martedì 31 agosto 2010

In montagna con la Mama (per tacer dei funghi...e dei ristoranti)

Pur avendo promesso di scrivere non dico molto ma abbastanza durante le ahimè troppo brevi ferie, ho ovviamente mentito (con lingua biforcutissima) e in pratica non ho scritto il sacrosanto tubo. Nessuno si è strappato i capelli, giustamente, però io ho in me comunque quella puntina di rammarico per le cose che dovevo fare e invece nisba, al solito travolta da troppe cose e con la tirannia del Tempo sempre lì a pungolarmi il sedere. Beh, ormai è tardi.
Settembre bussa timido e gentile con i suoi bei fiori gialli in mano, il vento balcanico ha portato via l'afa oltraggiosa degli ultimi giorni di agosto, quando il mio papà mi diceva "restate in montagna, qua si crepa!", corroborato anche dalla voce di Stelio che tribolava pure lui nella pianura surriscaldata e tropicale.
La tre giorni montanara in compagnia della Mama e di alte tre distinte gentildonne italiane, una delle quali, Elena, ha la sventura di dovermi sorbire poiché le sono cugina ;) è andata bene a parte una serata con nubifragio in stile "Twister" che ha inzuppato le tre signore sorprese all'aperto mentre io e la Mama facevamo appena in tempo a rinchiuderci in albergo (una tempesta comunque spettacolare, nubi nere che volavano come corvi furiosi giù dalle Dolomiti), vento e piova da far strage di ombrelli e messe in piega, il tempo in montagna non perdona (la montagna perdona poco tutto, a dir la verità, vuole attenzione e dedizione costanti, ripaga moltissimo ma è un'amante esigente).
Mancavo da Sappada da tre anni, il paese è cambiato, diciamo che si è un po' infighettato, un po' cortinizzato, ha sempre avuto qualche bel negozio (con la classica insegna a caratteri cubitali "Alla Rovina del Portafoglio") ma adesso sta esagerando ed è tutto un fiorire di posti con la parola "Class" scritta sopra la vetrina, pessimo segno, sempre. Me la ricordavo per gli anni della gioventù, che meritano di essere più dettagliatamente narrati (e invece ve li sorbite eccome, tanto è inutile anche se protestate), quindi bei ricordi, vispi e ronzanti nel mio cervellino pieno di stanze e di echi. Sappada, per me, è uno di quei luoghi dell'anima che si visitano per tutta la vita, fisicamente e non, in corpo, anima e spirito. I luoghi che sono noi perché noi siamo loro, perché ci hanno regalato un po' del loro sentimento e noi ce ne siamo innamorati, caricandoli con la nostra energia di batterie istericamente felici. E sei ebbro di gioia quando sei lì con loro, perché sono amici, e ti abbracciano ogni volta.
Unico neo (non sono solita trovarne, ottimista stolta per natura qual sono, ma stavolta non riesco a tenermi), mi hanno fatto mangiare poco. Tutti. I ristoratori. Gli albergatori. Le tavole calde, le paninoteche, le baite e gli agriturismi. Ma soprattutto, i ristoranti chic. Abominio!
L'unico posto che ha fiaccato la mia pantagruelica fame (di vita ma soprattutto di solido buon cibo montanaro) è stato il rifugio delle Sorgenti del Piave, a cui faccio una meritata pubblicità. Dopo una serie di orripilanti tornanti che la Mama ha miracolosamente affrontato evitando la nostra morte ormai certa per caduta da 1800 e rotti metri (lei, sbruffona, ha detto: è una vita che li faccio, volevo solo provare la macchina nuova. Vero, però io, detto volgarmente, avevo le chiappette così strette che non passava nemmeno un ago di pino...) sono stata ricompensata da un piattone di fettuccine al sugo di capriolo (lo so, alcuni mi odieranno, sparatemi pure, ne è valsa la pena) e da una fetta di Sacher oltraggiosa per dimensioni e mirabolante sapore, yum yum...servizio cortesissimo, ambiente spartano machissenefrega (del resto è un rifugio se uno scappa dalla tormenta, l'han chiamato così apposta), quando mangio io voglio sentire il palato cantare, non i violini.
Ovviamente, a breve verranno postate orride foto quale corollario delle nefandezze vissute.
Protestavo per la micragnosità dei ristoranti fighetti...orbene, la Mama, in un raro slancio di leadership, aveva suggerito una baita già gastronomicamente testata nella settimana precedente, quindi sentiva di andare abbastanza a colpo sicuro. Illusa.
La prima sera abbiamo incautamente attraversato la soglia della elegante baita sappadina, la più esclusiva (vista da fuori non sembrava, ma l'apparenza bidona) e già il maitre biondorossiccio e altezzoso, le luci soffuse e i sottopiatti di peltro anticato avrebbero dovuto farci scappare con i calcagni ben sollevati, e invece niente, abbiamo resistito ingenue e fiduciose come pecorelle ignare della tosatura incombente. Una volta accomodate nello scintillio delle candele e della conversazione sospirata e aperto il menù, tutto l'orrore della situazione si è rovesciato su di noi, come una slavina alla quale non si può reagire ma solo soccombere. I prezzi erano elevati, i nomi improbabili e fantasiosi, tutto risuonava del triste don don a morte degli euro che stavano per perire tragicamente e soprattutto inutilmente. Naturalmente, colte tutte da un riso isterico vista l'impossibilità di darsi alla fuga, oramai, abbiamo chiesto consiglio all'Altezzoso, premettendo che, comunque, la fame non era molta (mentivamo. Chiunque soggiorni in montagna per più di mezz'ora sa benissimo che il metabolismo comincia a bruciare a velocità doppia e la fame è perenne, perentoria, sfacciata). Lui ha ovviamente mangiato la foglia subito e ci ha portato un antipastino che consisteva in uno scaracchietto di ricotta? burro?? mah, condito da erbette, che noi abbiamo religiosamente spalmato sul pane e consumato in un ferale silenzio. Che comunque non è stato di gran durata, prese com'eravamo da una ridarola incontenibile stile gita di classe.
Io mi son presa i canederli su letto di ricotta affumicata, Elena dei microtortelli al miele d'acacia (che finezza! altro che Giovanni Rana!) sul loro bravo letto di gorgonzola, le altre due sagge signore hanno ammazzato i morsi della fame con un risotto di mirtilli e porcini, colore improbabile ma a quanto pare buono perché hanno lucidato il piatto, la Mama, ormai in depressione nera e con lo stomaco ridotto alle dimensioni di un'oliva, ha seguito il mio scellerato gusto e ha provato a sbafarsi i canederli anche lei, commentando subito, "ah, no i me piase par gnente, toh, ciapa", schiaffandomi le incolpevoli, tenere e burrose polpettine nel piatto. Il digiuno potè tutto, e infatti pure io ho passato il piatto col Sidol.
Versando il vino dalla brocchettina intarsiata nel bicchiere Elena ha fatto una padella sulla tovaglia, affrettandosi a nasconderla col piatto. E noi lì a ridere, ecco, adesso ci faranno pagare di più, anche la lavanderia! Per evitare nuovi disastri, la seconda versata l'ha accompagnata col tovagliolo, sporcando anche quello: solo che nel frattempo si era cambiata di posto con la Mama, così il tovagliolo contaminato era quello della mia genitrice. Riso incontrollabile, occhiate sempre più sprezzanti da parte del cameriere che indossava una specie di braga tirolese color caffelatte con le bretelle e una camiciona da gran soiree montanara (secondo me, stava schioppando per il caldo).
La Mama era stata colpita da uno dei suoi famigerati attacchi di tosse psicosomatici e aveva tagliato l'angolo, uscendo nel gelo serotino (all'inizio, con la speranza che ci facessero il menù turistico e lo sconto comitiva aveva proposto anche di mangiar fuori, con i rigogliosi 10° che la dolce Sappada offriva. La proposta non ha avuto il successo sperato).
L'amica di Elena l'aveva seguita e agli occhi sospettosi di un ottuso cameriere la cosa poteva sembrare anche un garbato tentativo di tagliare la corda tutte senza pagare il conto, una alla volta. In realtà, alla fine, ha pagato lei con la carta di credito facendo la figacciona, senza guardare l'esorbitante cifra (gravata peraltro da due dessert, il suo e il mio, che lei mi ha gentilissimamente offerto, accendendo un minimutuo al Credito Agricolo Montano, credo. Il conto non era poi così elevato, tenendo conto che non avevamo mangiato un sacrosanto cibbolo di niente).
Da quel momento il cameriere e l'Altezzoso hanno iniziato a guardarla come se fosse la Madonna di Guadalupe, ritenendola, probabilmente, un'eccentrica gastronoma inviata da qualche burlone. Non mi stancherò mai di ripeterlo, vanno bene i ristoranti sciccosi dove si mangia soprattutto con gli occhi, ma ragazzi, per favore, lasciate qualcosa anche ai succhi gastrici. Lei aveva CINQUE nanotortelli nel piatto, eran così piccoli che ci voleva la lente per mangiarli, a momenti. Ma dai.
Ci sono altre cose da raccontare, non vi prometto seconde puntate che poi non arrivano mai, diciamo che scrivo altre quattro acche appena, al solito, la mia nuova tumultuosa vita mi concederà un minimo di respiro. A (spero) presto con mirabolanti vicissitudini della Mama e del resto della compagnia (mancava la Magnifica, e la cosa mi è dispiaciuta molto. Spero che ci rifaremo in qualche modo, da qualche parte, a breve).
Vado a farmi il bagnetto caldo che mi merito, con questo freschetto è la fine del mondo.

18 commenti:

Visir ha detto...

Andare al ristorante è come vivere la vita.
E' un rischio, un'incertezza, una giocata al tavolo (da pranzo) in balia della fortuna e in questo caso delle paturnie dello chef.
Questa esperienza a volte ci regala momenti intessuti di magia, altre volte acidità di stomaco e bruciori al culo.

Personalmente amo i ristoranti, ma li divido in due categorie manichee.
Quelli top dove il servizio impeccabile e il cibo curato regala l'illusione che la vita è tutta in discesa, ma la carta di credito è levigata dal POS sino allo spessore di una cartina di sigaretta; Oppure i ristoranti "sgrausi", dove si mangia da dio e il presentimento infausto del conto a fine cena non aleggia come un condor sulla testa di un cowboy perso nel deserto della Sierra Madre.

Inutile dire che sono un cliente esigente in altre parole un vero rompicazzo.
Non ho paura di litigare per pretendere ciò che pago con euro guadagnati con il sudore della fronte e di altre parti del corpo che non nomino per la mia naturale signorilità.
Rispetto però la nobile arte del cameriere e quella ancora più grande del cuoco, cerco di essere severo ma giusto.
Alcune volte me ne sono anche andato senza pagare, offeso profondamente da un servizio iniquo o da pietanze disgustose.

Nessuno ha mai osato fermarmi né chiedermi di pagare.
Vuoi per la mia stazza atletica ma sopratutto per la furia Achillea con cui difendo il perimetro della mia libertà.

Convinto come sono che in questo universo predatorio la nostra dignità finisce appena oltre la trincea che abbiamo scavato per difenderla.

Vanessa Valentine ha detto...

Spiegaci la tecnica per andarsene senza pagare, Visir, e sfangarla...quando ci proviamo, e sì che a fisico siamo palestrati anco noi, arrivano i Carabinieri che, per carità gentilmente, non vogliono sentire ragioni...;))))))
evviva incondizionato alle trattorie scrause ma con piattoni da re!

sogliadiattenzione ha detto...

Porco cane, io li odio quei posti! Evviva sì le trattorie scrause e quelle familiari e quelle tradizionali e chi più ne ha più ne metta, soprattutto in fatto di porzioni, e quelle che ti dicono, al telefono (tutto vero), beh, se riuscite a mangiar tutto sono 40 euro, e poi odio questa cosa del vino, 'sto fatto che ormai da quando il vino è diventato roba da fighi e non puoi più sederti al tavolo senza essere anche sommellier, arriva il cameriere che qualunque bottiglia ordini ti versa un goccio e tu devi fare la parte del sommellier e agitare il bicchiere come antonio albanese e annusarlo e poi dire uhmm che buono, e a me rompe 'sta cosa tant'è che a volte glielo dico anche, devo fare la parte? Ma dammi sta cazzo di bottiglia che me la verso da me, diobono.

Salazar ha detto...

Sai che ci sei in pieno Soglia?!
Io con la storia del sommelier obbligatorio ho individuato due comportamenti base. A (quando sono buono): guardo il vino da lontano con evidente diffidenza e, senza muovere un muscolo, dico “perfetto, può versare, gazze!”. B (quando sono stronzo): eseguo (più o meno) il rituale e dico convinto ”bel vino. Peccato che i tannini siano troppo vivaci; belli, ma troppo vivaci!”

E ti (vi) racconto una storia: all’angolo nord dell’Università, davanti a quella che sembrava la panetteria più scalcinata dell’orbe acqueo, vedevo sempre parcheggiate auto e moto della polizia rodoviaria (sarebbe la stradale); comprese le famigerate pattuglie da tre moto, la polizia da favela, quelli che prima ti sparano su un piede, così non scappi, poi ti augurano una buona giornata e (gentilmente) ti chiedono il libretto di circolazione.
La cosa ha smosso la mia curiosità. Un paio di mesi fa, con evidente sprezzo del pericolo (le tre moto parcheggiate!!), sono entrato: era molto meno scalcinata dentro che fuori, molto pulita, abbastanza fornita, ma niente da riportare: una normale panetteria. Sennonché, in fondo in fondo, c’erano quattro tavolini e una nuvola di poliziotti seduti attorno, e tutti mangiavano delle zuppe.
Strano vero?, le zuppe dentro ad una panetteria, una cosa così non te la aspetti. Ma che signore zuppe erano (e sono): tre sole scelte, prendere o lasciare: verdura, carne o pollo. Semplicemente fantastiche le prime due, da urlo la terza, e te le danno anche per asporto in apposita confezione.
Da quel giorno è diventato una specie di pellegrinaggio, ho perfino fatto (quasi) amicizia con alcuni dei poliziotti delle pattuglie a tre: sarebbero anche simpatici se non fossero così crudeli.

PS: che poi è la versione con poliziotti di una delle regole d’oro del grande viaggiatore: “quando sei in terra sconosciuta e non sai dove andare a mangiare, segui sempre i giapponesi”.

sogliadiattenzione ha detto...

Segui sempre i giapponesi?! Come fai a seguire sempre i giapponesi senza uno stipendio da giapponesi?

Visir ha detto...

Non è difficile andare via senza pagare, basta avere ragione per farlo.

Come spiega il manuale del guerriero (una versione fight club del manuale delle giovani marmotte) il vero nemico è sempre il dubbio.
Quindi, senza esitare, dopo due avvisi, ci si alza e si va via...con naturalezza, come se tutto fosse già successo.

La mente è libera da ogni preoccupazione, lo sguardo va alla meta (oltre l'uscita).
La furia si converte in risolutezza, et voilà!
Con agilità degna di un acrobata bulgaro si è evitato di pigliarlo nel bulibù e si è infilzato proprio colui che voleva infilzarci, diciamo così, con una metafora schermistica.

A riguardo del curioso suggerimento di seguire i giapponesi per trovare un buon ristorante, resto perplesso.
Una volta si seguivano i camionisti, ma forse le mode sono cambiate e non me ne sono accorto.
C'è anche il problema che se uno va in Giappone e comincia a seguire tutti i giapponesi che incontra non mangia più.

Trovo calzante una frase di profonda spiritualità che un mio caro amico ha appiccicato con un adesivo sul lunotto posteriore della macchina.
Così è scritto: "Non seguitemi mi sono perso anche io".

La trovo una sentenza illuminante, da seguire ogni qual volta mi viene la voglia di dar retta a qualch'uno, in fondo non sappiamo già sbagliare così bene anche da soli?

Salazar ha detto...

Grande viaggiatore, Visir.
I normali viaggiatori vanno in posti come Parigi, Malè o New York. I grandi viaggiatori invece vanno i luoghi chiamati Puerto Limones, Pangururan o Kununurra, e se lì non trovi almeno un giapponese da seguire – perché a qualcos’altro non ci pensare nemmeno – sei bello fregato.
Eppoi, non è in Giappone che dicono: “quando sei in terra sconosciuta e non sai dove andare a mangiare, segui sempre gli italiani”?

Visir ha detto...

Carissimo Salazar,
A costo di sembrare un saputone egocentrico (!?) io mi fido solo del mio istinto.
Annuso l'aria come un segugio inglese, titillo la lingua salmodiando antichi canti propiziatori, scruto l'orizzonte e seguo l'onda.
Poi, fra le nebbie dell'incertezza compare spesso un ottimo ristorante.
Troppo facile pagare tanto e mangiare bene.
E non si applaude un buon tenore solo perchè si schiarisce la gola.

Un vero viaggiatore mantiene il proprio spirito attento anche quando va nel bar sotto casa.

Il mondo è pieno di ostriche ma le perle sono rare.
Bisogna così cercare in ogni momento ed è un buon inizio evitare almeno le cozze.

Vanessa Valentine ha detto...

Meraviglioso, Soglia, sottoscrivo ogni singola lettera di ogni singola frase...mi piacciono i ristoratori gentili, che amano il loro mestiere, che non se la tirano, che fanno arte e se ne fregano perché sono prima di tutto cuochi e bravi, che ti dicono senti che bontà sta carne, la faccio così e cosà e la faceva prima di me mio padre (o madre, o nonno o zia, chi se ne impipa), e la fighettudine la lasciamo a casa e facciamo lavorare le mascelle, beviamo un buon gotto fatto bene, come una volta, quando si mangiava e si godeva a mangiare e punto e fine.
I ristoranti fighetti servono solo a impressionare ma poi, strucca strucca, sono dei pacchi micidiali.
W le trattorie!!!!!

Vanessa Valentine ha detto...

Mi inserisco anche nella conversazione di tutti, contemporaneamente.
Salazar, caspita, ma che davero davero i poliz brasileiri sono così cazzuti? caspiterina!pensa se gli rabalti la zuppa sulle braghe per sbaglio, osteria, c'è il plotone d'esecuzione che t'aspetta!
E poi è vero che i posti che non diresti mai sono invece quelli strepitosi...serendipità, ecco che ci vuole, sempre, nella vita.:)
Riguardo ai giapponesi e alla loro fama di buone forchette non sapevo molto, in effetti seguirli in Giappone mi sembra controproducente (la cucina giappo, mi pare di averlo detto, mi perplime), e pure io sono della scuola visiriana del "segui il camionista e non sbaglierai", posti squallidi fuori ma sfondastomaco dentro. Mah, tutto il mondo è ristorante.
Comunque siamo tutti d'accordo nel pensare che mangiare è una delle cose più belle al mondo (per questo posso arrivare ad odiare chi tratta male il cibo e i suoi devoti adepti).
:))))))
Visir, ocio ai ristoratori incazzosi, comunque...o ci devi dire che tipo di frutta vuoi che noi ti si porti nelle patrie galere...;)

Gillipixel ha detto...

Vale, il tuo diario delle vacanze è una delizia per palati di lettori esigenti dai gusti narrativi sfiziosi e delicati :-) peccato solo che mancasse la Magnifica, le avventure sarebbero state più complete :-)
Ma la Mama è una compagnona simpatica deliziosa, e non ci ha fatto mancare di certo spunti di allegria :-)

Mi unisco inoltre a Soglia e a Salazar nella Sacra Crociata contro quei tizi che si ostinano a volerti versare da bere :-)
Ma come, abbiamo (si fa per dire...) fatto fior fior di rivoluzioni negli ultimi secoli per cercare di affermare la parità fra gli uomini, e ci ritroviamo ancora con persone intorno, costrette e versarci da bere? :-)
E' una pratica che dà fastidio sia a chi la fa, sia a chi la riceve...perché ci si ostina a mantenerla ancora?
Io quasi quasi fonderei un partito, il PDLM…FLD, “Popolo Dei Liberi Mescitori…Futuro Libertà Democrazia” (la parte dopo le virgole è uno specchietto per le allodole elettorale, per accattivarsi la frangia di elettorato etilista più dura e pura, gli unici idealisti che credono ancora a quelle tre parole :-)

Gillipixel ha detto...

La parte dopo "i puntini" volevo dire :-) abbiate pazienza, sono elettore etilista pure io :-D

Vanessa Valentine ha detto...

Evviva la democrazia degli amanti del buon vino, dell'ottimo vivere e della libertà di godersela!Questa sì che sarebbe una rivoluzione necessaria, Gilli, con tutta quella gente che non la finisce più di romperti le pigne con quel che si fa, che si deve fare, che andrebbe fatto...ma vaffanbrodo! Quando vedo tutti quei bicchieri in fila, uno per l'acqua, uno per il vino bianco, uno per quello rosè, uno per quello rosso, uno per lo spumantino...oddio! e adesso quale uso?, penso sempre. E infatti afferro il primo che mi capita a tiro e uso sempre quello, e gli dico no no, butti pure qua, così poi la lavastoviglie lava di meno, sa, l'ecologia!:))))))), e li vedo già che mi guatano come una buzzurra che merita solo il compatimento! Ma io me ne impipo altamente.
Spero sempre, comunque, che non mi sputino nel sorbetto per rappresaglia...;)))))

Salazar ha detto...

Mi dispiace aver infastidito un po’ tutti con la storiella dei giapponesi.
È solo una storiella, con un fondo di verità, ma solo una storiella, e credo che i nostri background siano differenti: io ho passato più della metà della mia vita in giro per il mondo (e ancora ci sono), specialmente nel Sud-est asiatico e in America Latina.
È nel Sud-est asiatico che la “massima” può essere applicata: quando arrivi in qualche paesetto dimenticato da Dio, e non sai da che parte sbattere la testa per dormire su un letto e mangiare su un piatto, controlla se in giro ci sono dei giapponesi: sono i tedeschi dell’Asia, tutti d’un pezzo, vanno dappertutto e sono organizzatissimi. Loro di certo hanno la guida (magari perfino in inglese i più evoluti), una mappetta fotocopiata con segnati gli affittacamere e una nota dello zio materno - che in quel paesetto c’è stato sette anni prima - con elencati i ristoranti.
Cara Vanessa e caro Visir, a Sumatra, davanti a tre ristoranti di Padang food, alzare il naso all’aria non serve a nulla, è un mangiare troppo alieno. Si sceglie un ristorante a caso e ci si prepara alla sindrome del pompiere schizzinoso: sono i piatti più piccanti del mondo, si mangia con le mani e nello stesso piatto in cui ha mangiato l’avventore precedente. Chiunque lui sia stato.

PS: però so fare un fantastico nasi goreng con gamberi, uova e cetrioli.

Vanessa Valentine ha detto...

Ma scherzi, Salazar?!! e perché mai infastidito?
Anzi, sentir raccontare dei viaggi in posti lontani è una delle cose che alla sottoscritta garba di più, da sempre!
E penso che sia lo stesso anche per gli altri!:))))))
I giapponesi hanno l'aria dei perfettini, quindi ci può stare che girino con mappette e appunti ( e come dargli torto, per viaggiare un minimo di organizzazione ci vuole).
Devo dire che mangiare quello che mi mette davanti il cuoco mi può andare anche bene, mangiare nel piatto sputazzato dall'avventore precedente mette un po' sul chi va là il mio raffinato stomaco europeo...però, oddio, se ho proprio fame e l'alternativa è stare a panza vuota, evabbè, mi sacrifico...comunque sarebbe dura. Meglio se la pappatoria me la mettono in mano, almeno è roba mia.
Il nasi goreng è da provare.
E sul cibo piccante concordo, una volta che ti sei abituato, è la fine del mondo. E poi il piccante ammazza i germi!:)))))

Salazar ha detto...

Grazie VV. Era così, tanto per chiarire.
Ma un’altra cosa devo correggere. Potrei dire di essere stato frainteso, ma ho delle regole morali eccessivamente démodé, quindi correggo.
Nei ristoranti Padang food è il piattone centrale – quello di portata piazzato in mezzo alla tavola e regolarmente rifornito dai camerieri– che non cambia mai. Ognuno prende lì quello che vuole mangiare e lo deposita sul proprio piattino (a volte) pulito. La cosa non è che sia molto più igienica perché ho visto parecchie volte gli avventori locali prendere con le mani qualcosa, per esempio il pollo, strapparne un pezzetto e rimettere il resto sul piattone centrale.

Salazar ha detto...
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Vanessa Valentine ha detto...

Ah, detto così suona meglio, ma insomma, meglio sviluppare anticorpi con i contrococchi, mi par di capire...:)))))
Se non ricordo male, da noi dicono che se prendi una roba dal piatto di portata poi te la devi magnare, anche, oppure la rifili al partner, ad un amico, ai parenti (gente con la quale comunque si ha una consanguineità o confidenza)...rimetterla in gioco per gli altri sarebbe come dire al cameriere: sono un reietto, merito la morte.
Paese che vai, giustamente, piatti che trovi.
Che poi, detto tra noi, una volta che ti sei abituato all'idea di mangiare senza far troppo lo schizzinoso, c'è solo da guadagnarci.