venerdì 31 luglio 2009

Se un pomeriggio d'estate due gattine





L'estate sa essere anche una stagione cattiva, si sa. Quando la gente butta le proprie vite grame nei valigioni, insieme a costumi già stretti, ciabatte smangiate dalle salsedini trascorse, il giallo d'obbligo che lasceranno accartocciare dall'umido notturno dimenticandolo su sdraio e terrazze, troppo presi da frenesie passeggere e mojiti annacquati...beh, di solito la gente ha fretta, d'estate. Ha fretta di partire e di cambiare serpentescamente pelle per un breve momento, per raccontare alla vicina delle vacanze e farla ciccare, lei che ha scelto il trendissimo staycation, ovvero la vacanza a casa complice l'assenza totale di pecunia. E naturalmente rosica.
E chi parte molla gli ormeggi e la zavorra, portandosi dietro l'indispensabile: i figli, la nonna con l'artrosi, la suocera che si lagna dell'anca matta e fa la maglia come un'ossessa sotto l'implacabile solleone, svoltolando metri e metri di sciarpa celestina/rosa/gialletta. Però, è ovvio, mica si può portare dietro il cagnetto un po' bisbetico per via del caldo, in albergo mica ce li vogliono, i cani, ci saranno di sicuro le spiagge dove gli esagerati fanno le vacanze con gli animali che amano, ma che balle, vuoi che mi metta a cercarle adesso, saranno quattro posti in tutta Italia, e sfigati, per giunta, mica i posti fichi dove possiamo vederci il calciatore che si rosola al tavolo da quattromila svanziche al quarto d'ora, in compagnia della vincitrice di "Amici" o della tettona discotecara che si è fidanzata col vincitore del "Grande Fratello" ungherese...questi sono i posti che voglio, e ci andrò, costi quel che costi. E se il bimbo frigna perché abbiamo mollato il dannato botolo pulcioso al casello di Spaparanzano, raso raso all'autostrada, senz'acqua e cibo sotto un sole da 36° che ti cucina anche le ossa, beh, chi se ne sbatte? Non mi era mai piaciuto quel dannato cane, l'avevo preso solo perché quell'idiota di mio cognato c'ha il cuore tenero e mi diceva che sarebbe rimasto piccolo di taglia, pulito, non si sarebbe mai mosso dal terrazzino, avrebbe mangiato gli avanzi e non ci sarebbe stato nemmeno bisogno di portarlo a fare le passeggiate perché tanto un mq di spazio era più che sufficiente perché facesse moto...e comunque ormai l'ho mollato lì, mica posso tornare indietro, così qualche stracciamarroni di animalista mi prende la targa e poi sai la multa che mi prendo. E' andata come doveva andare, dai, pensiamo solo alla vacanza.
Quanta gente ragiona così, d'estate? Parecchia, a giudicare dalle cronache sugli abbandoni di animali, cani e gatti.
Però.
Domenica sera, la mia chiacchierata serale con la Mama. Le solite cose, le gambe che male mi fanno, i pomodori quest'anno non sono tanto belli, sì, un fungo, sembra, rovinati ormai mi sa, sì sì. Invece aglio e peperoni, una bellezza. Grossi così. Te ne dò un po' quando vieni. Ah, già, e poi hanno mollato un paio di gattini, oggi pomeriggio, ero lì con la Mirella quando vedo prima uno, nero, e poi l'altro, soriano. Piccoli!, ma vedessi che magri.
E io le ho detto, e adesso che fai?, e lei mi ha detto, io me li tengo, non li porto là sulla Romea, li buttano in una gabbia e ciao. Meglio che restino qua, c'è tanto spazio, no? Mangiare ce n'è. La Gilda si adatterà, la coccoleremo di più.
E in quel momento mi è venuto un groppone in gola di commozione, ma così intenso, che non sono più stata in grado di dire niente. Ed ho semplicemente pensato a quanto splendida è questa donna, quanto generosa, e gentile, e sempre pronta a levare le castagne dal fuoco a tutti, compresi quegli stronzoni che avevano abbandonato i gattini. Lei ha fatto l'unica cosa che andava fatta, e fine. Poi ha fatto finta di niente, sentendo la mia voce tremolosa, ed ha cambiato discorso. Mi ha solo detto, vieni qua in settimana, così gli dai un nome.
Per la cronaca, sono due femmine, e visto che i gatti hanno molti nomi, uno dato dai padroni, e molti altri segreti che conoscono solo loro, io vi presento Daphne e Josephine ("A qualcuno piace caldo" è uno dei miei film preferiti...).
Daphne è quella nera, anche i baffi sono corvini, e gli occhi due topazi. Altri nomi adatti: Lucifera, Tizzone d'Inferno, Thelma.
Josephine, o Dharma, è la soriana, nata con la coda da persiano ma malformata, finisce in un ricciolino d'osso che si sente appena, sotto il pelo. Avrà problemi nella vita, con l'equilibrio, forse. E proprio per questo mi è infinitamente cara, ancora di più. Perché quando mi sono avvicinata per darle uno sbaciucchio lei mi ha fatto una carezza con la zampina, sul viso. Ed era la prima volta che mi vedeva. Gatti speciali, come direbbe Doris Lessing.
Sono i gatti a trovarti, io penso, sono loro che poi sapranno mostrarti la strada.
E per tutti quelli che li "smarriscono" volontariamente (loro e i cagnetti, ovvio, e tutti gli altri animali che nella loro ottica perversa sono impicci di cui liberarsi) ho un pensierino finale: spero ardentemente che il regno animale trovi il modo adeguato di punirvi.
Il karma vi può essere indifferente, non ne dubito. Ma ha un'alta autostima, e ottima memoria. Ricordatevene, è meglio, tutte le volte che abbandonate un essere vivente.
Anche il karma è vivo, e vi trova. Sempre.

sabato 25 luglio 2009

Il Grande Caldo

Alfine la grande reunion ha avuto luogo.
Era nell'aria già da tempo, con vari messaggi su Facebook e mail, tentativi per conciliare le mirabolanti vite di tutti e farci arrivare compatti alla stessa ora sul medesimo binario esistenziale.
Sto parlando della cena con gli ex compagni del liceo, momento della vita che trova appassionati e detrattori in parti uguali, ma che comunque ha luogo inesorabilmente, pietra miliare, bilancio vitale, serata di relax e svacco piacevole (nella mia accidiosa prospettiva, ovvio). In questi casi tanti si danno alla macchia, accampando rogne sul lavoro, mogli o mariti gelosi, vacanza con la suocera, i denti o le colichette del pargolo, ricoveri ospedalieri per togliere la maledetta cisti dal malleolo, e così cantando. Del resto, diciannove anni di distanza dalla maturità, che in una vita sono anni luce, mordono il fisico e l'anima, ed è comprensibile che tanti non vogliano più ricordare i cinque anni che sconvolsero il mondo, magari ci hanno speso un botto di euro in analisti per dimenticare la tizia bellina con le treccine che li ha illusi e lasciati per morti, affossando l'autostima e minando una libido che altrimenti sarebbe potuta essere più che discreta, oppure l'insegnante sadica che sorrideva e ti pigliava per il culo, dandoti tre nel compito su Kant (quanto odio Kant ancora, Gesù), o infine i piovigginosi pomeriggi adolescenziali, quando, come canterebbero i Cure, piove anche dentro di te, e la vita non arriva mai.
Però pero. Adesso andiamo tutti quasi per i 38, ohimè qualcuno li ha già fatti, e quindi la cena di classe è la nostra piéce de résistance, c'è un piccolo fondo torbido in noi che si agita, non decanta mai del tutto, sorride malvagio. Vogliamo vedere come si sono ridotti gli altri. Dai, io faccio outing, ammettetelo anche voi. Vogliamo tutti vedere come sono invecchiati i compagni di banco, a parte quelli che abbiamo visto di recente o che frequentiamo più spesso, ai quali ci siamo insomma abituati e che vedremo in una prospettiva normale. Di fronte agli altri simuleremo un educato sgomento.
Dimenticando che loro faranno lo stesso.
Camillo si è sbattuto un sacco per organizzare tutto, tanto per dirne una. Le reunion sono sempre partite da lui, il liceo è (parole sue) uno dei periodi più belli della sua vita (e io aggiungerei, madunina bela, pensa al resto, allora). Lui è veramente un puro, gentile, un'anima bella, se ce ne sono ancora in giro. Un ragazzo buono, sul serio. E ha fatto il diavolo a quattro per trovarci tutti via web, via telefono, via piccione viaggiatore.
La pizzata era prevista a casa sua, in giardino, e sfiga ha voluto che capitasse nei giorni della cosiddetta bolla d'afa, con i 35° che ti squagliavano l'infradito sotto i piedi. E così, dopo il lavoro, e un giretto di negozi e d'aria condizionata, Elena ed io ci siamo incontrate per gustarci lo spritzetto nell'incasinata piazzetta della ridente Mirano, con i ragazzini scout che impazzavano ovunque, ballando e cantando sfiatati su di un palchetto improvvisato, sotto il sole (sventurate creature, che pena vederle correre attorno alla piazza nella canicola, io manco per cinquemila euro scollavo il mio regale sedere dallo sgabello, all'ombra). Con Elena siamo state compagne di banco storiche, lei mi dava di gomito perché copiassi il compito di greco da lei ma io rifiutavo sempre, cortese ma ferma, preferendo un onesto quattro tutta farina del mio sacco. Penso fosse un caso piuttosto significativo ma affascinante di masochismo. Lei ricorda ancora con meditabonda ammirazione le mie letture di Jay McInerney e Raymond Carver durante le mortifere lezioni di fisica e matematica, quando il professore veniva lì e mi guardava con i suoi occhietti da camaleonte, in grado di ruotare indipendenti a 180°, capendo in un attimo che al Nobel non ci sarei probabilmente mai arrivata.(Ho sempre puntato a quello per la Pace, mi sembra di avere, non so, un pelo più di chance lì, ecco).
Così, mentre chiacchieravamo e ci preparavamo psicologicamente per la serata, il sole mangiava le ore, come dice sempre la Mama. Io, ovviamente, le ho scroccato un passaggio fino alla ancor più ridente S. Maria di Sala, alla casa vecchia di Camillo. Il quale aveva approntato tavolini, Cochecole, patatine puff al formaggio (le quali alle reunion non mancano mai), di tutto di più tranne la cosa che in assoluto urge maggiormente in queste situazioni, ovvero l'alcool, il dolce solvente/collante sociale che scioglie e riassembla la gente in queste e in pratica in tutte le situazioni. Camillo è astemio, ebbene sì.
Inutile dire che gli abbiamo fatto il cazziatone, incolpandolo dell'afa e invitandolo a condizionare l'intero paese. Lui ci guardava sinceramente contrito, come se fosse davvero colpa sua. Ma con gli uomini come lui è troppo facile, come sparare a Titti mentre si dondola sul trespolo.
Via skype avevamo anche il collegamento con Gaia, da Milano, influenzata e a casa per forza, costretta a subire le nostre attenzioni moleste circa la sua vita privata. Lei era acciaccatissima e tossicchiante, ma è rimasta fino alla fine (io, in tutta franchezza, sarei svenuta prima). Devo dire che la Beck's che sorseggiava non mi sembrava l'antidoto più efficace per la febbre, ma comunque. Poi è capitato lì in velocità Ettore con il suo splendido pupo primogenito, solo per salutarci. Sua moglie aveva partorito una bimba due giorni prima e lui, dopo averci salutati, è tornato da lei in ospedale. E come biasimarlo, rivedere anche lui è stato davvero bello. E' un ragazzo sempre sorridente, ha lo stesso vocione basso di quando aveva quattordici anni. L'avevo visto in tribunale e sua moglie aspettava il primo figlio, e adesso han fatto ambo.
Poi alla spicciolata sono arrivate Luisa, Marta e Cecilia, tutte eleganti e tirate a lustro, Luisa addirittura con le paillettes sulla canotta, e le donne devo dire che erano tutte stragnocche e decisamente renitenti alla vecchiaia.
Marta però ha decisamente affermato che si crepava dal caldo e che una pizzeria gelida era l'unica per mangiare e non morire. Ci ha trovati tutti d'accordo, saremmo tornati al giardino di Camillo dopo cena, per le ciacole notturne.
Con una entrata d'effetto è arrivato l'altro giovanotto della serata, Flavio, stazzonato ma fascinoso, con una pacca di sonno addosso che la metà bastava, e naturalmente anche lui necessitante di alcool. Gaia ce la siamo portata in pizzeria col computer, poi abbiamo staccato il collegamento perché Flavio aveva il pc vicino e diceva che stava andando arrosto dal caldo.
Naturalmente, facevamo un sacco di battute alla Verdone, citavamo "Compagni di scuola" e il famigerato "Ma tu chi sei? Fabris...primo banco, a destra...", con tutti i personaggi che prendevano di mira l'ex bello e capellone divenuto uno straccio calvo e smagrito ("ahò, te c'hai avuto un tracollo!"), e intanto raccontavamo aneddoti spaventosi sugli assenti, splendide malignità luccicanti come diamanti, battute sui recenti episodi politici, narrazioni sulle epopee sentimentali che avevano condotto a matrimoni, fidanzamenti, divorzi...le conversazioni era sciolte, si sovrapponevano, si sommergevano, giocavano e si intrecciavano, si interrompevano come capita sempre quando hai un casino di cose da raccontarti, vent'anni più o meno sono tanti, ed anche se eravamo in pochi e le defezioni erano state tante, già così eravamo immersi in un beato bordello (considerando anche che Camillo ha un tono di voce che si fa agevolmente sentire da una valle all'altra, e assordava tutti). Abbiamo riso da matti.
Il giardino, dopo cena, era già più fresco, le zanzare si erano finalmente ritirate satolle e sonnacchiose, la citronella bruciava gagliarda e illuminava facce da quasi quarantenni, un po' scavate e marcate, un po' stanche ma tutto sommato sfuggite per miracolo alle procelle troppo brutali che si possono incontrare in navigazione.
C'è stato un momento perfetto, almeno per me, di sospensione, di serenità, di realizzata beatitudine, in cui mi sono sentita nel posto giusto con delle persone che non avevo avuto modo di capire bene, perché in realtà da adolescente sei già troppo incasinata a conoscere te stessa, figurati gli altri...e innamorarsi di tutti i ragazzini del mondo non è conoscere davvero. Adesso li vedevo nella luce giusta, complessi, mutevoli, definiti dall'esistenza, essenziali. E mi piacevano davvero. L'unico dono che ti fa la vita è un paio d'occhi spietati e sinceri.
Quando ci siamo sentiti ben frollati dal sonno, ci siamo salutati con un appuntamento per settembre. Solo noi, a questo punto, pochi ma buoni, rilassati ma cazzuti.
E più che a Verdone io pensavo a "Il Grande Freddo", in originale "The Big Chill", vecchio film con William Hurt e Kevin Kline, e un castone stellare, anche quello su vecchi compagni di scuola che alla fine il tempo non divide e gela come gemme sulla pianta, ma in realtà rinsalda e riscalda.
E' un bel film. Sul serio.
Come la realtà.

domenica 19 luglio 2009

Temporali





I cieli pericolosi sono sempre quelli più belli.

Perché andare ai concerti, d'estate

L'estate non è estate senza i concerti, senza tutto quello sporco, le lattine, le bottiglie di plastica, i mozziconi abbandonati, i panini con la porchetta.
Venerdì scorso c'è stato il concerto dei Subsonica, organizzato dal festival di Radio Sherwood, a Padova. E poiché i Subsonica sono effettivamente bravi, coinvolgenti e carismatici e soprattutto fanno ballare e deliziano in generale, sono andata a vederli. (Oddio, i biglietti però da Coin non li vendevano più, ho aspettato un sacco girando sotto la canicola, per poi capire che conveniva andare all'avventura).
Verso sera è toccato aspettare un altro po', si è scatenata una grandinata che è andata avanti per un quarto d'ora, genere la fitta sassaiola dell'ingiuria. Poi pioggia tropicale, e temperature finalmente più gradevoli. Le mie piante in terrazzo sbattute come le palme in Florida, durante gli uragani, poi il sole ha fatto di nuovo brillare le loro chiome verdi e loro vezzose hanno rialzato la testina, pettinandosi.
Insomma, si va.
Al festival c'era la solita aria da raduno nostalgico- sentimental-hippy, con i vestitini bracaloni in terital, le bragozze orientali che ti trasformano il culo in una motonave, un sacco di collane (bellissime, in verità), i macina-erba con sopra la foglietta lanceolata, pupazzetti voodoo e onesti manifesti inneggianti alla libertà d'opinione e alla libertà in generale, sacrosanta. Il profumo dolce e speziato permeava l'aria, malgré le visite occasionali di annoiati finanzieri che avevano probabilmente altri progetti per la serata. La bella atmosfera si completava col delizioso profumino di kebab, frittini e porchettari, appunto. Io personalmente mi sono spanciata di verdure fritte e olive ascolane (il fegato sta ancora porconando).
Ad ogni modo, dopo un' attesa spasmodica e interminabile, titillando deliziosamente la nostra pazienza, i Subsonica hanno dato il via alle danze. Ora immagino che molti amino, come me, i concerti per via di quella meravigliosa possibilità di perdita dei freni inibitori (io personalmente preferisco essere lucida per andare fuori, non prendo niente per acuire le sensazioni, francamente il mio cervello fa tutto da solo, ed è anche bravo. Se non sei in grado di uscire da te stesso senza mappa, è meglio lasciar perdere), e questo concerto non ha tradito le aspettative. All'inizio c'erano probabilmente dei pezzi nuovi, il cd loro nuovo non l'ho sentito e quindi mi sono limitata ad ondeggiare per scaldare i polpacci.
Però poi quando hanno suonato cose familiari, tipo "Colpo di pistola", "Aurora sogna" o "Disco Labirinto", in quel momento abbiamo iniziato a vibrare tutti insieme, e la tastiera futurista di Boosta che danza e ruota e lo segue come una donna pazza persa in un amplesso senza redenzione ci ha fatto muovere come ossessi. Dioniso è un dio potente, in verità. I cristiani lo hanno preso a modello per il diavolo, tanto per dirne una, ma mi è sempre sembrata una grande ingiustizia. In fin dei conti non fa che estrinsecare un considerevole aspetto degli esseri umani, la volontà di voler uscire dai confini ristretti del corpo, per approdare alle lussureggianti spiagge dello spirito, e quindi perché tagliargli le gambe? Solo perché come deità viaggia in autostop anziché in business class, non vuol dire che sia inferiore.
Piuttosto vicina alla cassa sentivo i bassi rimbalzarmi direttamente contro il cuore, regolarmi i battiti, scandirli. Come essere ancora nell'utero materno, con l'orecchio attaccato al muscolo che non dorme mai, dopo che l'inquilina del piano di sopra ha fatto il pieno di ecstasy e lascia le briglie sciolte sulla schiena del destino. C'è stato un momento in cui ho davvero perso i confini e mi sono sciolta, diventando movimento puro, vibrazione, sospensione della materia. E' esplodere e riaggregarsi, molecole che si stringono le dita per un attimo, si allontanano e poi si rifondono. E' come essere fatti d'acqua.
Con "Depre", alla fine, lunga lista di farmaci-aiutino per i tempi difficili, ondeggiando ci siamo salutati. Un concerto è un rapporto sessuale, si sa, con la moltitudine: il frontman Samuel si muove sexy, sembra fatto di pongo, si scatena e scatena ardori femminili, eppure in definitiva è un ragazzo normale. Che parte lento e cauto per conoscerti, ma sa dove toccarti perché succeda l'inevitabile, al quale poi si arriva tutti insieme, in un sollievo finale intenso e necessario, quando il corpo ti chiede pietà perché ne ha avuto abbastanza.
Proprio sulla fine una pioggetta leggera ci ha bagnati, fina come farina, e meno male perché mi sentivo scottare come una strada del Texas in un romanzo qualsiasi di Joe R. Lansdale.
Sabato relax perché mi sembrava di avere fatto una gita in una betoniera, e mi facevano male parti del corpo che non sapevo nemmeno di avere.

lunedì 13 luglio 2009

Quello che le donne invidiano

Ci sono cose che invidio, degli uomini, lo ammetto. No, Nonno Freud c'entra poco, non rosico per niente di anatomico (dai, ragazze, perché dovremmo? Sarebbe come ciccare per i vestiti nelle vetrine, se un vestito ti piace, entri e provi a vedere come ti sta, poi, casomai).
Invece un film carino che ho visto qualche giorno fa, "Una notte da leoni" (ma il titolo originale è più bello, "The Hangover", ovvero il doposbornia, quella meravigliosa terra di nessuno cerebrale che ti circonda materna il mattino dopo una notte di stravizi, quando il cervello è ancora a bagno in un mare di gin, vodka, Martini e lime. Quando, letteralmente, non sai nemmeno di che sesso sei) è riuscito proprio nell'intento di farmi desiderare un radicale cambio di prospettiva, di abiurare insomma la mia dolce e magnifica femminilità in cambio della vacanza all male dedita al cazzeggio puro (le donne non sanno cazzeggiare bene come gli uomini, è scientifico. Ci ubriachiamo anche noi, probabilmente finiamo col fare sesso con qualcuno che non guarderemmo nemmeno se tra noi e lui ci fosse un microscopio e lui fosse tra due vetrini, però in linea di massima non riusciamo a svaccare con la squisita eleganza buzzicona dell'altra metà del cielo, e magari finiamo a smaltarci le unghie, a guardare "Fiori d'acciaio" per la centesima volta e a parlare di Lui, che ci ha rubato ancora una volta il cuore, il maledetto, e non solo. Ci frega il sentimentalismo, ecco.
Ma comunque, dicevo, il film racconta l'addio al celibato organizzato da un paio di amici per il nubendo amico, un ragazzo dolce, pulitino e carino, insomma il sogno di ogni madre e suocera. I ragazzi partono per Las Vegas (terra di sogni e di chimere, piena così di capinere dalla chioma bruna, etc etc), e la brigata si porta dietro anche lo scoppiatissimo fratello della sposa, un freak da primo premio. C'è il padre di famiglia, l'americano solido come una quercia e con l'occhio verdazzurro cangiante d'ordinanza, e si capisce che è anche il più papabile a cornificare la moglie appena messa la seconda, e girato l'angolo. E poi c'è il dentista bruttino ma d'animo gentile con una virago per morosa, una occhialetta che lo mena pure (ma me lo sono meritato, dice lui), una tizia che conferma la teoria che i denti non si trovano solo in bocca. Qualche cliché ci scappa, è pur sempre un regista maschio.
Ad ogni modo, i nostri eroi sono belli freschi e docciati e pronti per la notte brava a Vegas, salgono sul tetto del lussuoso hotel e brindano con l'amaro. Dopodiché, è il buio.
Il mattino dopo li vede infatti divelti come pali della luce dopo un tornado e disseminati qua e là per la stanza, messa a ferro e a fuoco. Un'apocalisse. Uno è senza mutande, tracolla e travolge lattine e suppellettili, uno è senza un dente, uno ha un bracciale di ricovero all'ospedale. Il futuro sposo è scomparso. In secondo piano, una figura femminile taglia l'angolo, filandosela all'inglese. Il problema è che nessuno ricorda niente, quindi non sanno nemmeno spiegare perché nel bagno ci sia una tigre che ha voglia di fare colazione, o perché nello sgabuzzo ci sia un bambino, e una gallina che gira becchettando. Quindi la storia vede lo spettatore all'oscuro di tutto esattamente come i personaggi, che cercheranno di ricostruire gli eventi onde fare luce su quello che è successo, e soprattutto riuscire a trovare lo sposo prima della cerimonia, prevista per il dopodomani.
Nel frattempo le cose si ingarbugliano sempre di più, i tre smemorati scoprono di essere tornati all'albergo con una macchina della polizia, che nel bagagliaio c'è un cinese nudo e incazzatissimo, che un matrimonio è stato celebrato in una di quelle assurde cappelle che hanno lì, che Mike Tyson li aspetta in camera al loro ritorno, incavolato perché gli hanno portato via la tigre. La spiegazione per il loro essere Fate Smemorine risiede nel drink offerto dal futuro cognato, che credendo di squagliare nell'amaro un zinzino di affidabile mdma ha invece sciolto una roba chiamata rufis (più o meno, non ricordo, ah ah) una droga da violenza che lascia la vittima con un leggero buco mnemonico. Errore da pusher pirla, in definitiva.
Mi fermo qui per non guastare la visione.
Intendiamoci, non è Fassbinder, ma francamente chissenefrega.
Amicizia maschile che vince sempre, il ritorno alla bella sposina fiduciosa, gli americani amano i finali giusti e rassicuranti. Però c'è di buono che questo film è anche sgarbato, stronzetto il giusto e un sacco volgare, e mi è piaciuto.
I macelli sfracellosi compiuti dal quartetto vengono resi noti solo sui titoli di coda, dopo che è stata fortunosamente recuperata la fotocamera, da sotto il sedile della bella macchina del suocero, distrutta. Non sono immagini che un'anima bella possa contemplare in serenità.
Ecco, poi a casa ripensavo, mah, piacerebbe anche a me partire e combinare i disastri, ed eccedere, e fare cazzate grandiose, e arrivare tanto così al punto di rottura, all'abisso, al Nulla. E nel frattempo, divertirmi come una matta, con le mie amiche matte che non avrebbero paura di niente, nemmeno di buttarsi nel fuoco per me, e io per loro. Forse è questo che ci frega, a noi femmine. I maschi si dissipano più facilmente, il testosterone li rende probabilmente convinti di essere fatti di titanio, e che avranno la meglio su tutto, e che comunque vada sarà bellissimo. Le femmine invece ci provano a fare le cose pericolose, ma i preziosi ovetti che portiamo dentro di noi tintinnano minacciosi, come animaletti di vetro sulla mensola, e scuotono i capini e dicono, no no, non devi. Noi siamo più importanti.
E la nube di estrogeni ci avvolge mentre piangiamo su "Fiori d'acciaio", per la centesima e una volta.
Sarà per un altro viaggio.

mercoledì 8 luglio 2009

E invece no

E invece direi che è meglio tornare alla vecchia strada perché il carattere piccolo era più carino ( e poi perché Caterina mi ha scritto e ha detto, ma come????che è sto carattere per gli orbi????;))
Un accidioso doc scrive lentamente, si gusta le parole, è discreto come un topino, mai faraonico.

lunedì 6 luglio 2009

Things Change

Ho deciso di scrivere con un carattere più grande perché ci stavo perdendo qualche diottria.
Primi segni di presbiopia, temo.
Che ci volete fare, sono un'anziana.

Tanto per cambiare, un avvocato non da accoppare

E per fortuna in questo deserto estivo (sono una di quelli che pensano che dal canone dovrebbero scontarmi tre mesi, io non le voglio vedere per la centesima volta le repliche di "Un medico in famiglia") qualcosa mi viene messo sul piatto. Ci registriamo e vediamo "Eli Stone" e in qualche modo mi ci sono appassionata. Sono sempre stata un po' scettica riguardo ai serial con gli avvocati protagonisti (che ci volete fare, vivo gomito a gomito con loro, li fiuto, li scovo, è un rapporto di amore-odio perlopiù), e infatti Ally McBeal non l'ho mai guardato, mi sono stufata subito. E' impossibile sopportare il paragone tra la loro realtà (avvocati americani con parcelle da 500 dollari l'ora) e lo studio legale mio dove se va bene la vedova Masaniozzi mi cala 200 euro di acconto che mi dovranno bastare per circa un anno, tra marche, contributi unificati, notifiche e diffide. I miracoli, ci devi fare, con quei soldi. Ora, pur non avendo studiato legge ma avendone appresa un po' per osmosi, mi rendo conto che se i dottori hanno sempre quella luce argentea che risplende sul loro capo, e infatti chi non si appassiona alle loro vicende strazianti ed altruiste? (io ne vado pazza), gli avvocati d'altro canto ne hanno una tutta loro, spesso però sulfurea ( l'avvocato difende il pappone, l'assassino, lo spacciatore di paradisi,il picchiatore compulsivo di mogli perché comunque tutti hanno diritto ad essere difesi, e bene) e quindi è un po' più difficile, obiettivamente, tifare per loro. A tutti però piacciono gli avvocati alla James Stewart, che difendono il bene a spada tratta, e questo ovviamente ci fa onore (è normale nei romanzi o nei film identificarsi con l'eroe positivo, se preferisci quello che fa a fette la gente ti consiglio di vedere uno specialista). Senza contare che ci vengono le lacrime agli occhi quando fanno un'arringa appassionata e fanno assolvere l'innocente, e tutti diciamo apperò! Che cazzuto quest'avvocatino! E scatta l'applauso.
Eli Stone è appunto un legale che vive e lavora a San Francisco (bellissima, la città degli States che visiterei all'istante) e crede nell'ambizione e in Armani (c'era anche una terza A, credo, ma non me la ricordo più). Appartiene ad uno studio fantasmagorico, uno di quelli con 30 avvocati che occupa sette piani di un edificio strepitoso, tipo. Lusso e boiserie ovunque. Lui è anche il delfino del socio anziano capo, e in più è fidanzato e si spupazza allegramente la di lui figlia, avvocata capacissima e innamorata. Insomma, una vita perfetta. Eli è bravo ma bravo davvero, è l'avvocato che vogliono tutti quelli che hanno un sacco pieno di gatte da pelare. Solo che ad un certo punto, una sera, mentre con la sua bella sta danzando l'eterna danza dell'amore, sente una musica provenire dal salotto, e quando va a vedere lì in mezzo c'è George Michael in carne e giacca di pelle che canta "Faith". Ovviamente, Eli si rabalta dallo sgomento. Anche perché lui è l'unico a vedere le cose. Allucinazioni che iniziano a farsi sempre più frequenti, anche sul posto di lavoro (ogni puntata ha un numero musicale, con canzoni in genere di Michael che danno il titolo all'episodio, ma anche altre che però sono sempre attinenti). Il nostro non sa che pesci pigliare, e così va dal fratello neurologo che purtroppo trova qualcosa che non va, un aneurisma che sta lì, fermo da sempre, potenzialmente letale, in attesa. E' forse questo la causa delle allucinazioni? O Eli è coinvolto in qualcosa di troppo grande e mistico che lo sta usando come mezzo per compiere del bene? Completamente sperso, si rivolge ad un agopuntore che riesce a canalizzare le sue confuse visioni, e a fargli capire come deve agire, dicendo che ogni tot anni Dio invia un profeta sulla terra, per aiutare gli uomini, operando per il bene. Da questo momento in poi, Eli sceglie solo cause apparentemente perse ma bisognose di giustizia, vincendole tutte. Così il bambino autistico a causa di un farmaco pericoloso, o il ragazzo che ha perso la madre per negligenza di un medico cialtrone ottengono cospicui risarcimenti. Ma Eli, per bilanciare il loro karma positivo, inizia ad avere problemi con le sue visioni, che lo spingono a vedere draghi volanti, spiagge assolate dove ci dovrebbero essere i bagni e basta, o aerei che stanno per schiantarsi addosso allo studio, finendo per perdere così la stima di tutti. Decide anche di lasciare la morosa per non complicarle la vita, ma lei continua a stargli attaccata come un paguro alla conchiglia, e si capisce che la storia non finirà tanto presto...
E c'è anche una avvocatina giovane, carina e idealista che stravede per lui, tanto per ringalluzzirci tutti. Chissà come finirà?
L'attore che interpreta Eli è Jonny Lee Miller, una bella faccia strana che ricorda un po' Jack Lemmon.
Quindi, magari come serial non sarà un capolavoro come "Lost" però è piacevole, i dialoghi sono divertenti e le apparizioni di George Michael buffe. Io me lo gusto un fracco, con il ciotolino pieno di semi di zucca, e rido per niente.

giovedì 2 luglio 2009

E ora qualcosa di completamente femminile

Con quest'afa perniciosa la Mama ha preso la sua piccola Fiesta Cayman Blue verde coccodrillo e con la sorella, mamma della Magnifica, è andata in montagna, a Sappada, dove a quanto mi si dice piove a secchi rovesci e girano con le tutone imbottite. Ha detto che stanno da dio.
Qui invece il Martini serale ha vieppiù innalzato la temperatura corporea (sì, lo so che i nutrizionisti consigliano di mangiare ananas, meloni, pesce ai ferri e cereali, e io sono tentata dal goulash e dalla torta al doppio cioccolato...però in effetti è meglio soprassedere, il Martini mi ha colpito alla nuca come una mazza da baseball e, complici le quattro ore di sonno di stanotte, vista l'improvvisa uscita di ieri sera, mi sento un po' stanchina.
Mi trascuro troppo, questo è vero. Il corpo è per me la macchina sfasciona che teniamo all'aperto, sotto la grandine e il sole, e che ci aspettiamo parta al primo giro di chiave. Ma è, appunto, una macchina vecchia, e le magagne cominciano a farsi notare.
Per questa ragione, anche perché violentemente sollecitata a fare qualcosa (come tutto il resto, è ovvio), da tre settimane più o meno scendo dall'estetista che avevo sotto casa (quindi nemmeno giustificazioni, era proprio a due passi, volendo potevo scendere già in bikini, ciabatte e accappatoio, fregandomene della gente al bar).
La prima volta che ci siamo viste mi ha fatto subito una bella impressione: piccolina, bionda, minuta, la voce calma, usava un sacco la parola "olistico" che, come un mantra, mi ha messo al tappeto. Mi sono messa d'accordo per un po' di massaggi che dovrebbero abbattere le mura di Jericho della mia cellulite, anche se la vedo male, un zinzino di lampade (lo so che fanno male ma tranquilli, faccio dieci minuti con la protezione 30 ed esco più chiara di prima, praticamente fosforo puro) e ohimè, purtroppo purtroppissimo anche per una bella scerettata generale. Ora, è chiaro che i peli sul corpo sono l'ennesima conferma della nostra splendida animalità, e un punto a sfavore per i creazionisti (quale Dio, infatti, può essere tanto crudele da innestarci addosso miliardi di peli sensibilissimi al dolore, e poi pretendere che siamo fatti a Sua somiglianza? Non ci credo che l'abbia fatto apposta, a meno che non ci volesse pelosi come cani spinoni, e nel mio mondo la cosa mi può anche andare bene.) Però per gli altri esseri umani no, gli uomini vogliono cosce setose, polpacci soffici come neve, a nessuno piacciono le miriadi di puntini neri e duri come la paglietta che spuntano dappertutto, e più li rasi, li strappi e li tosi, più si incattiviscono. Quindi ho deciso per la mano di un'esperta, una volta ogni tanto, rendendomi conto che in certe zone non me li potevo strappare di mia volontà affatto, a patto forse di ingurgitare un paio di Becks e tre Martini (ma a quel punto non ci avrei giurato sulla mia famosa mano da chirurgo, né sui risultati brillanti).
Quindi, la parte dei massaggi con gli oli è stata grandiosa, non c'è niente come un essere umano che ti impasta sapientemente, tutto il corpo fa oooh e aaah, e il tuo cervello fluttua in un mare di gaie endorfine.
So che molti uomini si fanno la ceretta: i motivi mi sfuggono, un po' come uno che pur potendo stare bene e a suo agio così com'è, decide di maciullarsi le animelle volontariamente, sua sponte. Immagino che togliere i piccoli bastardi ancorati col masticione testosteronico sia anche più duro, e non vi invidio, credetemi. Chi lo faceva?, i nuotatori, ovvio, gli spogliarellisti, e poi chi? Categorie striminzite, comunque. Mica la massa. E invece tanti maschi si depilano il petto (argh), più sotto (argh argh) in un impeto di autolesionismo che ci fa sfigurare, noi fanciulle. Se mi volete depilare tutta, gente, vi conviene spararmi il narcotico da elefanti, perché non me ne andrò senza combattere, e porterò un paio di voi con me.
Ad ogni modo, certe zone delle gambe presentano un dolore sopportabile, insomma, non è come farsi trapanare un molare cariato, dai. Si resiste. Ma quando la cera calda (e quando dico calda, intendo proprio molto calda) ti viene spalmata vicino a certe zone che notoriamente sono tenerine e sensibili, e la striscia di carta ti viene attaccata, si sente il don don della campana a morto. Poscia, si ode lo straaap, e il dolore, acuto, bruciante, che parte da metà corpo e quindi impiega appena appena un soffio ad arrivare al cervello, però potenziato da una cinquantina (alla volta) di recettori del dolore che urlano come pazzi in simultanea, ma che ca...di male, osteria!, ti pervade tutta nella sua nauseante complessità. Il bello è che viene ripetuto un casino di volte, e ogni volta la pelle, quando la guardi, ha un colore allucinante, hai visto ferite così solo in ER e Dottor House. Non puoi ovviamente tirarti indietro, non puoi piangere, non puoi chiamare tua madre. La ceretta esige lo stoico sorriso che le donne si stampano in faccia da secoli, quello che ci ha permesso di sopravvivere malgrado tutto, come i licheni. Io, al primo strap (e alla prima porconata interiore) ho detto "ahi" secca e fredda come Daniel Craig in 007, quando gli iniettano una microroba spia dentro il braccio, con un pistolone siringa che solo a guardarlo ti tremano i polsi. Però lui ha proprio gli attributi come un comodino, non fa un plissè. E io mi ci sono ispirata, e intanto pregavo il santo misconosciuto che si occupa dei dolori all'epidermide, se c'è, di intercedere, di tenermi una mano sulla testa, e già che c'era ovunque, in modo da lenire tanta barbarie.
Alla fine ero tutta un punto rosso, pulsavo come una stella morente, e mi rendevo conto, sgomenta, che tanta sofferenza era insensata. Tempo due settimane li avrei incontrati di nuovo tutti, quei piccoli bastardi, vivi e scalcianti, rinati, immortali come zombies.
Oggesù.