lunedì 30 marzo 2009

Poteri

Questo è un episodio divertente, capitato un paio d'anni fa, ragion per cui lo racconto lo stesso anche se è vecchio come il cucco.
Orbene, era il periodo prenatalizio, tempo adorato, pieno di regali, di dolci attese e di mercatini su su, nelle fredde città del nord. E così ci eravamo organizzati, con una coppia di amici, Ramona e Dagoberto per un giro veloce in giornata a Bolzano, per visitare i famigerati mercatini di Natale, quelli che d'inverno causano code a mo' di tangenziale sulle strette strade imbiancate e con i pini incicciottiti di neve.
Il tempo era bello davvero, sole e freddo intenso, l'aria gelida ti faceva venire le papottine rosse come Heidi, l'atmosfera era un gagliardo scampanellare, sembrava in definitiva il set del "Grinch", con i Nonsochi che si sbaciucchiano a tutto spiano. La città era intasata dai visitatori (toh! quanta gente ha avuto la stessa idea nostra, e di sabato, perdipiù!) e quindi ci sembrò un autentico colpo di fortuna trovare parcheggio in una zona vicina al centro, sotto la ovovia che portava su alla montagna.
Iniziammo a girare e a goderci la giornata, tra bancarelle, dolcetti alla cannella, cioccolate fumanti, risate, insomma un paradiso di godimento, la giornata perfetta come la canterebbe Lou Reed (magari più allegra, però). Alla brigata si unì un'amica di Ramona che già si era fatta un paio di giorni a Bolzano e che sarebbe tornata giù con noi. Aveva fatto una mini vacanza da studentessa, dormendo all'ostello.
Al decimo vin brulè, sufficientemente carburati e satolli d'emozioni, ci recammo spensierati e ridenti al parcheggio onde recuperare la macchina (di Dagoberto, guidava lui infatti). Era già buio, decisamente freddo, il dicembre mordeva le mani nelle muffole, la strada un po' lunga ma confidavamo nel traffico ridotto, nel viaggio in compagnia, e ridevamo, ridevamo...e poi zacchete, la sorpresina kinder.
La macchina ci sorrideva beffarda, rinchiusa nel parcheggio da un cancello bloccato da un lucchetto grosso come un canederlo. Avreste dovuto vedere le nostre facce. Impalliditi nel buio, con il panico che montava dentro come panna, a chiederci dove, dove avevamo sbagliato ( tipo a non leggere il cartello che informava gentilmente in quattro lingue che il parcheggio alle 18 chiudeva). Fatale errore.
Mentre la componente virile della compagnia partiva in avanscoperta alla ricerca di una via di fuga alternativa, io telefonavo in preda all'isteria alla Mama la quale, per tutta risposta e tenendo fede al suo leggendario sarcasmo, mi rise sguaiatamente in faccia per una decina di minuti suggerendo che, se proprio era necessario, sarebbe venuta a prendermi. E lo diceva ridendo. Aumentando il ritmo dei miei improperi, aumentavano le risate. Quindi mi diedi una calmata e a mente fredda mi resi conto che stavamo tutti per morire di ipotermia. Salutai la Mama per quella che, credevo, fosse l'ultima volta.
Tornata la minitruppa con la ferale notizia che non vi era modo di cavare la macchina da dove si trovava se non tentando un Fosbury oltre il cancello, e interrogati alcuni gentili residenti che confermarono come esso venisse abitualmente sprangato di notte visto che il parcheggio lo usavano solo quelli che tornavano in montagna con l'ovovia, dato che ci abitavano ( e aggiunsero, ma il cartello non lo avete letto?) per tornare giù la mattina a lavorare in città, appariva ormai evidente che eravamo condannati. Ed è rimasta celebre una mia frase "non posso restare qui! io non ho le mie creme!"(cosmetiche, non mangerecce) dopo che qualcuno aveva suggerito di dormire in stazione fino alle cinque e poi tornare alle sette per recuperare il sospirato automezzo. La frase fu accolta, e non stupisce, da risa isteriche.
Una ridda di ipotesi si presentava alla mia mente: spingere Dagoberto sotto una macchina per acciaccarlo non troppo seriamente e farlo ricoverare in ospedale dimodoché avessimo tutti un tetto sopra la testa (chi caccerebbe infatti moglie e amici affranti?); in alternativa danneggiare gli arredi urbani in modo da farci portare tutti in questura e risolvere la faccenda in qualche modo. Giuro che questo era il tenore dei miei pensieri.
Uno spiraglio si aprì quando l'amica di Ramona suggerì di ritornare all'ostello, e di tentare la sorte, confidando in una stanzetta per noi cinque, pigiati come proverbiali sardine. Ovviamente, il ragazzo dal pesante accento teutonico smontò subito le nostre fragili aspettative (guarda caso, Bolzano era zeppa di gente come Las Vegas durante il congresso delle spogliarelliste), ma gentilmente ci accordò il permesso di dormire sulle sedie della saletta comune almeno fino alle 4 di notte, quando smontava il turno e arrivava il collega che ci avrebbe messo nella neve. Poi potevamo andare in stazione a scaldarci e a farci sbeffeggiare dalle FS. Dagoberto lasciò comunque il cellulare, nella remotissima ipotesi di una disdetta dell'ultimo minuto.
E qui entrano in scena i miei misteriosi poteri.
In una pizzeria carina ma che ci vedeva commensali depressi e nervosi, pronunciai rivolta a Dagoberto queste parole:"fammi concentrare, e farò in modo che stanotte tutti noi si dorma in un letto caldo. Fammi solo concentrare". Poco dopo, il cellulare suonò.
Mentre osservavamo il volto di Dagoberto che si rischiarava come una giornata d'aprile dopo l'acquazzone, vedevamo anche la perplessità nei suoi occhi. Infine, ci disse che il ragazzo dell'ostello, piuttosto incredulo di suo, gli aveva comunicato che una stanza da quattro si era liberata e, visto che una comitiva di cinque persone aveva dato buca all'ultimo, c'era pure un letto per l'amica, se si accontentava di dormire con altra gente. Devo ammetterlo, non pensavo di riuscirci così bene. Ci ho messo pure un pizzico di gentile altruismo per una che vedevo per la prima volta.
Saltellando verso l'ostello, e con la prospettiva di un sonno ristoratore orizzontale e non semiverticale (ma soprattutto non foriero di morte per congelamento) che ci ringalluzziva, Dagoberto mi disse "beh, che coincidenza." Però non era convinto.
Al mattino avevo comprato anche un pettine, carino, non avevo idea del perché l'avessi fatto, ma...è tornato comodo.
Ogni tanto tiriamo fuori il discorso e ci mettiamo a ridere, perché quella notte abbiamo dormito vestiti, accampati comunque alla meno peggio, i ragazzi alla mattina con le barbe lunghe, le ragazze con i faccini sbiaditi. Però abbiamo riso così tanto, sembravamo ragazzini in gita, abbiamo fatto tanto di quel casino da tenere svegli quelli delle stanze vicine. E siamo crepati dal caldo.
D'altro canto Dagoberto ipotizza che sorte sia toccata alla compagnia di cinque che improvvisamente si è smaterializzata...pensa ad un'infelice intossicazione collettiva mentre, cantando, stavano andando in macchina a Bolzano. E poi aggiunge, i tuoi poteri.
Questa è una storia vera.
Però è stato divertente, dai.

giovedì 26 marzo 2009

Sogni americani (e dormite italiane)

Mi chiedo come faccia la gente che staziona nell'enoteca sotto casa mia, al momento presente, a tirare le due, e siamo a giovedì. E poi i giornali scrivono di questa generazione che dorme poco e male, che addormenta precariamente il cervello davanti all'azzurrato universo di pc e mac, e al mattino si sveglia con tre ore di sonno sul groppone e via a fare danni nel mondo. Quando non passa la serata con una sfilza di bicchieri di vinello, uischetti, ginvodchette e red bull come se piovesse. ma come fanno... e io che sono qui, col plaid drappeggiato sulle ginocchia, il corpo che imperiosamente mi tira verso il letto, la mente con pensieri sempre più nebulosi (e, almeno stasera, giuro che sono sobria come un giudice...). David Sedaris ha una gustosa, personale e illegale ricetta per dormire bene. E non è melatonina.
Sarà la crisi, la grande colpevole dell'inverno del nostro malcontento, sarà il mio carattere che procede a colpi e periodi ( e in questo mi sono fatta orsetta più che mai, esco poco e sto bene nel bozzolotto anonimo della mia vita, le robe eroiche me le riservo per la prossima incarnazione, mi limito a vivere per procura leggendo le vite degli altri), però lo ammetto, sto bene in divano, a gustarmi CSI (Las Vegas,mi raccomando, gli altri sono i discount dei telefilm, invece tutto questo deserto, le luci notturne, la città più violenta d'America...eh, sì, con CSI è proprio amore a prima vista. E i serial sono più puntuali degli uomini, se dicono alle 21, alle 21 ci saranno. Salvo palinsesti balenghi (ma io registro tutto, toh, e sono veloce, toh toh, e non mi fregate, signori pubblicitari).
Ma poi torno al blogghettino, alla creatura di parole e sangue che mi guarda e mi chiede perché non la prendo in braccio più spesso...è solo che in questo momento mi sento come una pietra in mezzo ad un torrente, sotto il sole, in montagna, calda, asciutta, immutabile. Inscalfibile, diciamo. Tutta illuminata. Non male, come sensazione. Ma passerà, passa sempre.
Sabato ci siamo gustati "Gran Torino" con nonno Clint grinzoso come una sequoia. Siamo andati con la Ale e Billo, e direi che il film è piaciuto a tutti.
Walt Kowalski ha fatto una vita alla catena di montaggio della Ford, ha fatto la guerra in Corea ed è stato l'unico del suo plotone a riportare la pellaccia a casa (e una gagliarda medagliotta lo testimonia, ficcata in un baule). Con certe scene mi viene in mente la poesia di E. L. Masters, quello di Spoon River. Un giovane soldato americano racconta (sulla lapide) cosa è stata la guerra, con tutto l'orrore ovvio che ne segue. E alla fine dice più o meno che sulla sua tomba ora c'è una bandiera. E lo ripete un'altra volta, una bandiera! (Io ho l'animo del disertore, poco, ma sicuro).
E insomma Walt rimane vedovo, e inizia a ringhiare. Ai figli con Suv orientale scintillante, ai nipoti da rosolare nell'acido, al pretino che, in tutta franchezza, della vita non capisce una beata mazza. Walt è costretto a vivere gomito a gomito con sé stesso, e sfortunatamente, pensa, con un pasto di "musi gialli" che funestano il suo quartiere, ormai svuotato da wasp, più o meno white e protestant, diciamo, quindi tutta questa bianchitudine dove sarebbe? (Walt è polacco, il suo barbiere italiano,il capo cantiere è irlandese, è l'America, bellezza, ma è pur sempre geneticamente fatta per metà da maniaci religiosi e per l'altra da individui sottilmente sociopatici).
Lui gli orientali li odia proprio, e in loro vede solo il mucchio indistinto da ammazzare a baionettate, come se fosse ancora in guerra.
Solo che la famiglia accanto, di una etnia poco conosciuta, non è male per niente, insomma sono esseri umani carini, con feste, rituali, un po' diversi ma siamo tutti sullo stesso pianeta, che diamine. Walt scopre che il ragazzo introverso e problematico, Thao, e la sua pepata sorella cercano un sostegno, un appiglio, una voce, una spalla. E Walt (che Dio m'aiuti! ho più in comune con questi maledetti musi gialli che con quei depravati dei miei figli!) diventa mentore, difensore, rispolvera il vecchio ferro e punta la pistola come Callaghan, per servire e proteggere, e non fa ridere per niente. Il quartiere è una polveriera, ma il vecchio ringhioso mette un po' d'ordine nel casino generale, insegna un mestiere (carpentiere, e in questo Walt è l'homo faber in un mondo che butta via e sciupa) al giovane che non sa che fare delle sue mani, se tenerle oneste o se usarle per uccidere, come il letale, sbandato cugino che tenta di irretirlo, di "proteggerlo", falsamente. Il vecchio nonno Clint, repubblicano dall'occhio d'acciaio, a fessura, inquadra armi a più non posso, ossessione americana, e forse c'è un piccolo rimpianto perché le armi sono l'unico dialogo in una terra ancora di frontiera, che parla poco e uccide molto.
Solo la conoscenza, l'incontro permettono agli esseri umani di migliorarsi, di vivere in bellezza e pienamente. Il resto è fuffa, è niente.
La "Gran Torino" scintilla sotto il sole, poco guidata, molto amata, alla ricerca di un proprietario come Walt. Il quale sa che quel sangue da troppe sigarette che esce dai suoi polmoni a piacimento non è un buon segno, e che la strada per risolvere i problemi di quella che è diventata la sua nuova, vera famiglia è in salita, da Golgota. Il vecchio nonno Clint diventa pacifista e immagine di Cristo, alla fine? Mi è piaciuto pensarla così, specialmente la domenica mattina, mentre mi crogiolavo sotto le coperte, ripensando al film, inquadratura dopo inquadratura, trovando il tempo per commuovermi un po' con calma, come mi piace fare.
Dopo il cinema una bella birra chiara, fresca e fruttata mi ha ripulito i pensieri, e ciacolando non ci siamo accorti che erano le due, e che i camerieri erano divelti dalla stanchezza. Aprendo una porta abbiamo visto un sacco di biliardi...che paradiso verde e silenzioso. Adesso sappiamo che fare, per un po' di sabati a venire.
O Signur, com'è tardi. Thank God, tomorrow is Friday...

lunedì 16 marzo 2009

Era anche ora!

Lo so, spinta dal mio inesorabile ottimismo mi spingo a dire che la primavera è qui tra noi, leggiadra fanciulla che danza ogni anno, sciogliendoci le membra e i cuori, portando a galla la cellulite accuratamente celata da maglioni, panciere e calze 8000den, epperò forzosamente spinta in superficie dal calore che, uscendo all'una dall'ufficio, ci fa arrancare fino alla stazione sotto cappotti, vestiti di maglina e stivali che soffocano il corpo senza pietà...roba da mettersi nudi, tipo lo streaking degli anni contestatari...ma non si può.
L'altra settimana mi sono persa come una farloccotta a guardare un'ape che entrava e usciva dalle violette, mangiandosi tutto il polline che poteva, un po' come facciamo noi passando da un baretto all'altro, e sotto con le tapas come se non ci fosse un domani. Sono rimasta lì dieci minuti seduta sotto la siepe, sotto il sole, a fissare questa robina gialla e marrone che si dava un gran daffare, col profumo delle viole che mi dava alla testa...
Tutti i fiori viola mi fanno impazzire, per profumo e colore (iris, buddleia, giacinti, glicine...), sotto una pergola di glicine potrei anche restare immobile per sempre.
Il fine settimana è andato via tranquillo come miele nel latte, visto "Watchmen" e, vuoi perché adoro i fumetti (oh, graphic novel, pardonnemuà, meglio) visto che sono un mondo parallelo e io amo vivere ovunque tranne che nella grigia realtà, vuoi perché adoro stare al cinema e farmi rovesciare addosso i racconti, devo dire che il film mi è piaciuto, anche se era longo assai.
Il personaggio di Rorschach è fantastico,tutte quelle macchie che si muovono sulla sua faccia bianca sono da brividi, sono tutti superoi sul filo della psicosi, e quando è apparsa Spettro di Seta col costumino in latex i maschi hanno fatto "hhhhh!", come il sospiro della marea...il commento di qualcuno è stato, mi si perdoni la trivialità dell'espressione, "porco zio!"Ebbè, questo è un ottimo motivo per stare lì seduti due ore e quaranta.
Questo succedeva venerdì sera; sabato avevo già voglia di andare a vedere "Gran Torino" di nonno Clint, poi mi sono allegramente spiaggiata in divano a guardare "Giù per il tubo" (che ridere!al cinema me l'ero perso!) e col cavolo che siamo usciti, penso di essermi addormentata appena scoperto l'assassino in Barnaby, con il cuscino a boomerang dell'Ikea dietro il collo che, traditore, mi ha fatto sprofondare in un sonno morbido e tentacolare.
La mia accidia trae nuova linfa dalla primavera, dai suoi primi caldi, dal suo torpore, dai suoi pigri e leziosi fiori di pesco.Zzzzzz.
Restare svegli in ufficio è un'impresa, ve l'assicuro.
Piglio il mio vasetto di miele e come Winnie-The-Pooh...ronfo a oltranza.

lunedì 9 marzo 2009

Come riciclare le icone sexy degli anni '80

Il sabato ti raggiunge trafelato, e ti spinge ad uscire, per quella cesura rituale fra i giorni "lavorativi" e quelli edonisti ( e perciò ai miei occhi, davvero reali). Perciò ci mettiamo su il faccino elegante da sabato, il vestitino di lanetta verde bosco "buono" che ci fa sembrare più femmine, e andiamo a vedere un film che non dovrebbe piacere più di tanto alle donne, e invece è bello un fracco, "The Wrestler".
Direi che l'essenza del film è tutta nella prima inquadratura di Mickey Rourke, seduto di spalle, dopo il combattimento, mentre si toglie dalle braccia il nastro di protezione, lento, con la testa un po' china. Ecco, è lui, è il film, perfetto. Ti sembra di sentire i suoi pensieri, e quelli di Randy "The Ram" Robinson, lottatore molto "up" nei gloriosi ottanta, ma adesso dalla vita decisamente in malora. Ti sembra di sentirlo pensare, come ho fatto a buttare tutto nel cesso così, e a tirare spensieratamente lo sciacquone? Ce lo ricordiamo tutte, noi thirty-something, lo squilibrio ormonale indotto da quell'abominio (cinematograficamente parlando) che è stato "9 settimane e mezza", no? Io ero al liceo, e mi ricordo ancora i commenti nostri durante l'ora in palestra, quando ci pigliava un frisson tremendo pensando alla scena del tavolo, e tutte a dire, ma come può un uomo farti cose del genere???che schifo! (sì, certo, coerenti, eh, ragazze?), piene di progesterone fino alle orecchie...in realtà Mickey era davvero un regalo di Dio al genere femminile, bello e carogna e traditore, il massimo. Aveva il visetto di un angelo, e il cuore di un demonio. Ohimè.
Non è mai stato un attore scespiriano, però vuoi la vita ruvida, il carattere non proprio vellutato, la moglie all'ospedale, il maledettismo, insomma, poteva davvero tanto, ma ha deciso di farsi massacrare con la boxe, decisione legittima, il corpo era il suo, e di mandare tutto a catafottersi. Probabilmente io che non mi farei toccare nemmeno con un tulipano stento a comprendere perché gli uomini si menino sul ring, e di gusto, sputando denti tutt'intorno e vedendo rosso per settimane, e immagino che la ridotta presenza di testosterone al mio interno lo spieghi plausibilmente. Ad ogni modo, se questa vita randagia ha prodotto tanta dolce tristezza, tanta nostalgica amarezza sul volto (chirurgicamente e strategicamente rattoppato) del nostro irlandese, beh, allora va bene.
The Ram, l'Ariete, è un combattente in un mondo vigliacco che ama il sangue altrui e i denti altrui che schizzano, ma con pochi attributi di suo. Un mondo che forse è molto più violento e falso di un mondo fintamente violento, dove tutti comunque si abbracciano e si rispettano (comunque va detto che con tutte le botte che si danno i wrestler campano poco e invecchiano male forte). E il suo cuore è acciaccato per via dei maledetti steroidi, e sembra di vedere sottopelle gli organi del vecchio Mickey, la coca che scorre nel sistema venoso, a braccetto con l'alcool, in effetti non dà l'idea di essere un seguace dell'ayurveda. Speculare del sé attoreo, lo vediamo tenero con le donne, ma violento in un attimo, arrembante con la spogliarellista avvizzita Marisa Tomei, nel loro tentativo di creare un rapporto non solo fisico (entrambi sui propri corpi decadenti ci campano, ma male) eppure spaventati a morte, come se in questo ostile e ventoso New Jersey che li ospita ci fosse qualcosa da perdere.
Le lacrime di Rourke mi hanno commosso, un po' perché gli uomini perdenti hanno più fascino dei dentuti caimani con vestito a righine che fanno risplendere tutto il falso dell'anima, specialmente quando parla con la figlia bella e dolente eternamente scordata in un tentativo tardivo di riconquista (vorremmo non amare i figli, però li amiamo anche di più, quando ci odiano), e molto perché quel viso rugoso, con l'antica bellezza sepolta sotto cicatrici, plastiche facciali, stravizi mi è sembrato umanissimo e vivissimo, il volto di un uomo che sa che la fine non sarà allegra, ma che il motivo per combattere e restare è solo uno, il pubblico, noi. (Lo posso capire quando chiama "frocio" il mio dolce Kurt Cobain, che ha preso la porta e se n'è andato presto, perché la festa non gli piaceva più, e faceva troppo male. E' un'attenuante, sono diversi).
Rourke che balla, inciccito (ma di muscoli, non male) attorno a Marisa Tomei, che scherza vendendo cibo alle vecchiette, che sceglie felpe assurde per la figlia di cui non sa niente...e gli è venuto su tutto con naturalezza. Per forza, è un attore. Non solo. E' uno che ha oltrepassato la parete, e ci guarda vivo e sornione. Lui lo sa.

mercoledì 4 marzo 2009

Ma noi no

Piccola precisazione: malgrado lo aspettassimo, io e la magnifica NON andremo al cinema a vedere "I love shopping". Lo so, adesso voi direte, hai fatto bene a dircelo, stanotte potevamo anche restare svegli per l'ansia, mangiandoci le unghie e tremando come chihuahua. Almeno così pigliamo su la borsa dell'acqua calda e sonni tranquilli.
Ma: 1) Isla Fisher è carina, ma chi è la criminale che l'ha vestita come se fosse uscita da un outlet dedicato ai dipendenti del Circo Togni? Orrore ed abominio, la vera Becky Bloomwood è un donnino di classe, i negozi più scicchetti di Londra sono tutti suoi, e 2) perché a New York???Cosa aveva Londra che non andava??? forse che gli amici londinesi si vestono solo a Camden Town, al mercatino, paradiso di Mods, dark e metallari? Ignorano i dolci tormenti di D&G, Prada e Dior? (A proposito di D&G, il mio amico Silvestro li chiama Docce&Gabinetti. Ih ih.)
Non so come andrà il film, ma il mio portafoglio non scucirà un euro, nemmeno se mi pregate.
Sonni tranquilli anche per regista, produttore e tutta la troupe, penso.

Shopaholic&Cousin

Settimana di gran fermento, questa, apparentemente passata a fare niente, come mio costume, ma di grande lavorio interiore e cerebrale...
Martedì io e la Magnifica (ovvero la mia cugina preferita) ci siamo viste in centro per un giro spirituale ma non solo. Mi spiego: dovevamo pranzare insieme da tempo immemorabile, e finalmente avevamo anche l'occasione di passare dal Santo, in basilica, per una benedizione "alleggeritrice" in relazione a magagne varie (e insomma, un luogo sacro fa sempre bene allo spirito, no?, ti ripulisce dai pensieri negativi, e così via).
La Magnifica è apparsa all'orizzonte, girato l'angolo da via Zabarella, e la prima cosa che ho visto è stata la sua sciarpa fucsia che rendeva tutto il mondo attorno pallidino e sciatto. Le ho scaricato nella borsa i tre mattoni (leggasi libri) che avevo portato in gita apposta per lei,e così gravate come sherpa nella tormenta siamo andate a mangiare in un bel caffè tranquillo in via Roma, a ciacolare. Quest'attività a me e alla Magnifica piace immensamente, visto che la conversazione in genere tra noi scorre fluida e placida come un fiume d'estate. Ci rimpalliamo date, film, facce d'attori e pensieri, come se i cervelli fossero collegati con una miriade di cavetti, e i neuroni cantassero in libertà.
Ed è stato un torrente di parole, mentre andavamo verso il Santo guardando le vetrine, fermandoci a comprare collane e cosine deliziose, guardando tutto e parlando di tutto senza perdere mai il filo come le donne sanno fare (abbiamo i due emisferi cerebrali che lavorano a pieno regime, si sa, e potremmo financo aggiungere un paio di impegni, lavorare a maglia, fare un origami, eccetera eccetera).
A me il Santo di Padova è sempre piaciuto: è immenso, coloratissimo, pieno di voci sommesse, con angoli strepitosi anche dopo secoli, con milioni di persone che cadono in deliquio di fronte agli affreschi e alle sculture. Ecco, se devo dire in quale modo io mi raffiguro Dio, posso solo dire che lo vedo nel talento degli esseri umani, nella loro ostinata ricerca del bello, nella bontà, in un compositore tedesco sordo come una campana che scrive l'Inno alla Gioia (non si può ascoltarla e non piangere, secondo me, c'è talmente tanta bellezza e forza dentro, incredibile che l'abbia scritta un essere umano solo).
E poi la Magnifica mi porta in un angolo, dove c'è un frate simpatico, con i capelli brizzolati e gli occhiali che ci dà la benedizione, e io mi sento bene, come se un peso mi venisse levato dalle spalle...suggestione? Può anche essere, siamo così complicati che possiamo pensare di tutto, ma questo è quello che sento in questo momento. La Magnifica mi porta a vedere anche i tre chiostri dentro al Santo ( e io pensavo ce ne fosse solo uno!), adoro i chiostri, sono così freschi, silenziosi, puoi stare lì a pensare e a guardare la gigantesca magnolia nel mezzo, vecchia di duecento anni, verde e scura ed eterna, benevola come tutti gli alberi, rilassata come un monaco zen.
Insomma, c'è da stare lì un sacco di tempo, ma poi ci ricordiamo che siamo anche donne in carne ed ossa, vive e vegete e che il mondo è la nostra ostrica.
Ed è un putiferio di negozi.
Entriamo da Lush e i nostri nasi vanno in crisi, è tutto tattile, sensoriale, colorato. C'è tutto quello che io desidero da che son viva, saponi, sciampini, cremette, ballistiche che nella vasca esplodono, gelatine che ti lavano sotto la doccia...
E poi Feltrinelli, il Tempio pagano al quale noi due ci votiamo da sempre, sacerdotesse del culto cartaceo. Il profumo della carta, il fruscio delle pagine, e ci piace tutto, e vorremmo leggere tutto, e il mio sogno è restare chiusa dentro una notte, tra i libri, per un'orgia letteraria che potrebbe fondermi i neuroni come burro.
Le piazze di Padova cominciano a riempirsi per il rito dello sprizzino serotino, così la porto in una caffetteria e ci beviamo le cioccolate fumanti, sempre ciacolando.
Ci conosciamo da così tanto tempo, e ci vogliamo un mondo di bene, siamo così simili, ci capiamo profondamente. E' da augurare al mondo intero di avere cugine così, da regalarle al mondo intero, corredate da un bel fiocco. Magari fucsia.
Quando la saluto, salgo sul tram, pieno come un barile di sardine ciccione. Però sorrido e ciacolo con un signore pigiato nella calca con me, e poi parlo con una ragazza rumena che mi ha pestato per sbaglio il piede e non la finisce più di scusarsi. E mi vengono quasi le lacrime agli occhi quando dice quanto è dura di questi tempi, con la gente che la schizza come la peste, in una sorta di apartheid padano (questa donna parla quattro lingue, vive in Italia da undici anni, e si paga tutte le tasse, ed è incazzatissima con i suoi connazionali, ma ci incolpa pure di avere la mano troppo leggera - non lo sapevo, ma in Romania se un tizio ruba una gallina si becca due anni, urca, mi sembrano oggettivamente troppi, e glielo dico).
Mi piace così tanto conoscere altre vite.
Torno a casa, e il mio divanone rosso mi accoglie, come un braccio saldo attorno alle spalle.
E' stata una di quelle giornate belle, perfette, piene come pesche, vellutate.