lunedì 30 marzo 2009

Poteri

Questo è un episodio divertente, capitato un paio d'anni fa, ragion per cui lo racconto lo stesso anche se è vecchio come il cucco.
Orbene, era il periodo prenatalizio, tempo adorato, pieno di regali, di dolci attese e di mercatini su su, nelle fredde città del nord. E così ci eravamo organizzati, con una coppia di amici, Ramona e Dagoberto per un giro veloce in giornata a Bolzano, per visitare i famigerati mercatini di Natale, quelli che d'inverno causano code a mo' di tangenziale sulle strette strade imbiancate e con i pini incicciottiti di neve.
Il tempo era bello davvero, sole e freddo intenso, l'aria gelida ti faceva venire le papottine rosse come Heidi, l'atmosfera era un gagliardo scampanellare, sembrava in definitiva il set del "Grinch", con i Nonsochi che si sbaciucchiano a tutto spiano. La città era intasata dai visitatori (toh! quanta gente ha avuto la stessa idea nostra, e di sabato, perdipiù!) e quindi ci sembrò un autentico colpo di fortuna trovare parcheggio in una zona vicina al centro, sotto la ovovia che portava su alla montagna.
Iniziammo a girare e a goderci la giornata, tra bancarelle, dolcetti alla cannella, cioccolate fumanti, risate, insomma un paradiso di godimento, la giornata perfetta come la canterebbe Lou Reed (magari più allegra, però). Alla brigata si unì un'amica di Ramona che già si era fatta un paio di giorni a Bolzano e che sarebbe tornata giù con noi. Aveva fatto una mini vacanza da studentessa, dormendo all'ostello.
Al decimo vin brulè, sufficientemente carburati e satolli d'emozioni, ci recammo spensierati e ridenti al parcheggio onde recuperare la macchina (di Dagoberto, guidava lui infatti). Era già buio, decisamente freddo, il dicembre mordeva le mani nelle muffole, la strada un po' lunga ma confidavamo nel traffico ridotto, nel viaggio in compagnia, e ridevamo, ridevamo...e poi zacchete, la sorpresina kinder.
La macchina ci sorrideva beffarda, rinchiusa nel parcheggio da un cancello bloccato da un lucchetto grosso come un canederlo. Avreste dovuto vedere le nostre facce. Impalliditi nel buio, con il panico che montava dentro come panna, a chiederci dove, dove avevamo sbagliato ( tipo a non leggere il cartello che informava gentilmente in quattro lingue che il parcheggio alle 18 chiudeva). Fatale errore.
Mentre la componente virile della compagnia partiva in avanscoperta alla ricerca di una via di fuga alternativa, io telefonavo in preda all'isteria alla Mama la quale, per tutta risposta e tenendo fede al suo leggendario sarcasmo, mi rise sguaiatamente in faccia per una decina di minuti suggerendo che, se proprio era necessario, sarebbe venuta a prendermi. E lo diceva ridendo. Aumentando il ritmo dei miei improperi, aumentavano le risate. Quindi mi diedi una calmata e a mente fredda mi resi conto che stavamo tutti per morire di ipotermia. Salutai la Mama per quella che, credevo, fosse l'ultima volta.
Tornata la minitruppa con la ferale notizia che non vi era modo di cavare la macchina da dove si trovava se non tentando un Fosbury oltre il cancello, e interrogati alcuni gentili residenti che confermarono come esso venisse abitualmente sprangato di notte visto che il parcheggio lo usavano solo quelli che tornavano in montagna con l'ovovia, dato che ci abitavano ( e aggiunsero, ma il cartello non lo avete letto?) per tornare giù la mattina a lavorare in città, appariva ormai evidente che eravamo condannati. Ed è rimasta celebre una mia frase "non posso restare qui! io non ho le mie creme!"(cosmetiche, non mangerecce) dopo che qualcuno aveva suggerito di dormire in stazione fino alle cinque e poi tornare alle sette per recuperare il sospirato automezzo. La frase fu accolta, e non stupisce, da risa isteriche.
Una ridda di ipotesi si presentava alla mia mente: spingere Dagoberto sotto una macchina per acciaccarlo non troppo seriamente e farlo ricoverare in ospedale dimodoché avessimo tutti un tetto sopra la testa (chi caccerebbe infatti moglie e amici affranti?); in alternativa danneggiare gli arredi urbani in modo da farci portare tutti in questura e risolvere la faccenda in qualche modo. Giuro che questo era il tenore dei miei pensieri.
Uno spiraglio si aprì quando l'amica di Ramona suggerì di ritornare all'ostello, e di tentare la sorte, confidando in una stanzetta per noi cinque, pigiati come proverbiali sardine. Ovviamente, il ragazzo dal pesante accento teutonico smontò subito le nostre fragili aspettative (guarda caso, Bolzano era zeppa di gente come Las Vegas durante il congresso delle spogliarelliste), ma gentilmente ci accordò il permesso di dormire sulle sedie della saletta comune almeno fino alle 4 di notte, quando smontava il turno e arrivava il collega che ci avrebbe messo nella neve. Poi potevamo andare in stazione a scaldarci e a farci sbeffeggiare dalle FS. Dagoberto lasciò comunque il cellulare, nella remotissima ipotesi di una disdetta dell'ultimo minuto.
E qui entrano in scena i miei misteriosi poteri.
In una pizzeria carina ma che ci vedeva commensali depressi e nervosi, pronunciai rivolta a Dagoberto queste parole:"fammi concentrare, e farò in modo che stanotte tutti noi si dorma in un letto caldo. Fammi solo concentrare". Poco dopo, il cellulare suonò.
Mentre osservavamo il volto di Dagoberto che si rischiarava come una giornata d'aprile dopo l'acquazzone, vedevamo anche la perplessità nei suoi occhi. Infine, ci disse che il ragazzo dell'ostello, piuttosto incredulo di suo, gli aveva comunicato che una stanza da quattro si era liberata e, visto che una comitiva di cinque persone aveva dato buca all'ultimo, c'era pure un letto per l'amica, se si accontentava di dormire con altra gente. Devo ammetterlo, non pensavo di riuscirci così bene. Ci ho messo pure un pizzico di gentile altruismo per una che vedevo per la prima volta.
Saltellando verso l'ostello, e con la prospettiva di un sonno ristoratore orizzontale e non semiverticale (ma soprattutto non foriero di morte per congelamento) che ci ringalluzziva, Dagoberto mi disse "beh, che coincidenza." Però non era convinto.
Al mattino avevo comprato anche un pettine, carino, non avevo idea del perché l'avessi fatto, ma...è tornato comodo.
Ogni tanto tiriamo fuori il discorso e ci mettiamo a ridere, perché quella notte abbiamo dormito vestiti, accampati comunque alla meno peggio, i ragazzi alla mattina con le barbe lunghe, le ragazze con i faccini sbiaditi. Però abbiamo riso così tanto, sembravamo ragazzini in gita, abbiamo fatto tanto di quel casino da tenere svegli quelli delle stanze vicine. E siamo crepati dal caldo.
D'altro canto Dagoberto ipotizza che sorte sia toccata alla compagnia di cinque che improvvisamente si è smaterializzata...pensa ad un'infelice intossicazione collettiva mentre, cantando, stavano andando in macchina a Bolzano. E poi aggiunge, i tuoi poteri.
Questa è una storia vera.
Però è stato divertente, dai.

3 commenti:

gillipixel ha detto...

Bellissimo :-) queste due espressioni da sole:
- i pini incicciottiti di neve...
- le papottine rosse come Heidi...
varrebbero il prezzo di un libro con copertina rilegata in pelle di armadillo nano :-)
Questi poteri credo derivino dal tuo modo di vedere il mondo sempre con magico e saggio candore :-)

Galatea ha detto...

Già. Non invitarmi però alle tue gite, eh.
:-)

Vanessa Valentine ha detto...

O con la mia incrollabile capacità di menare nera... :)))))
Se qualcuno sentisse il desiderio di una notte in mezzo ai lupi e ai boschi, le iscrizioni sono aperte...