delle scarpe Jimmy Choo, tagliole tacco dodici che ti fanno slittare la spina dorsale di un buon dieci centimetri in avanti, ti abbassano la dotazione di serie di altri dieci e ti mettono in lista per una safenectomia veloce veloce. Son la fine del mondo a patto che tu le tenga sul comò per la gioia degli occhi o decida di esporle alla Biennale di Venezia. Le modelle che le indossano peseranno 40 chili, non hanno il problema dell'ondeggiamento del grasso corporeo che tende a zavorrare qualsiasi essere umano vagamente normale (tipo, una persona che mangi sulle cinque volte al giorno, esclusi gli spuntini). Falciano la notte nei loro abitini di raso, con tutte quelle striscette di pelle nera che, in perfetto stile sadomaso, incidono la carne dando tormento ed estasi. E tutti sappiamo che se c'è una parte del corpo che può fare un male becco quello è il piede, pieno di ossetti e nervetti. Ovvio che le modelle vanno da un taxi all'altro e probabilmente ne prendono uno anche per andare in bagno, quindi non sono mortali come noi che ci maciniamo 1,4 km dalla stazione a Piazza Ferretto e ritorno ogni benedetto mattino che Dio manda in terra. Ti voglio vedere a farlo con le Jimmy Choo e le sporte. Senza contare che verrei alta come le ragazzone che frequenta l'ex presidente di una grossa regione del centro, non diciamo quale.
E poi come faccio a portarle con i calzettini a righe? Non vorrete mica che vada in giro scalza che così poi mi si vedono i pennotti al primo colpo di vento?
Potrei uscirci la sera, certo, ma già in macchina rischio di andare a sbattere guidando con le Lotto, figurati col tacco ondivago, metti che mi struffa la frizione e il primo muretto è mio.
E poi non resterei in piedi dritta a lungo, mi servirebbe un porta-Vanessa al quale appoggiarmi, e non posso stipendiare troppa gente.
Comunque, nella remota ipotesi che questo tizio, Jimmy Choo, abbia mandato un paio di scarpette anche a Mestre, domani me le provo, costi quel che costi. Non avrò speso neanche un soldo, ma vedere le commesse ridere fino a schioppare (non appena avrò riacquistato la stazione eretta) avrà dato ancora una volta un po' di senso a questa mia stupida, inutile vita.

mercoledì 28 ottobre 2009

Stima

Curiosa di vedere per quanto tempo la moglie riuscirà a sostenere la pressione all'interno del Transgate.
Comunque tutta la mia stima alla signora, e ammirazione.
E la signora Giada l'altro giorno ha detto che le mogli, al solito, hanno più palle dei mariti.
Come darle torto.