Ci sono impegni che ti colgono impreparata (specialmente se impreparata ci sei nata) malgrado la mia non più verdissima età (non sono neanche da imbalsamare, ma non ho ancora appreso come abbinare le scarpe con il vestito, tanto per dirne una...) e quindi di venerdì ho coinvolto nelle ricerche del vestito ficherrimo la mia amica Lulù, con il suo bel pancione di sei mesi, e dopo un sandwiccione in un pub accoglientissimo rispetto alla bufera che imperversava lì fuori abbiamo girato per negozi trovando il niente (o almeno, non il Valentino cangiante e fiammeggiante nel quale mi vedevo avvolta mentre scendevo un ipotetico scalone di marmo, tra l'ammirazione muta e generale. Anche perché pensavo di riuscire ad accaparrarmelo per un massimo di ottanta euro, e questo vi spalanca lo scenario del mio cervello, ovvero un deserto con i cespugli che rotolano).
Mentre questa povera ragazza incinta iniziava ad accusare le prime fitte nelle zone basse e giustamente disertava, tornandosene saggiamente in seno alla famiglia, io rimbalzavo come una palletta da un posto all'altro, mentre il panico montava. Per far prima, mi immergevo e riemergevo dai negozi seminuda, tra un cambio e l'altro. E niente.
Salvo ricordarmi in extremissimo, di un bel vestito lungo fino ai piedi, blu elettrico, proprio da red carpet che la Mama mi ha confezionato sette anni fa, per il matrimonio di una cugina acquisita. Evvualà! Campane a din don dan!
Vestito che giaceva dormiente in un cassetto e che, una volta stirato, era proprio una sciccheria.
Così, con trepidazione, dopo prove su prove in stile Sanremo (incluse le scarpette col tacco, acquistate circa due ore prima di uscire e che si sono ampiamente vendicate per la mia cialtronaggine, mordendomi segretamente il ditone tutta la sera), siamo riusciti ad arrivare fino in Prato della Valle e traballando (io) ad entrare nel mondo dorato delle associazioni che organizzano le serate di beneficenza. Beh, caspita, che spettacolo.
Le signore con abiti di raso scollati, schiene nude, pellicce (orrore! il mio cappottino spelacchiato di h&m aveva paura di finire mangiato...), i signori in abito scuro, incravattati stretti stretti sul pomo d'Adamo e tutti tirati eleganti tra colonne di marmo, luci, stucchi e ori.
Però la serata è stata divertente, la gente era simpatica e tutti si erano dati un gran daffare per organizzare la cena ( il menù comprendeva piatti polacchi, devo dire un tipo di cucina piuttosto alternativa. Buona, ma peculiarissima. Non mi ha convinto del tutto un antipasto a base di grasso di maiale da spalmare sul pane. Eh, mi sembrava di sentire la mia aorta, "ma checcacchio, tanto valeva continuare a fumare, se poi dovevo finire come un tombino ostruito..."). C'è stata pure la lotteria, tanto per cambiare non abbiamo vinto niente (nonostante una spettacolosa aspirante Miss Polonia staccasse con le sue preziose manine per noi biglietti a profusione) ma ormai eravamo pieni di vino, birra e vodka fino agli occhi e potevamo vincere anche un soggiorno premio al santuario della Madonna di Cracovia ed era perfetto uguale.
L'atmosfera da tombolata in famiglia, malgrado figure autorevoli quali consoli e assessori, ci ha messo tutti di buonumore. Ci si sentiva a casa, insomma, ben satolli e rilassati.
Ci ripensavo, tornando a casa sotto una pioggia matta e arricciacapelli (su questo argomento, temo, verterà uno dei prossimi post), guardando la città scivolare lucida come vinile: quante vite conosciamo, quante ancora potremmo conoscere e da queste farci prendere la mano, farci portare in giro. Solo perché è la cosa più divertente da fare nelle notti di pioggia.
Quando il tuo stomaco borbotta "fa presto a parlare lei, il lavoro sporco tocca sempre a me."
E il ditone tira un sospiro di sollievo quando finalmente svelli le scarpe e precipiti sul divano, travolta dalle emozioni della serata e dal mal di schiena.