martedì 4 settembre 2012

Cinquanta sfumature di bianco

Ormai è una lotta senza fine: tentare di impedire al mio vicino gemellino di comprare le 50 sfumature di grigio (il non virgolettato è voluto) è diventata una questione di principio.
Gliel'ho impedito al Pride Village e l'ho rifatto ad Asolo, l'altra settimana.
Voi potrete anche dire, ma fatti i pizzi tuoi, se uno vuole buttare i soldi in discutibile letteratura, che faccia, che ti frega? I soldi se li è guadagnati, che li spenda come preferisce.
Eh, no.
Quando si tratta di libri, scusate, divento tignosa.
Se t'interessa l'argomento pruriginoso (e interessa ad un sacco di gente, cosa umana, lodevole, sana, oserei dire) almeno vai a leggerti qualcosa di solido e consolidato, "Histoire d'O", il Marchese, qualche volume che ti posso consigliare spulciando qua è là, tra gli scaffali.
Non questa piatta trilogia piena di ah e oh e ih, scritta come vengono scritti la stragrande maggioranza dei romanzi oggidì, almeno quelli da un botto di copie alla volta, semplici, pieni di dialoghi che tutti possono capire, con i personaggi sbozzati con l'accetta e paurosamente superficiali.
Non perdono gli scrittori superficiali, no, mai.
Ne parlavo ieri con una ex collega di scuola, lei dello stesso avviso: libri che vendono perché sono predigeriti, ricalcanti il parlato, hemingwayani senza la tempra di zio Ernest, uno che sapeva tagliare ma lasciava, e abbondante, tutto quel che fa di un romanzo o di un racconto una roba con le controballe: il sugo.
Sia chiaro, io comunque mi leggerò la trilogia, presto o tardi, così, per completezza: non sarebbe giusto dire peste e corna di un libro e poi non subirne le conseguenze, da un punto di vista squisitamente karmico. Non assicuro che arriverò alla fine, ma comunque ci proverò.
L'importante è spezzare i sogni degli altri, è ovvio.
Fare la scassamarroni snob di sinistra, sempre, che non legge quello che legge la massa, pur facendo finta di adorarle, le masse. Il punto è che le masse sono un sacco di gente, il loro difetto principale.
Sbriscio via con disinvoltura dal pantano (più o meno) per ridacchiare con le mani sulla bocca sulla storia che appassiona al momento la piccola Padova, ovvero il contratto tra un marito e una moglie di seguito indicati come il Padrone e la Schiava.
Ne avrete letto sui giornali nazionali, non so se ne hanno parlato i tigì, bòn.
Uno incontra una, si piacciono, si mettono insieme. Lui le fa firmare un contratto per cui lei si impegna a soddisfare ogni minuzia sessual stramboide gli venga in mente, senza piantar mai casini e rognare come fanno le morose medie. Insomma, per il sadomasobondage tipo lei è una schiava, non si diverte mai, si diverte solo lui. Oh, legittimissimo. A questo mondo uno gode come preferisce, è sacrosanto. Se i due sono adulti, sanno quello che vogliono e non fanno male a nessuno, che facciano. Lui, si dice, è un maestro dello Shibari, sa legare la gente mettendo i nodini delle corde nei punti giusti, è una forma di arte giapponese, i giapponesi, si sa, sono fantasiosi (vedi l'origami e l'ikebana, con la carta e i fiori fanno i miracoli, pensa col resto).
Destino però vuole che nel frattempo lei si stufi di fare il poggiapiedi e lo denunci per stalking, lo molla e finiscono in tribunale. Da questo momento gli avvocati cominciano a dire che il contratto è una bufala, che anche volendo uno non rinuncia ai diritti ed alla dignità, che ci sono insomma un sacco di vizi di forma e che lui deve mollare il colpo. Lui si dice ancora molto innamorato. 
Noi li lasciamo qui, perché ci siamo interessati fin troppo delle loro vite e questa società liquida, come direbbe il buon Bauman, anziano e pacioso, non ce lo permette, ricca com'è di onde, stimoli e bagoli vari sempre nuovi.
Quel che mi preme (non tanto, però questo mi è venuto in mente nel pomeriggio, accontentatevi) è sottolineare la fantastica complessità sessuale dell'essere umano che riesce ad andare molto più in là della mera riproduzione e punto, arrivando a vette cerebrali di piacere che una spugna si sogna. Con l'organo più fantasioso di tutti, il suo sanguinolento ed elettrico cervello, l'essere umano architetta robe meravigliose, riuscendo sempre nell'intento di divertirsi dal principio alla fine, dalla progettazione al risultato (si spera). Oddio, qualche danno collaterale ci scappa. Ma non è colpa del cervello in sé, semmai della scarsa preparazione del portatore del cervello.
La gente, nei baretti padovani, borbotta a mezza bocca riguardo alla storia, criticandola, invidiandola. I giornali si stupiscono, ancora, venendo a scoprire quanti locali specializzati nel settore e nello scambio (non di francobolli) pullulino in zona. La bianca sacrestia d'Italia ha chiuso i battenti, chissà se li ha mai aperti.
E le sfumature di grigio, di rosso e di nero (ah, la perfezione dei colori totali, la loro sacralità, il loro potere) possono vendere perché ti fanno chiedere, boh?, cosa sarà mai scritto, qui dentro? e noi, scimmiette curiose, ci mettiamo i nasetti eleganti dentro e magari ne traiamo qualche ispirazione. Non saremmo quel che siamo senza mimesi.
Perché, ammettiamolo: è una delle cose più interessanti del mondo. E' quella che ci ha fatto arrivare fin qui, bene o male. Quella che possiede tutti i canoni eppure nessuno, che religioni, politiche e società hanno cercato di condannare o di esaltare.
E' il Dio Pan che corre nudo tra i cespugli, ridendo.
E' il dio piccino nascosto dentro di noi che, quando ride, te ne accorgi, oh, se te ne accorgi.


3 commenti:

Luca Adesso ha detto...

Del bianco ti ho già detto, delle sfumature di grigio ci sarebbe molto da dire, non del libro che non ho intenzione di leggere, ma mi vengono in mente altri passaggi, altri libri, altri chiaroscuri, i giochi con le palline in “Soffocare” di Palahniuk, o la brutalità di certi amplessi in “Morte a credito” di Celine, o gli stupri familiari di Thomas Bernhard, o le dissertazioni di Michel Houellebecq ne “La possibilità di un'isola”, o l’autoerotismo de “La pianista” di Elfriede Jelinek, insomma il corpo è sempre un campo di battaglia, di ciò che siamo e di ciò che vorremmo essere, di ciò che sono gli altri e di ciò che vorremmo fossero, dell’asservimento, della libertà, della verità, della quiete e della tempesta, dei fiori e del fango.
(L)

Vanessa Valentine ha detto...

Beh, la scena di "Soffocare", quella con le palline, quando lui dice alla ragazza "ehi, non sono mica un fottuto tosaerba!"...:))))))), ero in ufficio, a leggere ed ho creduto di morire dal ridere! (Quando Palahniuk scriveva bene...ahimè). Celine mi ha sempre indisposto però mai dire mai e Houellebecq mi è piaciuto, per quel poco che ho letto in passato...il corpo e l'erotismo sono materie difficili da trattare e di cui scrivere, forse è meglio togliere e suggerire piuttosto che mettere tutto sul piatto e far fare indigestione alla gente.
Vale la stessa regola del tennis, è più divertente giocarlo che starlo a guardare.:))))
Belle parole, comunque, molto calzanti ed evocative.
Il sesso dovrebbe essere tenerezza e carneficina, la battaglia con noi stessi per capire fin dove possiamo arrivare.

Luca Adesso ha detto...

tenerezza e carneficia... bellissimo... è vero... tenerezza e carneficina...
(L)