domenica 30 novembre 2008

La Vanessa va alla serata di gala

Al solito, sapendo che sabato sera mi aspettava una gran soirée con abito da gran gala, venerdì pomeriggio mi sono ridotta a girare come un'ebete per Mestre per lo shopping dell'ultimo minuto, sotto la pioggia ostile e con raffiche di vento determinate a distruggermi. Ma un discorso per volta.
Ci sono impegni che ti colgono impreparata (specialmente se impreparata ci sei nata) malgrado la mia non più verdissima età (non sono neanche da imbalsamare, ma non ho ancora appreso come abbinare le scarpe con il vestito, tanto per dirne una...) e quindi di venerdì ho coinvolto nelle ricerche del vestito ficherrimo la mia amica Lulù, con il suo bel pancione di sei mesi, e dopo un sandwiccione in un pub accoglientissimo rispetto alla bufera che imperversava lì fuori abbiamo girato per negozi trovando il niente (o almeno, non il Valentino cangiante e fiammeggiante nel quale mi vedevo avvolta mentre scendevo un ipotetico scalone di marmo, tra l'ammirazione muta e generale. Anche perché pensavo di riuscire ad accaparrarmelo per un massimo di ottanta euro, e questo vi spalanca lo scenario del mio cervello, ovvero un deserto con i cespugli che rotolano).
Mentre questa povera ragazza incinta iniziava ad accusare le prime fitte nelle zone basse e giustamente disertava, tornandosene saggiamente in seno alla famiglia, io rimbalzavo come una palletta da un posto all'altro, mentre il panico montava. Per far prima, mi immergevo e riemergevo dai negozi seminuda, tra un cambio e l'altro. E niente.
Salvo ricordarmi in extremissimo, di un bel vestito lungo fino ai piedi, blu elettrico, proprio da red carpet che la Mama mi ha confezionato sette anni fa, per il matrimonio di una cugina acquisita. Evvualà! Campane a din don dan!
Vestito che giaceva dormiente in un cassetto e che, una volta stirato, era proprio una sciccheria.
Così, con trepidazione, dopo prove su prove in stile Sanremo (incluse le scarpette col tacco, acquistate circa due ore prima di uscire e che si sono ampiamente vendicate per la mia cialtronaggine, mordendomi segretamente il ditone tutta la sera), siamo riusciti ad arrivare fino in Prato della Valle e traballando (io) ad entrare nel mondo dorato delle associazioni che organizzano le serate di beneficenza. Beh, caspita, che spettacolo.
Le signore con abiti di raso scollati, schiene nude, pellicce (orrore! il mio cappottino spelacchiato di h&m aveva paura di finire mangiato...), i signori in abito scuro, incravattati stretti stretti sul pomo d'Adamo e tutti tirati eleganti tra colonne di marmo, luci, stucchi e ori.
Però la serata è stata divertente, la gente era simpatica e tutti si erano dati un gran daffare per organizzare la cena ( il menù comprendeva piatti polacchi, devo dire un tipo di cucina piuttosto alternativa. Buona, ma peculiarissima. Non mi ha convinto del tutto un antipasto a base di grasso di maiale da spalmare sul pane. Eh, mi sembrava di sentire la mia aorta, "ma checcacchio, tanto valeva continuare a fumare, se poi dovevo finire come un tombino ostruito..."). C'è stata pure la lotteria, tanto per cambiare non abbiamo vinto niente (nonostante una spettacolosa aspirante Miss Polonia staccasse con le sue preziose manine per noi biglietti a profusione) ma ormai eravamo pieni di vino, birra e vodka fino agli occhi e potevamo vincere anche un soggiorno premio al santuario della Madonna di Cracovia ed era perfetto uguale.
L'atmosfera da tombolata in famiglia, malgrado figure autorevoli quali consoli e assessori, ci ha messo tutti di buonumore. Ci si sentiva a casa, insomma, ben satolli e rilassati.
Ci ripensavo, tornando a casa sotto una pioggia matta e arricciacapelli (su questo argomento, temo, verterà uno dei prossimi post), guardando la città scivolare lucida come vinile: quante vite conosciamo, quante ancora potremmo conoscere e da queste farci prendere la mano, farci portare in giro. Solo perché è la cosa più divertente da fare nelle notti di pioggia.
Quando il tuo stomaco borbotta "fa presto a parlare lei, il lavoro sporco tocca sempre a me."
E il ditone tira un sospiro di sollievo quando finalmente svelli le scarpe e precipiti sul divano, travolta dalle emozioni della serata e dal mal di schiena.

mercoledì 26 novembre 2008

Winter Wonderland

Visto che il sole oggi pomeriggio si è degnato di splendere nella sua faraonica maestosità, sono uscita per un giretto in macchina con la mezza idea di farmi una mezza idea sui regali di Natale.
Ora, sarà la recessione, o crisi mondiale più generalizzata, o il fatto che siamo quasi totalmente nauseati dall'immensa quantità di oggetti che ormai possiedono noi (dai, ammettiamolo, noi siamo uno o una, loro sono migliaia, a questo punto, e possiedono le nostre case) e che anche con le migliori intenzioni il Babbo Natale che dondola e suona il sax Made in China proprio non lo vogliamo sotto lo stesso tetto nostro, manco fosse la Bambola Assassina, cosa resta delle nostre vite? Se smettiamo di essere masticatori e metabolizzatori di oggetti/emozioni/tendenze a getto continuo, che ne sarà di noi? Che saremo? Che penseremo? E soprattutto, come occuperemo i minuti tediosi da qui alla soglia, ottimisticamente parlando, sulla quale quella sagoma di San Pietro con le sue chiavi ci aspetta? E' difficile pronosticarlo.
Quest'anno, poi, visto che parliamo di tendenze, sembra essere di gran moda il non fare affatto il regalo: ci si presenta classicamente "man sgorlando", denunciando una situazione di indigenza ormai conclamata, e ci si fionda sul buffet dell'ospite onde saziare la fame canaglia. Provate, magari funziona, ed è tutto grasso che cola.
Lo so, adesso tutti diranno che noia i soliti discorsi sul consumismo, e sui Natali materialistici, e che aria fritta. Però, scusate, lo dice Bauman e tutti ooooh e aaaah, lo dice una stolta qualunque che gira tra agghiaccianti pupazzi di neve a grandezza naturale (ma scherziamo?? vi volete mettere in casa una roba altra un metro e mezzo che sorride sinistra ed ha una carota al posto del naso?, ah, beh, se siete contenti voi, contenti tutti) e quindi ha torto, ma è tutto così già visto e rivisto e tutti ne abbiamo le tasche piene fino all'orlo di riempirci gli sgabuzzini di vaccate, il che rappresenta il grosso intoppo alla base del consumismo, ovvero che prima o poi realizzi che tutte quelle suddette vaccate con discrete probabilità ti sopravviveranno. Scavando le troveranno, strato dopo strato, e il tuo scheletro lì in mezzo, schiacciato da un immenso, orrendo porta cd a forma di cane. Che morte grama.
E' vero, avendo i soldi, e tanti, uno si può comprare i diamanti (che sono belli, in verità, anche se per tirarli fuori da dove il Signore li ha conficcati, prevedendo le crudeltà che avrebbero innescato, ce ne vuole -  e infatti io penso che se avesse voluto farceli trovare più facilmente li piazzava in mezzo al muschio, come i porcini - però converrete che sono piccoli e graziosi), le cose chic e fighette tipo barche, quadri e libri antichi (ehi! questi sì che sono regali! altro che la biscottiera a forma di cigno!) e allora il Natale prende una piega che poco ha a che fare con le nostre vite normali di gente che normalmente consuma le cose per rallentare il consumo di sé stessa.
Il negozio era carino, luccicoso, c'era pure Barbie Festa di Natale 2008, la bambola più bella mai vista, mi si sono velati gli occhi dalle lacrime (lungo abito d'argento, sorriso smagliante, tiara e orecchini, un sogno), per un attimo la bimba di tanti anni fa ha gridato "hai un bancomat, cazzona! usalo! io la voglio!", ma la parte razionale ha avuto il sopravvento. Poi è passata.
Che devo dire? Avevo un po' di soldi in tasca, ma non avevo voglia di comprare niente. ( A parte la Barbie, s'intende). Sentivo di avere già tutto quello che una donna poteva volere, un po' di felicità, un po' di serenità, un assaggio di cervello. Mi accontentavo di guardare i miei simili che si muovevano, confusi, cercando di far quadrare il bilancio spolpato con il desiderio di far felici le persone a cui volevano bene (o nel caso della biscottiera a forma di cigno, l'odiata cognata) ed era per me il regalone per eccellenza, il fatto che mi permettessero di continuare a guardarli, di continuare a vederli e a sentirli vicini.
Quello, e il pensiero che i saldi di gennaio non sono poi così lontani.

martedì 25 novembre 2008

Piedi

Sto ancora cercando di riprendermi dalla giornata di ieri, in verità.
E' molto probabile che il freddo intenso abbia fatto cortocircuitare i miei già sfilacciati neuroni, però è realtà che i miei piedi ieri mattina suggerivano "torna a letto! torna sotto la trapunta!!oooooo (rumore di catene scosse e cigolii), niente di buono ti verrà dall'uscire oggi, con questo cielo cupo e buio, con questo vento...ooooo!"
Dovevo dare retta ai miei pieduzzi. Quando la neve si profila all'orizzonte, con lo zero termico che fa cucù e il cielo blu compatto come una lavatrice di capi bianchi nella quale per errore è finito l'asciugamano che stinge, ovviamente color 
notte tropicale, è tempo di gettare la spugna e di restare a casa. Infatti mettersi in strada per andare al lavoro non ha senso. I bus slittano, il tram si ghiaccia/impantana/è privo di corrente  e va alla velocità di un tostapane fulminato.
Ma la parte migliore deve ancora arrivare!
Sono riuscita a prendere il treno delle 8 per Venezia, dicendomi: fa niente, Repubblica la prenderò a Mestre, non male oggi, il treno ha solo dieci minuti di ritardo. L'ottimista dentro Vanessa, una spensierata fanciullina con le trecce che saltella nel sole con un cestino al braccio paffuto e delicato, fischiettava. E saliva sul treno.
Non so se avete letto dei pendolari bloccati per guasti sulla linea, improvvise morti del locomotore, fughe senza ragione di capotreni e macchinisti, datisi alla macchia nei campi innevati. Beh, tutto questo era lo scenario di ieri.
Il mio sequestro è durato più o meno una quarantina di minuti, appena uscita dalla stazione di Padova. Ma perché se un treno decide di tirare le cuoia lo fa sempre 400 metri appena uscito dalla stazione? Perché non quando siamo lì? O succede in aperta campagna, e tu resti a fissare sbattendo gli occhi vacui la signora anziana che nutre le gallinelle nel cortile di una fattoria, finché non sei sicura che la struttura della casa della suddetta signora ti resterà incisa sulla retina per sempre? Sai perfino come si chiamano le galline, dopo un po'. Ogni tanto la vecchietta controlla se siamo ancora lì e ci saluta. Se potessi scendere dal treno andrei a farmi offrire un vin brulè, giuro. Pagherei, pure.
Ma in fin dei conti, è già un mistero che il Cicap dovrebbe smontare come facciano certi treni a correre giorno dopo giorno, visto che stanno su legati con lo spago. Figurarsi se non vanno in pappa con le condizioni meteo avverse.
E poi i ferrovieri che cantano come canarini denunciando certe cosucce che non quadrano nelle Ferrovie, mistero!, vengono licenziati! Ohibò, ma dell'Azienda non si parla mai male! Questa poi!
Comunque, malgrado i 40 minuti cominciassero a far saltare i tappi a qualcuno (una dottoressa sbraitava circa un "sequestro" - ma allora lo pensavamo in tanti! - perpetrato da FS, lamentando che i suoi pazienti nell'attesa della di lei venuta potevano morire come le mosche), il clima generale era italiano, e cioè disteso, allegro, caciarone e fondamentalmente menefreghista, sullo stile di "non possiamo farci niente, così va l'Italia, 2 cm di neve ed è fatta", tanto che la dottoressa incazzatissima veniva derisa e invitata a rilassarsi.
Cosa alimenta la fiducia italiana? La consapevolezza che le cose funzionano comunque, nel loro splendido, labirintico modo? Che anche se non è ben chiaro il disegno finale, gli arabeschi restano comunque affascinanti? Cosa fa di noi un popolo che anche nelle avversità ci incazziamo un po', tanto per salvare la faccia, ma in fondo sappiamo che tutto si risolverà per il meglio, con il tempo che ci vorrà? Trovo che sia un meraviglioso aspetto zen del mio popolo, ma forse il discorso vale solo per i treni, tanto è una causa persa.
E il treno è ripartito. Siamo arrivati tutti al lavoro con un'ora di ritardo, ma non ho visto facce tristi. Nuove amicizie nate, appuntamenti per un caffè, saluti alla ragazza di Schio che condivideva sedile e avventura. La neve colpevole era lì, bianchetta e pizzosa, come il merletto tarlato che trovi sul fondo dell'armadio di una prozia che è mancata, ma che non hai il coraggio di buttare. Già deprimente, smorta, perdente.
Dove sono le nevicate di un tempo?
E per tutto questo tempo i piedi hanno continuato a rimbrottarmi, anche se erano quelli che stavano meglio di tutti noi, dentro alle calze di lana e alle Puma.
Ingrati.

venerdì 21 novembre 2008

Filosofia e tazze di tè

Mi sto pappando voluttuosamente sul divano, oltre ad una montagnola di Pocket Coffee, l'ultimo romanzo di Alexander McCall Smith con protagonista la filosofa Isabel Dalhousie, ambientato a Edimburgo. Se non avete mai letto questo scrittore e se vi piacciono i romanzi in cui apparentemente non succede niente ma che vi fanno sentire bene, questo qui fa proprio per voi. Come la saga della Signora Precious Ramotswe, investigatrice del Botswana, donna di corporatura e cuore ragguardevoli, questo personaggio e le storie che McCall Smith intreccia attorno a lei hanno quell'atmosfera tenera e dolce che vi fa raggomitolare come gattini, vi fa ronfare dalle fusa e vi fa sentire un bozzoletto caldo e umano e comprensivo.
L'ultimo uscito (ah, Guanda, come sfoglio le tue pagine, che profumo la carta...) si intitola "L'uso sapiente della buone maniere", e centra il carattere della protagonista. Sulla quarantina, ricchissima ma non dedita all'ostentazione, appassionata di filosofia e di etica (ogni decisione nella vita viene da lei presa dopo attenta e lucida disamina di tutte le implicazioni morali), bella in modo discreto, gentile, altruista, Isabel scrive articoli di filosofia per la "Rivista di Etica Applicata", con un numero di lettori esiguo ma caparbio, direttrice quasi no profit, con governante, Grace (donna scozzese, energica, dura, generosa) che la accudisce fin da bambina. La curiositas spesso la mette nei guai, costringendola ad entrare nelle vite degli altri, a risolvere dilemmi morali altrui, sempre in punta di piedi per non disturbare, avendo compreso che la responsabilità di ogni essere umano è aiutare per quanto possibile i propri simili, e affrontare tutto quello che questa scelta comporta. Isabel paga di tasca propria gli studi a ragazzi che non l'hanno mai vista, rimanendo nell'anonimato. Ritiene infatti che la sua ricchezza sia fondamentalmente un dono legato alle coincidenze della vita (eredità dei genitori), ha una bella casa vittoriana, legge, va alle mostre, passeggia per Edimburgo ma sembra allergica al lusso. Si accontenta di spendere poco per sé, pur disponendo di sterline (in milioni, per capirsi). Lei crede davvero che gli altri siano importanti. E quando c'è da soffrire, non si tira indietro: e infatti va a innamorarsi del fidanzato della nipote, molto più giovane di lei, bellissimo, gentile, insegnante di musica volenteroso ma sempre sull'orlo della bolletta, insomma il classico tipo che dello sparagno fa necessità. Quello che succede non ve lo dico, i romanzi vanno centellinati e gustati come il tè, per sentire tutte le fragranze e gli aromi. Il primo si intitola "Il Club dei filosofi dilettanti", dopo finirete col prenderveli tutti, come ho fatto io.
A Edimburgo non sono ancora stata ma dalle descrizioni che ne fa l'autore mi sembra davvero una città incantevole, con le stradine strette, le case di pietra scure, il vento freddo e la luce del cielo, incredibile...quando uno scrittore ama una città, i suoi occhi raccontano tutto, e lo si segue dappertutto, docili. I libri così ve li leggete piano, lentamente, per farli durare di più. Come quando vi fate fuori la panna cotta col cioccolato, ma il cucchiaino scava leggero leggero, con clemenza.
So soltanto che il mio papà preme perché li finisca, così poi se li può gustare lui. E a me piace vedere quel sorrisone soddisfatto in mezzo ai baffoni e alla barba, quando attacca la prima pagina.

domenica 16 novembre 2008

Dolce, vecchia Inghilterra

Adoro le puntate dell'Ispettore Barnaby. Mi piacciono, tanto tanto davvero. La domenica è più domenica se me le gusto sul divano, con la tisana ai frutti di bosco che la Magnifica mi ha portato da Sappada, il cielo color corallo là fuori, la casa tiepidina, il pomeriggio nullafacente e compiaciuto. Un piccolo lusso prima del tuffo freddo del lunedì.
Midsomer Murders mi sembra sia il titolo originale, c'è anche il sito con una marea di foto meravigliose della cara vecchia Inghilterra, villaggetti dormienti tra le colline (hanno girato ovunque, mi luccicano gli occhi quando vado a rivedermi le foto, mi faccio una spanciata di immagini che coccolano il cervellino...), quindi in apparenza il paradiso per tutti gli appassionati delle atmosfere inglesi, con le magioni coperte d'edera, i pub con le panche fuori (e loro a mangiare sotto la pioggia, una caratteristica britannica), le casette fuori mano con il tetto di paglia e le finestrine piccole piccole, bianche e con i vasetti di fiori appesi. Un sogno, davvero. Poi girano durante l'unica settimana soleggiata che rallegra l'Inghilterra, immagino recitino e dirigano come dei pazzi per riuscire a far tutto prima della solita lavata dalla testa ai piedi. No, in realtà si vedono anche i cieli neri con le nuvolone cicciotte e arrabbiate, e gli alberi scossi dal vento (in genere l'atmosfera si incupisce parecchio prima di un omicidio).
Ecco, il pezzo forte sono proprio gli ammazzamenti. Come nel caso della Signora in Giallo, Jessica Fletcher, che vive a Cabot Cove, scrive e mangia aragoste, cura i fiori e fa passeggiate, e ovunque vada si porta dietro l'ombra della Signora con la Falce (un sodalizio fortunato, meno per i residenti che ospitano la signora Fletcher e che immagino abbandonare in massa le cittadine al suo arrivo, con le macchine cariche di mobilia e pargoli), l'Ispettore Barnaby può andare a pesca e incappare in un morto, va a funghi e trova un cadavere, si trova casualmente in un ameno posticino( qui gli ultimi decessi di natura violenta si sono verificati durante la Seconda Guerra Mondiale) per stare vicino alla dolce e svampita mogliettina impegnata in una gara di torte parrocchiale e là, scatta la mattanza. Odi secolari aggallano al suo passaggio, serial killer paciosi decidono che è ora di rimettersi in pista, la gentry annoiata decide che ne ha piene le tasche di assassinare volpi e fagiani e basta, e passa ad articoli più sostanziosi. Se  prima in questo posto si poteva girare di notte per i sentieri, al buio, fischiettando "Rule Britannia", di botto un assassino sadico e bastardissimo viene ad ammazzarti mentre ti bevi il tè in cucina e guardi in tv il discorso della Regina, orribile. Ti identifichi totalmente. (E visto che notoriamente gli inglesi hanno porte con serrature che uno scoiattolo butterebbe giù con una zampetta, e finestre senza balconi, trovarsi il matto in salotto è facilissimo.)
La media dei cadaveri in Barnaby viaggia sui 4-5 a puntata, uno giustamente pensa che con questo ritmo il villaggio in tre giorni sia deserto. Poi sono quattro gatti, il postino, il lattaio, la tizia del pub, il prete. Eppure.. che abissi, che abomini si celano nelle loro vite!
Che giri di corna! I figli sono stati concepiti da una cooperativa! Che robe.
La puntata è finita, anche stavolta. Peccato, anche in mezzo a tutte quelle ammazzatine stavo bene, con Barnaby e Troy vicino, al pub, con la birra scura in mano, a sorriderci per niente. 

giovedì 13 novembre 2008

Padri

L'altro ieri, in pausa postprandiale, col mio caffettino forte forte sul divano.
La solita trasmissione carina, liscia liscia, con argomenti sicuri, le conduttrici bionde, i truccatori opinionisti, i naufraghi, le miss, le psicologhe. La figura della psicologa, o se l'argomento deraglia verso la tragedia, lo psichiatra in carne, occhialetti e ossa, è fondamentale per far ben capire alla casalinga che stira le mutande alle 15 quanto è fortunata ad essere quello che è, e non una fanciulla rovinata dall'eccesso di bellezza e fama. Adesso sì che mi sento rinascere. Signore grazie.
Ad ogni modo, la psicologa che in fin dei conti deve portare a casa la pagnotta, ed è gentile, carina, sorridente e vestita benissimo, dice una profonda verità, ovvero che le donne affamate d'amore, con caterve di storie sventurate alle spalle, senza pace come un cavaliere errante, sempre alla ricerca dell'uomo che le ami e le porti nel castello for ever and ever e infili al loro piedino la scarpetta di cristallo, altro non ricercano che la proiezione dell'uomo che nella realtà è clamorosamente mancato nella loro vita. Un papà pieno d'amore, che avrebbe dovuto farle sentire le principesse che sono. E invece.
Morale: se tuo padre ti ha amato troppo, sei diventata una tipina capricciosa e piena di grilli, abituata ad avere tutto. Se invece tuo padre ti calciava via come uno strafanto sempre in mezzo ai piedi, ecco nascere i problemi. Il padre normale, che amministrava salomonicamente carezze e sberloni, però ti amava da morire, sembra una vera rarità.
Le donne sono costole delicate, cadute da varie ossature, alcune buone, altre meno. A seconda dell'inclinazione, della sorte, delle vicissitudini, le cose vanno o bene o male o così così.
Una donna per tirarsi fuori da un pantano simile dovrebbe essere fatta di adamantio, come Wolverine, e invece cerca di metterci una pezza, replicando la figura paterna, incontrandola continuamente, cercandola, tentando di mutarla. Chiaramente senza successo. Perché non vuole avere successo, altrimenti la figura paterna e il suo doppio svaporerebbero, e verrebbe meno tutta la costruzione, tutta la motivazione fondante.Soffrire e avere un senso o non soffrire ed essere fatti di nebbia felice? Chi può dirlo.
Al solito possiamo solo tentare di avvicinarci un pochetto ai nostri simili, di sentire con loro, di aiutarli, se possiamo (spesso, no).
Possiamo solo pensare alla nostra buona sorte che ci ha fatto incontrare un uomo che ci ha desiderate prima ancora che nascessimo (anche se il mio Papa, quando ha detto al Nono in ospedale "è una femmina, papà" si è beccato un sonoro "bon da niente", ma il Nono è una saga a parte, ed è stato il secondo uomo che mi ha amato di più), un uomo che ci ha educate con disciplina e rigore, ma che adesso ci vizia come bambine perché ha capito che ne abbiamo bisogno...
Uno che ci dice che siamo belle da una vita, anche se noi la cosa l'abbiamo sempre presa con blando scetticismo.
Uno che però quando mi deve dare torto lo fa, e spesso, perché sbaglio spesso.
E insomma un uomo che ha sempre avuto bisogno di me, ma non me l'ha mai detto chiaramente, perché non voleva disturbarmi. E che mi ha amato tanto, guardandomi dall'altra stanza, perché non me ne accorgessi.
Ma io l'ho sempre saputo, caro il mio papà, a una donna non la si fa.
Adesso chiacchieriamo di politica, e ci beviamo un bel bicchiere di fragolino, e siamo simili e sereni. Ascolto il jazz, e lo capisco anche.
Ce l'ho fatta, papà.

lunedì 10 novembre 2008

Not so bad

Miei adorati, stamattina mi sono girata su di un fianco. E ho continuato a dormire.
Con la meravigliosa consapevolezza del lunedì mattina a casa dal lavoro, causa salute ancora malferma.
E ho pensato allo sciopero dei trasporti, alla stazione incasinatissima e piena di gente traboccante ira, in ritardo, già distrutta all'inizio della settimana, incapace di sostenere il pensiero delle ore che li separavano dal rientro in seno alla famiglia, come il nostos di Ulisse verso la dolce Itaca (il concetto di viaggio di ritorno mi piace da morire, non so se si è capito, lo cito spesso, mi sembra, mah).
E infatti cosa vi è di più dolce della trapunta che ti avvolge materna, ti giustifica, ti asseconda? Quando sai di poter restare a letto, hai già telefonato al capo con la voce incrinata dalla bronchite e dalla sofferenza, ti sei beccata gli auguri di pronta guarigione, e hai di fronte a te il verde e dolce fianco della collina della vita che ti invita a rotolarti su di essa (ben sapendo che in realtà lo sciroppo cattivissimo e colloso ha sterminato la maggior parte dei germi, e il tuo fisico ha ripreso ad andare a pieno regime, come una giovane locomotiva?).
Insomma, diciamo che sei ancora convalescente, e che non è il caso di rischiare...
Non sia mai che il tutto mi degeneri in una pleurite! (era quello che minacciava sempre mia nonna, quando andavo da lei con i maglioni larghi, e mi diceva "metete na siarpa, te si tuta scoeaccià...", santa donna, quanto mi manca...)
Le mattine a casa dal lavoro sono la terra di nessuno. Ti senti in colpa perché non lavori, ma sotto sotto sadicamente ci godi. Perdi tempo, svuoti la lavastoviglie con lentezza zen, spiumetti con lo swiffer i soprammobili, ciacoli con la Mama per mezz'ora, di niente.
Decidi di mettere in ordine il cassetto del mobile in ingresso, quello pieno di pupazzetti kinder, scontrini e chiavi che non aprono più niente, non ti ricordi più a che servivano. Gli inglesi, dice Beppe Severgnini, li chiamano "one of those drawers", uno di quei cassetti in cui butti la vita quando pensi non ti serva. E in realtà periodicamente andrebbe recuperato tutto quello che c'è dentro, biglietti del cinema, cartoline, numeri di telefono... i misteriosi piccoli elementi che compongono la nostra esistenza, e che a volte smarriamo perché c'è sempre qualcosa di più abbagliante all'orizzonte, come un sole al tramonto, rosa e oro, che ci illude.
Evitiamo accuratamente lo sguardo accusatorio di chi vive con noi, e che è costretto a lavorare, invece, malgrado la salute a sua volta non eccellente.
Ci appelliamo alla debolezza femminile (osteria se fa comodo, alle volte!), e sospiriamo, ohimè, poiché il morbo infido ci costringe sul divano a leggiucchiare Matheson.
In un attimo la sera è arrivata, è già appollaiata sul balcone, spia dentro casa, malevola. Ha con sé un po' di nebbia, se la porta sempre in tasca, per spargerla su di noi appena le voltiamo le spalle. Stasera ci sentiamo così bene che ci concediamo una birra, e scriviamo, e osserviamo la luce delle cose.
Siamo guariti.

sabato 8 novembre 2008

Ma perché, perché perché?

Naturalmente, c'era da aspettarselo.
Con il tempismo svizzero che solitamente la contraddistingue, la sfiga sfigosa ha bussato al mio uscio, recando ricchi premi e cotillons, tra cui spicca l'influenza del sabato.
E infatti quando mai ti colpirà il morbo con tosse, un pezzo di ferro in mezzo al petto, la gola lastricata di lamette, starnuti ovunque effetto onda d'urto? Ma è ovvio, nel fine settimana! Quando finalmente pensi che sarà bellissimo ballare un po', bere un pochetto, tirarsi fichi e uscire. E ti ritrovi con questo senso di fastidio, come se un cricetone di due chili corresse sulla rotella, all'altezza dello sterno. Appetito zero, gambe molli, voglia di vivere e di fare scarsissima.
Se poi ci aggiungi una vicina che si mette a fare bricolage alle otto e mezza della mattina, e continua a montare uno scaffale Ikea grande come l'Antartide, la gioia è al completo.
Il tuo corpo ti guarda con gli occhioni grandi e ti dice: fai qualcosa, non vedi che sto male?
Il mio primo impulso è quello di scatenare una desert storm di farmaci, per spazzare via i virus in grande stile, ma i piccoli bastardi hanno già innalzato il vessillo sul torrione.
Mi riduco a nutrirmi di miele, confidando nelle sue virtù antibatteriche (funzionerebbe meglio, penso, se me ne mangiassi un barattolo da 4 chili, il vasetto ormai è bello che andato).
Dall'altra stanza sento attacchi di tosse canina, starnuti, lamentazioni... è un lazzaretto manzoniano, ecco come ci siamo ridotti.
Fregati totalmente.
La febbre di lunedì mai, eh? Non so se l'avete notato, ma state sempre benissimo, di lunedì. A parte l'umore vischioso, e il fatto che lì fuori ci sia un pianeta freddo, ostile, beffardo.
Ma i valori sono quelli di un astronauta, il fisico è oliato, perfetto, una Maserati lucida di cera, con i sedili che profumano di lusso e voluttà.
Anni fa, mi ricordo, ho avuto il privilegio di avere sotto le lenzuola con me la Cinese.
Che trip. Sono arrivata a 39° e mezzo, vedevo tutto viola, morbido, in movimento, sentivo delle vocine (forse era la Mama che mi raccontava qualcosa, può essere) e non era poi così male, sì, viaggiare. Se non ci fosse stato il rischio di friggere un paio di organi importanti, più di tanto non mi sarei preoccupata. Ma in quel caso l'idea di avvolgermi con asciugamani bagnati non era poi così idiota.
La febbretta di oggi è solo una seccatura, una dilettante, una perditempo.
Guardiamo i bambini che giocano in cortile, invidiosi.
A quasi quarant'anni la Mama che ti proibisce più di uscire, non ne ha più l'autorità.
Realizzi che, fatti dieci passi, crollerai. E preferisci risparmiarti l'umiliazione.

venerdì 7 novembre 2008

Ci sono persone che anche una buddista fatica ad amare

Il mio lavoro ha l'unico pregio di mettermi in contatto con persone difficili, scorbutiche, problematiche.
Non sono una psicoanalista (non ho intrapreso la carriera di sessuologa, ed è il mio rimpianto più grande... avrei davvero fatto del bene), però devo ammettere che la mente umana vista dalla mia modesta prospettiva è davvero intrigante.
Lavoro in uno studio legale. Ecco, l'ho detto.
Ci sono lavori senza dubbio migliori, ma invero ve ne sono anche di peggiori. Mi consolo pensando che l'ha fatto anche Dickens, in gioventù, e poi ha fatto la grana.
Difficile che io replichi la sua carriera letteraria, altri tempi, altri lettori, altre atmosfere. Soprattutto altra io, direi il limite più marcato.
Ad ogni modo, vincolatissima come sono dalle leggi sulla privacy (devo tutelare a prezzo della mia vita i dati "delicati" di decine di persone, e mi sembra giusto, perché si sa che al medico, al prete e all'avvocato non conviene mentire mai) non farò nomi, anche perché a me interessa il soggetto nella sua interezza umana. E anche perché il dolce profumo della querela non è dolce per niente.
Allora, il cliente tipo è un signore che sta scivolando nella terza età, discretamente incattivito verso la vita che gli fa il torto di volerlo accoppare, prima o poi. Detto signore ha una propensione che ha dell'incredibile verso un particolare settore, nel quale si specializza: può essere la sistematica rottura di ballozze al vicino, accampando ogni sorta di problema (pere che marciscono sul giardino di sua proprietà, o, al contrario, zero pere che il vicino vuole tenere giustamente per sé), liti condominiali a coltello (gettonatissime,per i motivi più disparati e tutti fantasiosi ai massimi livelli), eredità secolari che ci vedranno tutti morti prima della fine della controversia, compreso il crollo dell'edificio ove ha sede il tribunale, il tutto avvolto dalla polvere dell'eternità.
C'è poi quello, ed è il mio preferito, che ha una autentica passione per i sinistri: subisce più incidenti di Wil Coyote, sempre, ovunque. Perseguitato dalla nera nube del destino opposto, capotta con la bici sulla tangenziale, inciampa nell'unica mattonella rotta davanti al Plaza e si sfrange l'ossetto dolorosissimo della caviglia, oppure rimane coinvolto in un tamponamento di passeggini e una rotellina gli scinca il polso per sempre.
Ora, anche alla più ingenua e delicata delle persone viene il dubbio: o questo a farsi magagnare dal destino ci gode, e si impegna a corpo morto perché accada, oppure è sfortunatissimo, e la cosa è triste. Però.
Il luccichio che vedo nei suoi occhi quando mi parla degli esami che ha fatto, delle perizie che dovrà affrontare, di tutti gli acciacchi fisici che una botta presa da un Suv comporta (ma non mi era sembrata una buona idea fin dall'inizio il fatto che il Nostro Cliente Ideale si fosse buttato a sinistra da destra tagliando la strada ad un tizio che guidava per i cavoli suoi...diciamocelo), insomma, la prospettiva di andare in tribunale con un pacco di fogli di cui non capisce niente, questo piace immensamente al Cliente Ideale. E' la persona che segue Forum da quando Rita dalla Chiesa portava i codini, e il Giudice era giovane e bello e muscolosissimo, e non una tartarughina come adesso. Accarezza con lo sguardo i codici sparsi per lo studio, quelli che solitamente si usano per tenere ferme le finestre quando sbattono i vetri, e ti dice: ah, se avessi avuto più cervello, avrei fatto l'avvocato...chissà quanto li leggerai, tutti questi libroni!
Eh, sì. Da mane a sera, proprio.
Voglio bene a queste persone, comunque, anche se sono piene di astio, e non vedono il baratro che si avvicina, o forse non lo vedono proprio perché pensano solo alle pere che cadono sul loro bel giardinetto. Fortunati mortali.
Dai, ammettiamolo: essere buddisti, impegnarsi almeno a diventare una buddista di serie Q, è faticossimo. Passare la vita a scassare le ballozze al prossimo è invece enormemente divertente.
E perdonato dalla stragrande maggioranza delle religioni.

martedì 4 novembre 2008

dicesi "meregola"

Puntuale con l'autunno, con i primi freddi, con le piogge torrenziali, abbiamo un interessante figura che si insinua nella casa in campagna dei miei vecchi: il favoloso topino campagnolo, piccino, grigetto, occhi neri e baffetti vibranti e vispi, in arte "meregola", o per gli amici che amano vezzeggiare le sue piccole dimensioni, meregoleta.
Amici che a dire il vero non sono poi così tanti. Paradossalmente, infatti, pur essendo una bestiola carina e intelligente, il topino non gode di tutta questa stima. Fatto strano, visto che io lo trovo sinceramente più bellino delle iguane, dei serpenti o delle tartarughe. C'è poi pure gente che si tiene il rospo in casa, quindi...
Vi è un'accesa disputa in casa dei vecchiotti, sul perché e il percome detto topino sia riuscito a penetrare l'inviolata fortezza (una casa vecchia, piena di travi, con balconi e porte spesso lasciate aperte, tanto in campagna chi vuoi che ci sia?, ah, un vero mistero. Ma la tesi più accreditata vede la Gilda, gatta satanica e in pratica indiscussa dominatrice della casa, che in un momento di distrazione si porta in casa la preda viva, si lecca la zampetta e si gira, mentre il nostro prende una rapida fuga e ciao. Da qui in poi, lui è leggenda.
Così la vecchiotta cerca di piazzare trappole ovunque, vischio e legno, croste e biscotti della gatta, tagliole da orsi, ma tutto è inutile. Lui elude tutte le trappole, si palesa per un attimo stagliandosi sulla credenza, ergendosi con la sua aria da sofisticato conquistatore, lucidandosi il musetto. Lo sguardo del topino è beffardo ai massimi livelli. E chi riesce a prenderlo, infatti? Non è solo ratto (ah ah) come il fulmine, agile come il vento e scaltro come un essere umano scaltro, ma si bea di tutte queste qualità, e adora fregarti. Accendi la luce e lo vedi lì sul comodino che ti fissa, fai blink blink con gli occhi e lui è scomparso, ma come fa?
Osa mangiare il tuo cibo o, insulto supremo, il cibo della Gilda e lo fa sul lavello o sul piano cottura appena sterilizzati dalla vecchiotta, sbattendosene altamente i minuscoli attributi.
La Gilda viene rampognata, io suggerisco di tenerla a pane e acqua per tre giorni per stimolare l'istinto di caccia ma diciamocelo francamente, ormai la Gilda lo smalto l'ha perso ed ha messo su un bel po' di trippa. Non c'è partita.
Ho suggerito alla mia vecchia Mama di tenerselo, di dargli un nome e cibo in quantità: una volta divenuto grasso sarà più facile da acchiappare.
Così potrà tenerselo vicino in poltrona, accanto alla gatta, a guardare la tv tutti insieme, in un Eden campagnolo e biblico. 
E secondo me il topino ronferà sonoramente.

sabato 1 novembre 2008

ognissanti

Ci sono giorni in cui ci si sente a proprio agio, anche se l'idea di uscire c'era tutta, ma al solito la buona volontà latitava...
E così giù a leggere Houellebecq sul comodo divano, a non condividere del tutto le sue visioni da mille e non più mille su di noi e il mondo in generale, le sue particelle e i suoi protagonisti che cercano nel sesso la fuga da tutto, ma lo sappiamo che scappare da noi è impossibile, e non ci piacerebbe.
Così ci piace piuttosto immaginarci come un quieto contadino irlandese, con la schiena stanca ma libera, che prende e va al pub del villaggetto dove vive, in compagnia del suo cane vecchiotto e incrostato di fango. Piglia i sentieri per i campi, costeggia i muretti di pietre a secco, fa già buio e le linee non sono definite, ma lui la strada la sa a memoria, sa che non lo tradirebbe. Ha già visto parecchio, poche sorprese, poca gioia ma buona.
Quando arriva nel locale, pieno di gente, fumoso, tiepido, con il camino che riscalda e rilassa, un suo amico nella poltrona e un cane che sonnecchia sul lacero tappeto bruciato da innumerevoli scintille, saluta tutti e si sente al centro di quello che conta, una vita piacevole, senza urti, rotture o scossoni. Si fa servire una Mc Farland, ascolta le conversazioni masticate dall'alcol degli altri, annuisce già avvolto dalla morbida consapevolezza della birra, un punto caldo all'interno di una sostanza accogliente, collosa, materna, che non giudica.
Il pub è incasinato, il pavimento coperto da strisciate di terra, schizzi di liquore, umanità varia. E' qui tutto quello che lui vorrebbe, che chiunque vorrebbe. Io penso di sì.
Adoro novembre, mese ingiustamente accusato di essere triste. Se non ti difendo io, chi lo farà?
Sei autunno ma hai ancora punte estive, ci illudi col sole e ci anneghi con piogge ostinate.
Ci permetti la pigrizia benedetta, giustifichi lo sgranocchiare di castagne sul divano, la birra, il lasciarsi andare. Giustifichi tutti i pigri, la nostra renitente disponibilità a vivere del tutto.
Se potessi cambiare luglio con due novembri, beh, lo farei. Ecco.

More Barcelona!

Zio Woody ha provinato pure me, ma poi ha scelto la Johansson...quando si dice la miopia dei registi.

Zio Woody è sempre zio Woody

Qualche giorno fa ci siamo visti "Vicky Cristina Barcelona", serata perfetta per il cinema, piovosa, bisognosa di senso.
Il cinema è sempre una delle poche consolazioni in questa nostra vita. Ti sospende, uno spillo che ti trattiene per un po' sottovetro, al sicuro, e ti permette di sentire qualcos'altro, a parte te stesso, quando il te stesso con il quale devi convivere nolens volens tutto il tempo ti ha davvero rotto le scatole.
Woody Allen mi è sempre piaciuto, pure fisicamente (e qui dovrei aprire una parentesi sui miei gusti, ma avrei bisogno dell'analista al mio fianco, e credo che il sabato il Dott. Zuckermann vada a pesca), anche se ha perso lo smalto, con l'eccezione di Match Point che è davvero uno dei film più belli mai visti e tutto fuorché un suo prodotto classico (la vecchiaia lascia anche qualche vantaggio, tipo la disincantata crudeltà, etc etc).
Le due protagoniste, bionda e mora, la bionda all'eterna ricerca dell'amore, complicata, bonissima, dolce e finto-fragile, e la mora tutta d'un pezzo, american girl jamesiana con fidanzato ideale, villa pronta e matrimonio da favola dietro l'angolo, granitica. 
Cosa ci dice il vecchio zio Woody? Mai sedersi sugli allori, la vita è una giostra (la samsara del buddismo, è ora di aprire gli occhi, poco da fare) l'imprevisto che ti scombina i sentimenti sempre possibile, bello e terribile, non avresti mai voluto incrociarlo, ma senza non sai più vivere. Egggià.
Il film finisce per piacerti in una maniera inquietante, pensi che zio Woody sia riuscito a mettere nel film anche te stesso e le tue riflessioni, e questo fa paura, perché se le vedi tu pensa cosa vedono gli altri. Ci si identifica?, direi proprio di sì. Purtroppo.
Gli attori sono bravi, ma la città di più. Barcellona è stata vista anche da eminenti critici, quindi non solo da sciatti spettatori, come la vera protagonista, demonica entità che governa, modifica, regge le sorti, influenza. Vuoi per la dolcezza del clima, i costumi rilassati (e dio solo sa se gli americani non hanno bisogno di rilassarsi un pochettino), quella luce particolare che ha mostrato anche a me, quando l'ho visitata, un battito vezzoso di ciglia, l'occhiolino di una metropoli civetta.
Della trama al solito non dico niente, commetto molti crimini, ma lo spoiling non è tra questi.
L'umorismo c'è, ma sembra molto involontario, le mossette della mora ricordano l'atteggiamento di Allen (e io ho preferito lei alla bionda, perché è più fragile), Penelope Cruz mi è piaciuta pure se magnaniggiava.
E zio Woody dà la zampata nel finale (il finale che piace a me, senza chiasso), una fine alla Rohmer, dolce e triste, con quegli sguardi che ti fanno pensare quanto siano magnifici gli esseri viventi, da amare per tutta la malinconia che provano in questa vita.