giovedì 2 luglio 2009

E ora qualcosa di completamente femminile

Con quest'afa perniciosa la Mama ha preso la sua piccola Fiesta Cayman Blue verde coccodrillo e con la sorella, mamma della Magnifica, è andata in montagna, a Sappada, dove a quanto mi si dice piove a secchi rovesci e girano con le tutone imbottite. Ha detto che stanno da dio.
Qui invece il Martini serale ha vieppiù innalzato la temperatura corporea (sì, lo so che i nutrizionisti consigliano di mangiare ananas, meloni, pesce ai ferri e cereali, e io sono tentata dal goulash e dalla torta al doppio cioccolato...però in effetti è meglio soprassedere, il Martini mi ha colpito alla nuca come una mazza da baseball e, complici le quattro ore di sonno di stanotte, vista l'improvvisa uscita di ieri sera, mi sento un po' stanchina.
Mi trascuro troppo, questo è vero. Il corpo è per me la macchina sfasciona che teniamo all'aperto, sotto la grandine e il sole, e che ci aspettiamo parta al primo giro di chiave. Ma è, appunto, una macchina vecchia, e le magagne cominciano a farsi notare.
Per questa ragione, anche perché violentemente sollecitata a fare qualcosa (come tutto il resto, è ovvio), da tre settimane più o meno scendo dall'estetista che avevo sotto casa (quindi nemmeno giustificazioni, era proprio a due passi, volendo potevo scendere già in bikini, ciabatte e accappatoio, fregandomene della gente al bar).
La prima volta che ci siamo viste mi ha fatto subito una bella impressione: piccolina, bionda, minuta, la voce calma, usava un sacco la parola "olistico" che, come un mantra, mi ha messo al tappeto. Mi sono messa d'accordo per un po' di massaggi che dovrebbero abbattere le mura di Jericho della mia cellulite, anche se la vedo male, un zinzino di lampade (lo so che fanno male ma tranquilli, faccio dieci minuti con la protezione 30 ed esco più chiara di prima, praticamente fosforo puro) e ohimè, purtroppo purtroppissimo anche per una bella scerettata generale. Ora, è chiaro che i peli sul corpo sono l'ennesima conferma della nostra splendida animalità, e un punto a sfavore per i creazionisti (quale Dio, infatti, può essere tanto crudele da innestarci addosso miliardi di peli sensibilissimi al dolore, e poi pretendere che siamo fatti a Sua somiglianza? Non ci credo che l'abbia fatto apposta, a meno che non ci volesse pelosi come cani spinoni, e nel mio mondo la cosa mi può anche andare bene.) Però per gli altri esseri umani no, gli uomini vogliono cosce setose, polpacci soffici come neve, a nessuno piacciono le miriadi di puntini neri e duri come la paglietta che spuntano dappertutto, e più li rasi, li strappi e li tosi, più si incattiviscono. Quindi ho deciso per la mano di un'esperta, una volta ogni tanto, rendendomi conto che in certe zone non me li potevo strappare di mia volontà affatto, a patto forse di ingurgitare un paio di Becks e tre Martini (ma a quel punto non ci avrei giurato sulla mia famosa mano da chirurgo, né sui risultati brillanti).
Quindi, la parte dei massaggi con gli oli è stata grandiosa, non c'è niente come un essere umano che ti impasta sapientemente, tutto il corpo fa oooh e aaah, e il tuo cervello fluttua in un mare di gaie endorfine.
So che molti uomini si fanno la ceretta: i motivi mi sfuggono, un po' come uno che pur potendo stare bene e a suo agio così com'è, decide di maciullarsi le animelle volontariamente, sua sponte. Immagino che togliere i piccoli bastardi ancorati col masticione testosteronico sia anche più duro, e non vi invidio, credetemi. Chi lo faceva?, i nuotatori, ovvio, gli spogliarellisti, e poi chi? Categorie striminzite, comunque. Mica la massa. E invece tanti maschi si depilano il petto (argh), più sotto (argh argh) in un impeto di autolesionismo che ci fa sfigurare, noi fanciulle. Se mi volete depilare tutta, gente, vi conviene spararmi il narcotico da elefanti, perché non me ne andrò senza combattere, e porterò un paio di voi con me.
Ad ogni modo, certe zone delle gambe presentano un dolore sopportabile, insomma, non è come farsi trapanare un molare cariato, dai. Si resiste. Ma quando la cera calda (e quando dico calda, intendo proprio molto calda) ti viene spalmata vicino a certe zone che notoriamente sono tenerine e sensibili, e la striscia di carta ti viene attaccata, si sente il don don della campana a morto. Poscia, si ode lo straaap, e il dolore, acuto, bruciante, che parte da metà corpo e quindi impiega appena appena un soffio ad arrivare al cervello, però potenziato da una cinquantina (alla volta) di recettori del dolore che urlano come pazzi in simultanea, ma che ca...di male, osteria!, ti pervade tutta nella sua nauseante complessità. Il bello è che viene ripetuto un casino di volte, e ogni volta la pelle, quando la guardi, ha un colore allucinante, hai visto ferite così solo in ER e Dottor House. Non puoi ovviamente tirarti indietro, non puoi piangere, non puoi chiamare tua madre. La ceretta esige lo stoico sorriso che le donne si stampano in faccia da secoli, quello che ci ha permesso di sopravvivere malgrado tutto, come i licheni. Io, al primo strap (e alla prima porconata interiore) ho detto "ahi" secca e fredda come Daniel Craig in 007, quando gli iniettano una microroba spia dentro il braccio, con un pistolone siringa che solo a guardarlo ti tremano i polsi. Però lui ha proprio gli attributi come un comodino, non fa un plissè. E io mi ci sono ispirata, e intanto pregavo il santo misconosciuto che si occupa dei dolori all'epidermide, se c'è, di intercedere, di tenermi una mano sulla testa, e già che c'era ovunque, in modo da lenire tanta barbarie.
Alla fine ero tutta un punto rosso, pulsavo come una stella morente, e mi rendevo conto, sgomenta, che tanta sofferenza era insensata. Tempo due settimane li avrei incontrati di nuovo tutti, quei piccoli bastardi, vivi e scalcianti, rinati, immortali come zombies.
Oggesù.

lunedì 29 giugno 2009

A me gli occhi!

Se ti piace lo stile di Tim Burton, in questi giorni non ti puoi perdere al cinema "Coraline", anche se la regia è di Selick, lo stesso di "Nightmare Before Christmas", uno dei film più belli mai realizzati, in stop motion e non solo, e Burton credo sia solo nella produzione.
La tecnica della stop motion è quella che filma i pupazzi movimento dopo movimento, uno alla volta, mossi impercettibilmente dagli animatori (una volta li facevano con la plastilina e sembravano sfigati e legnosi, piegati un pezzetto alla volta col fil di ferro dentro).
Adesso, invece, le maraviglie! Perché i movimenti sono resi più fluidi dall'applicazione del digitale, e questo poi è stato girato anche in 3D con una profondità impressionante, mi si dice (io però l'ho preferito normale, vista la mia avversione per gli occhialotti spiegata nel post su "Bolt").
Direi che è stato un bene, piuttosto.
Allora, Neil Gaiman è questo signore moro e col naso pronunciato che mi piace molto, che raccontava fiabe alla figlia (credo abituata allo stile del padre, perché se veniva da me a letto e mi raccontava le stesse robe, minimo dovevano iniettarmi 200 cc di Ativan per farmi prendere sonno). E la storia nella fattispecie racconta di questa bimba dal nome stupendo (se avessi una figlia la chiamerei così, giuro, però pronunciata "Coralin", mi piace di più) che si trasferisce con i genitori in una magione uguale sputata al Bates Motel, popolata da due anziane inquiline, ex attrici del vaudeville ormai imbolsite e circondate dai loro cagnetti, vivi ed impagliati, e da un anziano circense equilibrista originario dell'Est, che sta mettendo su uno spettacolino con i suoi topini equilibristi. Insomma, un fricchettaio che lèvati.
I genitori di Coraline sono quelli che la recente pedagogia classifica come "anaffettivi", ovvero come i genitori erano una volta, quando ti davano da mangiare, ti vestivano e ti spedivano con un calcio fuori dalla porta quando volevano stare soli, e non quindi come i genitori di adesso che devono intercettare ogni minima variazione emotiva del pupo o desiderio ed esaudirlo, sennò gli eredi da grandi probabilmente si rifaranno sui vecchi con gli interessi. I genitori in questione stanno sempre al computer e compilano un catalogo di giardinaggio, pur odiando uscire e soprattutto odiando la terra.
Così Coraline comincia ad esplorare la casa da sola, come farebbe Alice, come farebbe qualsiasi bambino che si forma e cresce nella vita, sbagliando, scoprendo e sperimentando, e diventando così un buon adulto. Fa amicizia con un maschietto della sua età, Wyborn (non so se nella storia originale ci sia, ma qui ci sta bene), un altro dal nome strano (Nato Perché? Percosa? Senza genitori, vive con un'apprensiva nonna che gli ha proibito di entrare in casa). Porta a Coraline una bambola uguale a lei che la bimba si porta dietro dappertutto. E qui già cominciavo a sudare. Io ho la fobia dei burattini, delle bambole pallide con la faccetta di porcellana, delle marionette, dei manichini, delle statue di cera...insomma, l'automatonofobia. Sapevo già, sentivo già che la bambola era pericolosa, e quando lei la appoggia sul tavolo, si gira, e poi la bambola non c'è più, io avevo i capelli dritti. Però la cosa non sembra turbare più di tanto Coraline che la vede vicino al muro, e scopre così una porticina... Ora le porte sono sempre simbolo di tutto e di troppo, e questa non fa eccezione. Attraversandola, Coraline entra nel mondo parallelo della sua stessa casa, però in versione accessoriata deluxe. Incontra copie dei suoi genitori però amorevoli e disponibili all'ascolto, un'Altra Madre che cucina manicaretti, mentre quella vera sforna sbobbe da inappetenza perpetua, un Altro Padre divertente che suona e compone per lei, mentre l'altro è grigio e tristanzuolo. Chi non farebbe a cambio? Se non fosse per un dettaglio, i due genitori "paralleli" hanno due lucidi bottoni cuciti al posto degli occhi che sfavillano malevoli...Coraline è sveglia e sente che qualcosa non quadra, ma è tutto così affascinante, meraviglioso, incentrato su di lei...non è questo che vogliono i bambini, grandi e piccoli? Qualcuno che li ammiri e li ami tutto il tempo, per sempre? Non è questa la meraviglia che la vita regala così parsimoniosamente, l'affetto e l'amore di chi ci sta vicino? E quindi lei fa la spola tra un mondo e l'altro, messa però in guardia da un pulcioso gatto nero che parla solo nell'Altro Mondo. E la trama è intuibile, perché è quella codificata in tante fiabe, l'ordalia che va affrontata per diventare sé stessi, per tornare alla dimensione giusta, ad un normale che non sarà un granché, ma non è nemmeno mostruoso, perverso, vizioso. Coraline accetterà di rinunciare ai suoi occhi, simbolo dell'anima, dell'intelligenza, del vedere dentro le cose e accetterà di perdersi come è già successo agli sventurati bimbi le cui anime lei dovrà riscattare? E forse riuscirà a salvare anche i suoi genitori, intrappolati in un freddo gelo di egoismo, e a riportarli indietro nel mondo reale con sé?
Il film offre molti spunti, e pur essendo un film per i piccoli, non va bene per quelli troppo piccoli (a momenti non va bene manco per la gente di trentott'anni, ma fa lo stesso...). Mi sono piaciute le distorsioni oniriche dell'Altro Mondo, a volte davvero spaventose, e la casa come rifugio per drop out dimenticati dal mondo, tutti hanno questa tremenda solitudine, il bambino, le anziane, un terribile senso di isolamento e fallimento (i vecchi spettacoli, il circo, sono cose che il mondo moderno non vuole più, adesso solo Wii e Ipod...ma in mezzo a questi losers c'è speranza, e nessuno verrà lasciato solo o indietro, anche se il nemico è davvero orribile (giuro, ero davvero spaventata da come l'Altra Madre si trasforma).
Naturalmente non poteva mancare il gatto che è il Conduttore di Anime, come tramandano molte culture, animale divino che passa da un mondo all'altro e guida verso l'uscita, illuminando il cammino.
Il bello di "Coraline" è che è un film pochissimo consolatorio, la vita prosegue senza mostri ma grigetta come prima, con i bimbi che non smettono mai di essere forti e responsabili, il che tornerà decisamente utile in un mondo pieno di ragni come questo, in cui si smette di essere piccoli presto. Cosa sbagliatissima, dal mio punto di vista. E' così bello farsi stupire da tutto, per sempre.
E' un film per i dark cresciuti, per i dark romantici, per i dark che vogliono mettere su famiglia. E che magari prima o poi riusciranno a chiamare la loro bimba "Coraline".
Sempreché non schiattino di spavento prima. Non sono più robusti come da giovani.

martedì 23 giugno 2009

Laghi, radio, lusso e voluttà









A Riva del Garda non c'ero mai stata. Tanti anni fa avevo visto velocemente in gita la parte sud del lago, riportando sensazioni di ricchezza, splendide ville occultate tra una vegetazione semitropicale, molte vele bianche all'orizzonte, un sacco di vento, spiagge sassose e tedeschi in vacanza con le famigliole in gran quantità. Insomma, la ricchezza sfrenata che risulta essere sempre fascinosa e faticosa.
Questa volta, invece, dopo tanti anni, sono tornata sul lago ma a nord, e da infiltrata speciale. C'è una bella kermesse che si tiene qui, RadioIncontri, da qualche anno a questa parte. Con tanta gente che in radio lavora, appassionati, ascoltatori, una specie di fiera con tanto di stand per ogni emittente, e dj famosi che mostrano il lavoro sul campo.
E infatti ho visto anche qualche vips.
Temevo un po' il meteo nefasto, le previsioni non erano proprio bellissime, e infatti venerdì quando siamo arrivati c'era una cappa di afa micidiale ( e meno male che al lago c'è sempre l'arietta), molte vele all'orizzonte, tanta gente che passeggiava e mangiava gelati, biciclette ovunque, un paradiso davvero. Comunque il tempo stava su.
Capitano delle occasioni in cui si è ospiti, infiltrati appunto, con l'evento si centra poco ma tutti comunque ti trattano come una del gruppone. E così si finisce per conoscere tanta gente simpatica, si fa la bella vita agratis per tutto il fine settimana e quando devi venire via piangi come i tizi della pubblicità delle crociere, in down totale. Ti devono staccare le unghie dagli stipiti delle lussuose porte.
L'albergo era proprio bello: tutto costruito con la bioarchitettura, legno grezzo, tessuti neutri, colori riposanti, betulla ovunque, due bagni in camera faraonici e sciccosi perché zen e semplicissimi, a parte lo sciacquone un po' problematico, ma quella è colpa dei clienti che smanano troppo forte per tirare l'acqua. Quello che mi fa impazzire degli alberghi in Trentino, e poi a salire anche in Austria, sono quei piumini bianchi che ti mettono sul letto al posto di lenzuola, copertina e copriletto, e sono così morbidi e puliti, che ci tuffo il naso dentro e resto lì ad inebriarmi. Inutile dire che il letto era soffice come una panna cotta. Ci ho passato un sacco di tempo, non volevo uscire più, mi ero portata "Ti ricordi di me?" della Kinsella e l'ultimo di Montalbano, ci voleva il cric per scollare il mio sedere da tutta quella pastosa sofficiosità. In alternativa, uscivo sulla terrazza e guardavo gli ospiti tedeschi che sguazzavano nelle due piscine all'aperto (brrrr! senza sole! l'acqua fredda!), di cui una sembrava proprio quella da depliant delle Maldive, con il tavolinetto in mezzo per bersi il cocktail al tramonto (comunque nessuno beveva niente perché sennò moriva all'istante per congestione). E comunque anche niente tramonto perché alle cinque cominciava a piovere e andava avanti quasi tutta la sera, questo mentre nel resto d'Italia il tempo faceva i disastri.
Il clima del lago è strano, in effetti: ci sono stati dei momenti, con il nuvolame nero che scendeva dalle montagne a strapiombo, un vento fortissimo che spingeva una foschia bianca e innaturale verso le rive, e la gente degli stand che si aggrappava ai pali e cercava di non farsi portare via tutto. Una signora stava mangiando un panino in piazza, quella con la torre di pietra grigio bianca, seduta sul muretto, e un'onda infrangendosi di cattiveria l'ha inzuppata ed ha bombato d'acqua pure il povero panino.
Se una voleva saggiamente restare al coperto tutto il giorno poteva girare con l'accappatoio per l'albergo e farsi un po' di palestra, una nuotata (dentro) e la sauna e, sganciando denaro, costosissimi massaggi con fieno, mango e papaya o qualche altra diavoleria, ma lì era meglio soprassedere (mango e papaya preferisco mangiarmeli).
E che dire delle pantagrueliche colazioni? Sabato mattina volevo restare a mangiare nella sala dalle 7.30 alle 10.30, finché le cameriere esasperate non mi buttavano fuori. Avevo il tavolo pieno di roba, croissant dolci e salati, una ciotolona con quattro tipi di muesli, torte, marmellate di more, mirtilli, arance, tutte mescolate insieme, per gli amanti del breakfast all'inglese ti potevi fare pure le uova, e poi i salumi (no grazie, al mattino no proteine ma carboidrati dolci dolci), adoro fare la zuppettina nel cappuccino, all'estero solo i francesi mi sa che ti capiscono, gli altri ti guardano nella tua barbarie, e poi le spremute fresche...insomma, da non alzarsi mai più.
Sabato il sole era così stpefaceente che sono rimasta tutto il pomeriggio sul lettino al bordo della piscina, a rosolarmi, sembrava un quadro di Hockney, tutti lucertole solitarie accanto all'azzurro smagliante e al giallo del sole che ci faceva brillare di crema solare. Eritema leggero sulla panza.
I pranzi e le cene li abbiamo consumati nell'hotel dei vips, dove alloggiava Elio (quello delle Storie Tese), ho incrociato lo sguardo con Matteo Bordone di "Condor" mentre girava col piatto per riempirselo con i deliziosi manicaretti degli chef, ma lui stranamente non mi ha riconosciuto. Mentre ci abboffavamo in estasi (che torte! una panna cottina piccola piccola al gianduia! che sacher!) giocavamo a "individua il vip", in genere sbagliando e notando solo gente normale che "assomigliava a" (abbiamo visto uno che assomigliava a Marco Santin della Gialappa's, ma chi lo sa se era veramente lui? Mistero mistero).
Non che in effetti fosse fondamentale incontrare i belli e famosi, semplicemente erano lì. A modo nostro, siamo famosi anche noi.
La gente famosa e di talento intelligente è semplicissima, ti ascolta e ti fa sentire bene perché ti mette sul suo stesso piano. (Molti anni fa mi è capitato di conoscere il mai troppo compianto Severino Gazzelloni, il famoso flautista. Ad un concerto tenutosi a Mira è seguita una cena in uno dei fastosi ristoranti di pesce della Riviera del Brenta, e lui ha chiacchierato con tutti, anche con me che ero solo una ragazzina notevolmente timida. Era così gentile e umano e comprensivo che era come essere illuminati da una luce calda e generosa. E' una di quelle cose che non dimentichi). E' anche vero che ce ne sono che ti passerebbero sopra con la macchina, quindi...
Ci sono dei posti piacevoli, che visiti per la prima volta, e magari ci tornerai, oppure no. La terrazza si protendeva sul parco, con la piscina illuminata, il lago in fondo, il temporale che già mostrava i denti in lontananza, molto silenzio e pace, e una buona digestione. Le candeline illuminavano i nostri visi rilassati, e le chiacchiere con i nuovi amici sembravano chiacchiere con gli amici che conosci come te stesso.
Il lago è proprio un bel posto.

lunedì 22 giugno 2009

Ma in Ispagna son già milletre

Stasera fa fresco, là fuori, i nuvoloni hanno oscurato il cielo in fretta e mentre ero al telefono con la Magnifica le dicevo quanto poco questa atmosfera assomigli a quella da secondo giorno d'estate...d'accordo che da oggi le serate cominciano ad accorciarsi, ed è un pensiero un filino angoscioso, specie per chi aspetta tutto l'anno il caldo, il costume da bagno nuovo di pacca e gli aperitivi a Jesolo. Ma il malessere sottile che, diciamo, pervicacemente mi attanaglia ha a che fare anche con quello che leggo sui giornali, (anche con tutto quel salame ungherese a cena, suvvia) e con quello che in televisione a volte non fanno vedere, quando una notizia, che può essere vera, falsa, da smentire o da confermare ma comunque da affidare al cervello di tanta gente che cena con la birretta e la caprese davanti allo schermo traslucido e baluginante, in qualche modo si perde come le cose sul fondo delle mie borsone, e che poi non trovi più, o saltano fuori quando non mi servono manco per niente.
E insomma c'è questa appassionante Beautiful de noantri, o delle baracche, come dicono i veneziani, e ogni mattina salta fuori una festa nuova, una marchetta nuova (vera o falsa sempre, per carità, vale comunque la presunzione d'innocenza), e ragazze scaricate a containers in ridenti località di villeggiatura, si parla di ville violate, di privacy, di droga, di un mucchio di casotti, di prosseneti compiacenti ma pentiti, di amiche che registrano telefonate ( e meno male che erano amiche!, come direbbe il mio papà), di ragazze dell'Est vestite da Babbe Natale (!), di fanciulle che quasi sicuramente faranno le meteorine perché hanno conosciuto Fede, che ovviamente nega, che sbarcano il lunario facendo le modelle, ma sì, insomma, al Billionaire lavorano e stanno al tavolo dei vips a fargli compagnia, le chiamano billionairine e vanno a mucchietti anche lì, a due, tre, arrivano al tavolo sul vassoio contornando, immagino, lo sciampagnetto e il cavialotto d'ordinanza. E insomma mostrandosi carine con uno che se gli va bene ha trenta o quaranta anni ma se gli dice male ha l'eta del loro nonno in carriola però ha il granozzo, facile facile che ottengano lo sblocco di un progetto, una poltroncina, un po' di Strasburgo, un po' di Bruxelles...in effetti nessuna chiede più la profumeria o il salone da estetista, urca, si vede che c'è proprio la crisi dei consumi. O politica o morte, o non mangio.
Adesso, in tutta franchezza, a me davvero non importa con chi va a letto la gente, davvero non mi frega se la gente paga o si fa pagare, abbiamo il sacrosanto possesso del corpo, e andare a letto per soldi è una transazione come ce ne sono tante, più onesta di tante, non gentile o caritatevole, ma tant'è.
Però trovo davvero triste, tristissimo definire il sesso a cui mi pregio d'appartenere un'entità che si misura a quantitativi, grandi quantitativi, disponibili gratis, come se un invisibile dispenser riversasse su chi ne ha la bisogna litri, chili, metri quadri e cubi di una sostanza piacevole, come il sapone liquido profumato, le bottigline di bagnoschiuma e crema degli hotel fichi, qualcosa insomma di cui se ne può avere tanta tanta e poi ancora un altro fracco, tanto i rubinetti sono sempre aperti. Le ragazze sono tutte belle, depilate, abbronzate, alte, magre, bionde more rosse lisce ricce, un po' mantidi e un po' agnellini, un po' frustano e un po' si sottomettono, che piace tanto a chi ha bisogno di conferme, un po' fanno le bambine ma non troppo che fa perversione, un po' ci fanno e un po' ci sono...
In definitiva non mi stupisco se una carina prende la scorciatoia, se si depila dappertutto tranne che sullo stomaco perché lì davvero il pelo le farà comodo, se le sta bene fare lo shopping a nastro perchè tanto passa uno e paga per lei, io non sono nessuno per giudicare.
Né mi stupisco del potere che ama sé stesso, lo smisurato possesso, il non saper più nemmeno dove mettere le cose, ma l'importante è che tutti sappiano che sei pieno di armadi capienti per tenere tutto a portata di mano, anche bello nascosto in fondo al cassetto se non vuoi la bacchettata sulle dita di qualche arcigno vescovo che ti rampogna, ma con moderazione, corbezzoli, sei sempre il baluardo contro quelli che vogliono demolire la tetragona rocca familiare, i tizi di sinistra snob e tristi come la morte che convivono da vent'anni ma, porca vacca, si scapuzzano tra i lenzuoli solo tra loro due come i gufi e i piccioni, che noia. O magari lo fanno foresto ma meglio, senza farsi beccare...
Insomma, non mi stupisco di niente.
Comunque mi sento sempre un po' avvilita, e non mi piace sentirmi così.
Perché mi piace avere fiducia nel genere umano, vederlo contento, fiero di sé, orgoglioso della sua onestà, della sua coerenza.
E insomma sì, penso a come si devono sentire le ragazze che vengono scaricate a containers sulle ginocchia di tutti i potenti della terra, almeno di tutti quelli interessati all'articolo, a come si devono sentire godendo della distorta prospettiva degli uomini visti spessissimo dal basso in alto, dal sotto in su, e non da pari, negli occhi. Penso alla considerazione che possono avere di sé sapendo di essere una -ina qualcosa, sapendo di essere merce deperibile e inflazionata, sempre rinnovabile, perennemente sostituibile, quindi dal valore decisamente ridotto. Un ninnolo che si porta al braccio, al tavolo, a letto, alla cena, che sorride e sta zitta e si limita a rifulgere di luce altrui, prestata in giro come una cosa, con un utilizzatore iniziale, mediano o finale qualsiasi, un tizio magari noioso, ma anche no, comunque un padrone.
Quasi certamente mi inviterebbero a ficcarmi la mia compassione dove preferisco, e non posso dargli torto: al posto loro, per me sarebbe l'unico modo per continuare a guardarmi allo specchio e a truccarmi per andare in scena, verticalmente o orizzontalmente, senza provare per quello che vedo là riflesso una pena infinita.

giovedì 11 giugno 2009

La Vanessa Presidentessa

Ci ho messo un po' a riprendermi, lo confesso, dalla kermesse elettorale. E non tanto per i risultati, ché più o meno ce li aspettavamo tutti, sia da una parte che dall'altra. Quanto per la mia nomina a presidente di seggio, che mi è piombata sul capo mercoledì 3 giugno, quando un gentile messo ha notificato a mio padre il foglietto con il sontuoso stemma della Corte d'Appello, precipitando così il genitore in un vortice depressionario quale non si vede nemmeno sulle cartine del colonello barbone che legge le previsioni del tempo. Mio padre è, letteralmente, impazzito. Mi ha chiamato due volte sul cellulare mentre ero in tribunale, facendomi morire di paura causa improvvisa disgrazia su larga scala, e quindi sapere che la Patria aveva chiamato e che io rispondevo sì mentre qualcun altro più furbo aveva detto no mi ha rilassato di botto. Non mi sembrava tutta questa tragedia farmi tre giorni di seggio, e vabbè se mi fregavano anche il sabato sera, ne ho passati tanti a guardare il muro...
Ignara, mi sono sorbita una pallosissima lezione sull'essere presidente sì, no, percome e perquando, di due ore, alla fine della quale disegnavo ragnetti sul foglio e ricostruivo a memoria tutta la trama di "Lost", cosa che tendo a fare quando il tedio si fa insostenibile. La pretesa era che imparassi a essere responsabile di una cosa della quale fino al giorno prima conoscevo solo molto vagamente i dettagli. Insomma, mi sentivo un amministratore delegato pronto ad entrare in azione, ventiquattrore lustra, qualche termine inglese e molti benefits. Idee di dove mi trovassi o perché, zero.
Meno male che il seggio si trovava in una frazione di Mira tranquilla, con gente simpatica, tutti si conoscevano, e i due della Forza Pubblica ci hanno anche portato i panini col salame de casada, gli elettori erano tutti tranquilli (a parte un matto che non voleva votare con la matita, ma elettronicamente, e una spersa che è rientrata in cabina e non usciva più, così siamo andati a ripescarla...), pochi giovani che non hanno alzato il culo dal letto nemmeno domenica pomeriggio alle sei per votare mentre una novantottenne è arrivata in seggio col bastone, da sola, e ha detto "mi voto!", tutta orgogliosa, che carina, con i capelli bianchi e la camicetta della festa a fiorellini.
La domenica è stata davvero pesante, però, dalle 7 del mattino alle dieci di sera, e poi lo spoglio, col segretario che diceva, ben che vada schiodiamo alle 4, oddio...e invece siamo riusciti a fare tutto entro l'una e poi a portare i pacchi in Comune. Quando ho iniziato lo spoglio ho pensato che, stanca e a stomaco vuoto, sarei finita lunga distesa e rianimata a schiaffoni bipartisan dai rappresentanti di PD, Pdl, Lega e Rifondazione, e invece meno male che sono una roccia e posso attingere a insospettate doti di resistenza. E leggere i voti è stato fico davvero, me la sono tirata alla grandissima, con quello del PD che mi faceva ridere. Sono stata salomonica e ho contestato un paio di voti, alienandomi le fazioni a sinistra e a destra. Quindi direi che è andata bene.
Il lunedì mattina ho dormito fino alle 11, sperando che i miei mi svegliassero almeno all'una, con il tempo per docciarmi e mangiare prima dello spoglio delle 2, e infatti il mio papà è stato ligio e perfetto. (Il venerdì avevo dormito da loro e per tutta la sera mio padre mi ha "allenata", a suo dire, preparandomi a tutti gli scenari più agghiaccianti riguardo alla mia impresa di presidente, con tutte le evenienze più inquietanti, i problemi, le rogne, e ovviamente non è successo niente).
Lo spoglio delle provinciali è stato veloce, cominciava di nuovo a fare caldo, la scuolina era di mattoni e cemento, il solito fornetto per cuocerci i bimbi (ma perché non fanno scuole bio, belle fresche e verdi? Coperte di edera, con l'acqua...ma sempre sti casermoni orrendi che ad entrarci ti senti morire. E meno male anche che con il mio sederone non ho sfondato neanche una delle seggioline di legno, sembra incredibile che non abbia fatto manco una crepa nella seduta.
In tre giorni ho visto e parlato con tanta di quella gente che ho voglia di prendere in affitto una baita ai piedi della Marmolada per tre mesi di romitaggio. Erano tutti simpatici ma ad un certo punto dici, azz, non ce la faccio più, siete troppi. Pensa cosa deve essere votare a Tokio!
Il bilancio è stato comunque positivo, a parte la bronchite che mi ha passato il segretario e che mi svuota i polmoni anche in questo momento. Ah, mi sono fatta anche un paio di giorni di influenza, e soffro di stress post traumatico, son dieci notti che faccio il sogno ricorrente dello spoglio delle schede, ne manca sempre una, o ce ne sono cento in più, o l'urna prende fuoco. Spero che la cosa passi.
La cosa più intelligente l'ha detta il solito vecchietto coriaceo che c'è in tutti i paesetti, quello che viene in bici a vedere lo spoglio perchè "lui è un cittadino, e sapere le cose è un mio diritto", gridando come un matto perché è sordo come un intero campanile.
Mi prende in disparte e mi fa, vedi, una volta qua fuori c'era tantissima gente che veniva a vedere i risultati, e come si picchiavano! allora sì che c'era passione, la gente ci teneva. Sui tavoli c'erano solo tre mucchietti di schede, i rossi, i bianchi e i rossi più chiari. Adesso guarda...qua fuori ci sono solo io, un povero vecioto, e la dentro avete venti mucchi differenti di schede... ti sembra abbia un senso?(Tutto questo detto in dialetto veneto, la resa in italiano ha fatto perdere molto dell'esprit originale).
L'ho guardato ammirata.

lunedì 1 giugno 2009

Sagre

Il sabato freddino invitava a starsene a cuccia, al caldo, sentendo il vento fuori che sbatacchiava l'aralia, benché l'avessi legata come Ulisse all'albero maestro per preservarlo dalle Sirene. Però il lungo ponte, gli amici, le costicine, le salsicce ai ferri, tutta quella polenta...insomma, è tempo di sagre. E di uscire.
Si comincia con la fine di maggio, e si andrà avanti fino ad agosto, qui vicino ne fanno una anche per l'8 settembre, per la festa della Vergine, una roba pazzesca che dura dieci giorni e mi uccide con canti, balli e sgommate tutti i giorni della settimana, raggiungendo il climax nei weekend. Non si dorme per niente, ti sembra di avere i Rodigini che cantano seduti in divano da te, mentre guardi il film.
Però le sagre sono divertenti: i bambini ballano tra di loro ed è buffissimo guardarli, tutti seri, mentre imitano i passi dei grandi. In pista c'è sempre la coppietta di anziani vestiti bene che ballano la mazurchetta, lei con i capelli grigi e cotonati, le perle e il maglioncino figo ricamato e lui azzimato con la camicia bianca e il pantalone con la piega dritta a piombo, composti ed eterni come sul ponte del Titanic.
Poi c'è la gente che balla in fila, battendo le mani a tempo e ruotando ognuno in un senso diverso, guardando gli altri vicini e tentando spasmodicamente di imitarli senza inciampare e senza morire perché gli è partito il miocardio. Avete mai visto Telecittà, una tv locale del Veneto che trasmette solo le serate danzanti, la sagra del bovoletto (lumaca), quella della luganega, dell'asparago, delle rane, del carciofo...praticamente di tutto ciò che può essere ingerito, prima fritto, lessato, arrostito. Un amico di mio papà d'estate ci va tutte le sere, e mi dice che è la fine del mondo: con dieci euro mangia e beve da schioppare, poi balla con la moglie finché non crollano, e la sera dopo riattaccano da un'altra parte o se il menù è risultato gradito, tornano sul luogo del misfatto, e giù con birrette e frittura mista. Lui è un chiodo, lei un po' meno, sono uno spettacolo. Certe volte guardo Telecittà per vedere se li becco al volo davanti alle telecamere, fisse, che mostrano la marea rotante di gente, se la pista è piena come un uovo ricorda un po' Dante e un girone godereccio, miracolosamente nessuno rimane pestato dalla calca, anche se ogni tanto una vecchietta si sbraccia per salutare e stende con un gancio la vicina.
Certi signori eleganti hanno la canotta sotto la camicina bianca di piquè, e appena attaccano a sudare (in genere le temperature interne dei capannoni si avvicinano a quella che c'è su Mercurio) riesci a vedergli le vene sulle braccia e il segno dell'antivaiolosa.
Certi personaggi sono ricorrenti, come nella Commedia dell'Arte, c'è una signora tutta elegante che ha una cofana di capelli bianchi impressionante, sembra la mamma di Branduardi... e poi c'è un signore piccolino con un gilet di velluto che sorride smagliante sempre, portando una dama molto più grande di lui. E poi le signore leopardate, giaguarate, ghepardose, con unghie lunghe e rosso sangue.
Beh, hanno tutti l'aria di divertirsi un mondo, invece nei locali da giovani a volte vedi facce tristi di gente che deve accoppiarsi nel giro di cinque minuti o la sua specie morirà, tipo gli insettini sfigati che campano un giorno solo (che cavolo fai in un giorno? che incarnazione schifosa).
Sabato sera ho mangiato bene, colesterolo puro ma ben cucinato, mi hanno dato pure le cipolle alla piastra!, che delizia!
Ho comprato del caffè al banchetto dei volontari per il commercio equo e solidale, buono davvero, e poi ho partecipato alla lotteria, una manina fortunata ha scelto per me un bel numero, ed ho vinto una trousse di trucco Pupa, il diavoletto viola, con dentro dei colori adorabili.
L'erba luccicava già dell'umido della notte, con gli amici si andava da un'altra parte...non facciamo tardi, però, no no.
Le ultime parole famose.
E quel bianco favoloso che ho bevuto venerdì sera, sentendo raccontare del viaggio in India?
Passeggiando un po' nel Ghetto di Padova, tra le case alte, i ciottoli lucidi, i portici oscuri che ti circondano, che ti osservano da sempre? Faceva freddino, abbiamo tirato su il colletto delle giacche, abbiamo riso.
Avevo davanti a me quattro giorni di delizioso ozio, che lusso, cosa chiedere di più?

giovedì 28 maggio 2009

Pittori che piacciono (e perché e percome)

Stamattina Mestre era lucida e risplendente, incredibilmente attraente come le tizie scialbe dei quiz in televisione, infarinate e panate dai truccatori Raiset a puntino. Insomma, bella. E dirlo di Mestre è già un passo considerevole.
La luce del sole brillava tra le foglie verdi (la cosa che preferisco guardare in estate, stesa in giardino sulla vecchia sdraio bianca mangiata dal calore), con tutte le foglioline birichine che si muovono col vento, cambiando sempre sfumatura, un mare riposante sulla mia testa.
C'è un negozietto di cornici e arte varia, poco lontano dal mio ufficio: anni fa ci ho comprato un gigantesco poster di Edward Hopper, "Il faro a Two Lights" (faro a due luci? oppure il posto si chiamava Due Luci, causa micragnosità dell'erogante compagnia elettrica americana? Mistero).
Comunque sia il poster campeggia ancora in salotto, in una bella cornice azzurrina che pendanteggia con il cielo azzurro al suo interno, con la sua prospettiva dal basso, come se uno si arrampicasse sulla collina e ci sbattesse contro.
E oggi in vetrina c'era "Scena di strada col sole", un quadro del 1934, meraviglia luminosa, la prospettiva priva di vita umana che Hopper ama mostrare, nei suoi quadri o le persone giganteggiano nella loro imbarazzante solitudine alienata, o non ci sono proprio. Qui si vede una strada, sembra mattutina, sembra eterna. Io preferisco i quadri senza gente, così come preferisco fare foto senza persone, senza di me, ancora meglio.
La luce pastosa del quadro era stupefacente, ti scordi che è un pezzo di carta, lo guardi e sei dentro. E non vuoi uscire.
Il mio preferito di sempre è "Camere per turisti", una casa bianca con gli infissi verdi e le tendine esterne nere, vista di notte, come di passaggio su una macchina. La casa sembra illuminata dai fari, solo la facciata ti fa l'occhiolino, accogliente, il bovindo è irradiato da una calda, uterina luce gialla, si vede un salottino ammobiliato, nessuno apparentemente dentro. Alcune finestre danno il senso della profondità del buio che la circonda, sulla sinistra. Sarà che di sera o di notte adoro buttare un occhio nelle case attraverso le finestre luminose, sentire l'atmosfera di casa, la dolcezza della domesticità degli esseri umani. Nella casa di Hopper ho sempre voluto entrare (una volta l'ho anche sognata, ma mi sono fermata sulla porta). Questo quadro ti vuole bene, e ti invita ad amarlo. Non ci puoi fare niente.
Nell'altra vetrina c'era invece una riproduzione di Jack Vettriano, il famoso "Maggiordomo che Canta", con la coppia che balla in riva al mare, l'elegante domestico che regge l'ombrello e la domestica che osserva la scena. Ora, Vettriano ha un sacco di successo, ed è praticamente ovunque, come lo stesso Hopper o Van Gogh ( e se il Rosso avesse avuto più fortuna, tipo nascere cento anni dopo, o il Prozac in tasca, sicuramente la fama in vita sarebbe arrivata, e con essa il vil danaro). Qualcuno dice che Vettriano mette nei suoi quadri l'atmosfera noir, copiando "I Nottambuli" di Hopper e arricchendo il tutto con più sesso e roba sadomaso (almeno gli ultimi fatti), ma resta il problema che non sa fare bene le facce, essendo partito da autodidatta (Hopper spennella espressioni bellissime con due tocchi, Vettriano spesso sguincia i visi sotto occhiali, cappelli, trequarti, insomma, qualche trucchetto lo usa). E' anche vero che in certi autoritratti è proprio bravo,e le sue donne che stanno per tradire sono dark ladies che abbassano lo sguardo sul bicchiere, mentre l'amante si protende a sussurrare al loro orecchio parole da non ritorno. Oppure sono ballerine da localetto equivoco che si mettono il rossetto fumando sotto una allucinata lampadina, donne in controluce sedute a truccarsi "solo del rosso più profondo", del colore del sangue, che faranno sgorgare dalle loro vittime spesso consenzienti (la donna nei film noir è una spider woman che tesse la sua tela, cattura e divora gli sventurati, è una donna con la pistola, è una donna che non dovrà vivere a lungo, per il bene di tutti). Però è indubbio che Vettriano a Hopper deve parecchio, condividendo una visione dell'esistere sospesa, potenzialmente letale, enigmatica, minacciosamente ricolma di pulsioni, e tutte indiscutibilmente fascinose.
Insomma, rimanevo lì in piedi a guardare i quadri, con la città che si incasinava dolcemente nel traffico, le frenate nella rotonda nuova, il profumo grasso di crema, burro e caffè dalla pasticceria nell'aria, quello fresco e speziato delle piante concimate dalla fioreria, quello adorabilmente secco ma unico della carta che usciva dall'edicola, il respiro tenero delle pagine sfogliate che sospirano d'inchiostro...erano già le nove e dieci. Meglio pensare in fretta una scusa decente, per motivare il ritardo...ma che importava, in fondo?
Ho guardato il sole nella strada vuota di Hopper, di nuovo. Niente gente, niente fretta, niente scuse.