giovedì 28 maggio 2009

Pittori che piacciono (e perché e percome)

Stamattina Mestre era lucida e risplendente, incredibilmente attraente come le tizie scialbe dei quiz in televisione, infarinate e panate dai truccatori Raiset a puntino. Insomma, bella. E dirlo di Mestre è già un passo considerevole.
La luce del sole brillava tra le foglie verdi (la cosa che preferisco guardare in estate, stesa in giardino sulla vecchia sdraio bianca mangiata dal calore), con tutte le foglioline birichine che si muovono col vento, cambiando sempre sfumatura, un mare riposante sulla mia testa.
C'è un negozietto di cornici e arte varia, poco lontano dal mio ufficio: anni fa ci ho comprato un gigantesco poster di Edward Hopper, "Il faro a Two Lights" (faro a due luci? oppure il posto si chiamava Due Luci, causa micragnosità dell'erogante compagnia elettrica americana? Mistero).
Comunque sia il poster campeggia ancora in salotto, in una bella cornice azzurrina che pendanteggia con il cielo azzurro al suo interno, con la sua prospettiva dal basso, come se uno si arrampicasse sulla collina e ci sbattesse contro.
E oggi in vetrina c'era "Scena di strada col sole", un quadro del 1934, meraviglia luminosa, la prospettiva priva di vita umana che Hopper ama mostrare, nei suoi quadri o le persone giganteggiano nella loro imbarazzante solitudine alienata, o non ci sono proprio. Qui si vede una strada, sembra mattutina, sembra eterna. Io preferisco i quadri senza gente, così come preferisco fare foto senza persone, senza di me, ancora meglio.
La luce pastosa del quadro era stupefacente, ti scordi che è un pezzo di carta, lo guardi e sei dentro. E non vuoi uscire.
Il mio preferito di sempre è "Camere per turisti", una casa bianca con gli infissi verdi e le tendine esterne nere, vista di notte, come di passaggio su una macchina. La casa sembra illuminata dai fari, solo la facciata ti fa l'occhiolino, accogliente, il bovindo è irradiato da una calda, uterina luce gialla, si vede un salottino ammobiliato, nessuno apparentemente dentro. Alcune finestre danno il senso della profondità del buio che la circonda, sulla sinistra. Sarà che di sera o di notte adoro buttare un occhio nelle case attraverso le finestre luminose, sentire l'atmosfera di casa, la dolcezza della domesticità degli esseri umani. Nella casa di Hopper ho sempre voluto entrare (una volta l'ho anche sognata, ma mi sono fermata sulla porta). Questo quadro ti vuole bene, e ti invita ad amarlo. Non ci puoi fare niente.
Nell'altra vetrina c'era invece una riproduzione di Jack Vettriano, il famoso "Maggiordomo che Canta", con la coppia che balla in riva al mare, l'elegante domestico che regge l'ombrello e la domestica che osserva la scena. Ora, Vettriano ha un sacco di successo, ed è praticamente ovunque, come lo stesso Hopper o Van Gogh ( e se il Rosso avesse avuto più fortuna, tipo nascere cento anni dopo, o il Prozac in tasca, sicuramente la fama in vita sarebbe arrivata, e con essa il vil danaro). Qualcuno dice che Vettriano mette nei suoi quadri l'atmosfera noir, copiando "I Nottambuli" di Hopper e arricchendo il tutto con più sesso e roba sadomaso (almeno gli ultimi fatti), ma resta il problema che non sa fare bene le facce, essendo partito da autodidatta (Hopper spennella espressioni bellissime con due tocchi, Vettriano spesso sguincia i visi sotto occhiali, cappelli, trequarti, insomma, qualche trucchetto lo usa). E' anche vero che in certi autoritratti è proprio bravo,e le sue donne che stanno per tradire sono dark ladies che abbassano lo sguardo sul bicchiere, mentre l'amante si protende a sussurrare al loro orecchio parole da non ritorno. Oppure sono ballerine da localetto equivoco che si mettono il rossetto fumando sotto una allucinata lampadina, donne in controluce sedute a truccarsi "solo del rosso più profondo", del colore del sangue, che faranno sgorgare dalle loro vittime spesso consenzienti (la donna nei film noir è una spider woman che tesse la sua tela, cattura e divora gli sventurati, è una donna con la pistola, è una donna che non dovrà vivere a lungo, per il bene di tutti). Però è indubbio che Vettriano a Hopper deve parecchio, condividendo una visione dell'esistere sospesa, potenzialmente letale, enigmatica, minacciosamente ricolma di pulsioni, e tutte indiscutibilmente fascinose.
Insomma, rimanevo lì in piedi a guardare i quadri, con la città che si incasinava dolcemente nel traffico, le frenate nella rotonda nuova, il profumo grasso di crema, burro e caffè dalla pasticceria nell'aria, quello fresco e speziato delle piante concimate dalla fioreria, quello adorabilmente secco ma unico della carta che usciva dall'edicola, il respiro tenero delle pagine sfogliate che sospirano d'inchiostro...erano già le nove e dieci. Meglio pensare in fretta una scusa decente, per motivare il ritardo...ma che importava, in fondo?
Ho guardato il sole nella strada vuota di Hopper, di nuovo. Niente gente, niente fretta, niente scuse.

Ah, beh, se l'ha giurato sui figli...

Sconsiglierei di perdurare in questo atteggiamento di sicumera molesta.
Un amico giurò sul suo pesce rosso di non aver mai tradito la sua ragazza, e il giorno dopo il pesce rosso galleggiava nella boccia, a panza all'aria.

giovedì 21 maggio 2009

Mitico!!!!

E' la mia oasi, il piccolo piacere mentre spignatto tornata dal lavoro, in ogni stagione.
E' l'appuntamento intelligente nel marasma di tronisti e pollastre e sventure e reality governativi.
E' il cartone animato dei grandi. I Simpson.
Me lo godo alle due e mezza, poi finisco col caffè sul divano, e in questi giorni mi guardo le gambe dei ciclisti (e non solo) mentre scalano e arrancano e mangiano le barrette energetiche pedalando senza mani (una volta lo sapevo fare pure io, sull'argine, poi ho smesso perché stavo per capottare nel canale).
Poi me lo ri-godo la sera, e anche se li ho visti e rivisti gli episodi dei Simpson sono sempre meravigliosi.
Ci sono più idee in una singola puntata che in tutta la durata di tanti film, con sceneggiature piene di buchi come l'emmenthal. E' inutile dire che un solo personaggio può incarnare le mie virtù, ed è Homer, pavido, stupido, pigro. Per quanto sia un fasullo fallito, le cose gli vanno sempre bene ed esce con il sedere parato praticamente da ogni situazione. Come non amarlo?
E se lui e il figlio Bart incarnano il Chaos, le femmine sono le paladine del Cosmos, ciò che gli uomini distruggono, le donne ricostruiscono (come non amare Matt Groening, allora?)
Il senso dell'umorismo è profondo, generoso, sfaccettato, anche quando si fa crudele è sempre intelligente, mai inutile. L'America di Springfield è quella della piccola provincia, ma anche della metropoli (con tanto di quartiere cinese, russo), tentacolare indefinibile rappresentazione dell'umanità, fiera dei propri orrori/errori. Una città che premia la disinvolta gestione del plutonio (il mefitico Mr Burns, magnate della città, costringe Homer a mangiarsi i fusti tossici col cucchiaino), con pesci triocchiuti che saltellano nel laghetto, fiera del proprio deposito di copertoni eternamente bruciante, una pira elevata agli dei.
Ogni puntata inizia seguendo un filo che viene disinvoltamente tagliato dalle Parche sceneggiatrici e ritessuto in un sottotesto apparentemente privo di connessione, ma che in fondo racconta la morale dei buoni sentimenti (l'amore tra i familiari, malgrado la cialtronaggine del capofamiglia, pronto a trascinare nella rovina i membri "sani", Marge e Lisa, la figlia di mezzo, gandhiana, vegetariana, colta e naturalmente inadatta a vivere nella società acritica), perché in fin dei conti i mediocri Simpson sanno andar fieri dei loro macroscopici difetti.
Bart è l'angelo sterminatore, l'iconoclasta bisognoso di un pubblico, malato di deficit d'attenzione ma in realtà fin troppo attento alla mostruosità del reale per non volerla abbattere con la sua fionda, Golia beffardo e strepitosamente simile al Bugs Bunny che mina da sottoterra il mondo rosicchiando una carota, sublime e irridente di tutti coloro che credono e praticano il Serio.
Bart è il cinismo consapevole, il piccolo diavolo che nulla può fermare, lo spirito del disordine.
Marge è invece l'angelo del focolare, messa incinta da Homer e sposata in ristrettezze ma con amore, che ama davvero quella montagna di lardo e menefreghismo di Homer, un uomo in grado di eccitarsi per la pancetta, la birra o il prosciutto, meno per l'avvenenza muliebre, con un cervello pronto a darsi alla fuga (letteralmente, con tanto di suono di porta sbattuta).
Alcune puntate mi fanno ridere così tanto che, se ci ripenso al lavoro, rido di nuovo, da sola (per fortuna niente testimoni, altrimenti erano già pronte le piastre conduttrici), altre sembrano concepite con il magico placet dell'LSD (una delle mie preferite è quella con Homer che mangia un peperoncino messicano potentissimo, e "viaggia" come sull'onda del peyote con una piramide nel deserto, un coyote parlante, gli occhi appallati e nerissimi, colori folli e pop, un disegno superbo).
Io li guarderei tutto il giorno, anzi, andrei a vivere con loro. Stravaccata con Homer in divano, una lattina di birra in equilibrio sulla panza, a guardare il meta-cartone "Grattachecca e Fichetto", splatteroso e Tom&Jerrycida. Finalmente nella giusta bi-dimensione.
Dehehiho.

Hot, hot, hot!

E mi pare che lo cantassero anche i Cure, un po' d'anni fa.
La bella atmosfera da casa chiusa, le tapparelle basse, le gambe doloranti, l'appetito ondivago, la consapevolezza che riprenderò a dormire decentemente a settembre, che da qui in poi sarà un bordello di motorini e di adolescenti in fregola sotto le finestre, che abbiamo ricominciato a vedere i jeans bassi bassi illustranti quello che la Gialappa's chiama "il portamonete", i pomeriggi ad abbronzarci in terrazzo come Fantozzi (se ho voglia metto il bikini, se mi piglia il deboscio arrotolo la canotta e mi abbronzo a tocchi e stricche, con su il cappelletto da pescatore e gli occhialoni da diva in clinica per disintossicarsi, più MacFarland gelida d'ordinanza).
Insomma, la Stagione per eccellenza è qui, e ci saluta. E se l'inverno ci rende quieti e conservatori, ordinati e morigerati, e quindi è una stagione di destra, l'estate che fa sobbollire languori e rivoluzioni, ci mette tutti democraticamente nudi, liberi ed uguali, allora questa stagione che arriva è di sinistra, l'anguria è rossa, e almeno per qualche mese mi illudo che il mondo sia la mia piccola ostrica lucida, il mio giardino, il mio sentiero.
Al freddo, e al resto, ci penserò.

lunedì 18 maggio 2009

Quando la Vanessa e la Magnifica visitarono lo Yorkshire (parte prima)

Ci sono viaggi che nascono spontanei, come bei fiori, indipendenti. Viaggi che programmi in tempi brevi, fai la valigia e vai. Sono anche i viaggi che ti restano dentro per tanto tempo.
E questa è la storia.
La Magnifica durante l'estate a Sappada, più o meno di quattro anni fa, aveva fatto amicizia con un distinto professore dell'università di Leeds, George, appassionato di Dolomiti e scarpinate varie. Fatto sta che nella primavera dell'anno dopo, nel 2006, la invitò a visitare le sue parti, lo Yorkshire e i dintorni, e io fui gentilmente invitata ad andare con lei. Due gentildonne italiane in pieno sentimental journey!, insomma, una roba davvero fantastica.
Dopo la sveglia all'alba usuale, e gli intoppi da traffico in tangenziale, finalmente l'aeroporto di Bradford ci accoglieva, con un cielo tempestoso color d'asfalto.George era naturalmente gentilissimo e servizievole, voleva portare le valigie da solo a costo della frattura scomposta del polso e io tentavo debolmente di fare la mia parte, ma ero comunque riservata come in genere è normale essere con le persone appena conosciute (non si può saltare sulle ginocchia del primo che si incontra). Andando verso casa sua in un quartiere residenziale di villette in pietra, bovindi, edera ovunque e giardinetti curatissimi si chiacchierava, mentre io stavo col naso spalmato sul finestrino a godermi le curve strane che ci buttavano verso sinistra, beandomi di tutti quegli scorci che avevo visto nei telefilm di Barnaby, mai sazia. Giunchigliette ovunque, gialle e piccoline, i famosi daffodils, spontanei.
Io e la Magnifica fummo alloggiate nella Suite Imperiale, la camera di George, e lui si prese la stanzetta piccola sul retro. Ero in un'autentica casa inglese! Non in un ostello, o un bed&breakfast! La casa era piccolina, ma carina da mangiarsela, con il salotto che aveva il suo bel bovindo sulla strada principale, con tanto di tenda a fantasia marrone e arancione a bolli giganti (ah! che fantasie lancinanti!) e la porta-finestra sul giardino, con l'erba fina fina e verde verde che sembrava tagliata con le forbicine per le unghie. Mentre George trafficava in cucina cercando di tenerci nell'immobilità assoluta e rifiutando ogni aiuto, pure nel preparare la tavola, io e la Magnifica guardavamo in giro (la scala che portava al piano di sopra era come quella nei film di Harry Potter, con la stanzetta del maghetto sotto, e infatti lei scherzava dicendo che George lo teneva nascosto e poi lo sfruttava per passare il magico aspirapolvere). Dopo pranzo ci aveva portate a fare una rapida passeggiata, il cielo grigio mandava in terra la pioggia promessa e tirava un vento discretamente carogna, tanto che la prima cosa tirata fuori dalla valigia era stata la mia giacca a vento imbottitissima (lui portava un giacchettino di quelli che si mettono i pensionati sul finire di giugno, di teletta, poco da fare, sono proprio fatti diversi).
Leeds sembrava grande e piena di traffico, e io avevo adocchiato un pub strepitoso dove mi sarei ubriacata dignitosamente ma con coscienziosità. Però la serata era già stata organizzata, con una cena e una coppia di amici suoi invitati per l'occasione. Anche in questo caso, all'inizio della serata eravamo tutti gentili ma sulle nostre, e verso la fine ci raccontavamo episodi imbarazzanti delle rispettive vite, tanto per dire come funziona con gli inglesi. George aveva cucinato il cosciotto d'agnello, che io di solito pur essendo una deprecabile onnivora, non mangio. Diciamo che io e la Magnifica l'abbiamo trovato un po' asciuttino, ci avremmo messo i profumi e l'olio d'oliva, e la rosolatura...comunque era buono e avevamo una fame cattiva, e la serata è stata davvero piacevole, a chiacchierare dentro con le tende tirate mentre fuori l'aria umida spingeva il naso contro i vetri per guardarci.
La mattina dopo era in programma una gita ad un paio di abbazie della zona, o almeno a quello che ne restava, e così siamo andati tutti a nanna presto.
Ogni volta che un italiano si trova in Inghilterra, pur essendo magari abituato, è sempre un colpo ricordarsi di botto che lì non hanno il bidet, e che deve fare appello a tutta la fantasia italica nella bisogna. Si aggiunga che il bagno di George era grande, freddo e senza tappeto per terra, con la finestra senza tende (!) col vetro nemmeno smerigliato, ma normale, e che affacciava sulla casa dei vicini. Si comprenderà allora come fosse diventata mia prassi lavarmi con addosso svariati capi d'abbigliamento che toglievo via via per occuparmi dell'arto da ripulire e che rimettevo per evitare che lo stesso si congelasse (quanto mi mancava la mia stufetta Vortice che riscaldava il bagnetto di casa mia! quando viaggio ho una nostalgia tremenda per tutte le mollezze bizantine di cui mi circondo abitualmente, sniff), il tutto facendo attenzione a non lasciar intravedere ai simpatici vicini più del necessario sindacale.
Dopo una nottata (mia) allietata dal mio famoso sonno di piombo che mi permette di dormire ovunque su qualunque superficie e a qualsiasi ora per un tempo pressoché infinito, iniziata con la ridarola mia e della Magnifica e autozittita dai nostri ssssttttt! che ci facevano sganasciare ancor di più, il mattino livido e fresco (6°) mi faceva pentire di essere in ferie, come succede ogni volta che viaggio (il risveglio è impegnativo specialmente per chi mi deve sollevare fuori dal letto con la carrucola). In qualche modo comunque riuscivamo a visitare le abbazie dove parecchi secoli prima i monaci avevano creato delle perfette società organizzate al meglio, anche se il sole pallido illuminava svogliato l'erba verde in mezzo alle rovine, con un signore che tagliava i prati sterminati con un trattorino (la Mama l'avrebbe fatto gratis, tagliare l'erba è una sua grande passione). Onestamente mi sembra di ricordare che il nome di una fosse Bolton Abbey, ma non ci metterei la mano sul fuoco (e la Magnifica mi darà la carne per la mia cialtronaggine). In compenso mi ricordo che il nome del ragazzo che staccava i biglietti era Chris, uno rosso di pelo, ciarliero e del cui inglese non ho capito una parola, ma manco George sembrava aver afferrato del tutto le indicazioni. Gli inglesi di campagna sono simpatici, alla mano e chiacchierini, non fermatevi ai londinesi che sono sempre di corsa e vi guardano come una ciunga attaccata alla scarpa. Basta girare un po' ed il mondo è pieno di sorprese.
S'era fatta l'ora della pappa, nel frattempo, e George ci aveva portato nel caratteristico pub in pietra grigia, col camino e gli avventori già allegrotti all'una di pomeriggio. Qui ho avuto modo di assaggiare un famoso piatto dello Yorkshire, il black pudding, del quale pur avendone fatto richiesta George non ha voluto fornire dettagli. Quando è arrivato su di un letto di misticanza e pomodorini si presentava anche bene, ma l'appeal è svanito quando George ha detto che era fatto con le interiora di pecora tritate tutte insieme, fino a formare tanti cubetti. Ormai non mi potevo più tirare indietro. Mi sono detta, non farlo per te ma fallo per l'Italia e per l'orgoglio del tricolore, e l'ho mangiato. E non era malvagio. La Magnifica approvava. (Altri amici di George hanno detto, ah sì? hai mangiato il black pudding? brava, a noi di solito fa schifo. Ecco).
Nell'altra abbazia visitata di pomeriggio ho sentito il divino, era tutto pieno di sole che filtrava tra le colonne, e camminare sull'erba morbida e silenziosa è stato bellissimo e intenso, e ci sono davvero dei luoghi speciali e benedetti e quello pieno di primule e pecore che brucavano e ci guardavano distratte era perfetto, e delicato. Ho la foto, ogni tanto la tiro fuori dal cassetto e me la guardo, e provo le stesse cose.
Quella sera ci siamo visti il Riccardo III recitato dalla Compagnia Teatrale del West Yorkshire al teatro di Leeds, e siamo state brave, non ci siamo abbioccate (quasi) mai. Verso la fine delle tre ore ho avuto un piccolo cedimento, così facevo dormire un occhio mentre l'altro restava di guardia, cercando di non farmi vedere da George (che però ronfava pure lui), e credo la Magnifica abbia fatto lo stesso (è una tecnica che uso quando devo guardare le foto dei matrimoni e il cervello mi si spegne di botto, così offro all'ospite la parte di faccia con l'occhio sveglio e l'altro sonnecchia, poi faccio cambio e mi copro la faccia fingendo interesse. Non si è mai lagnato nessuno).
Inutile dire che appena toccato il letto ho perso i sensi.
Un altro mattino ci attendeva.
E per ora la storia finisce qua. Urge ulteriore puntata.

giovedì 14 maggio 2009

Polvere

L'altro pomeriggio sono andata a farmi una passeggiata sull'argine con la Mama, a cercare erbette ed asparagi selvatici (trovati tanti e boni, e mangiati con le uova sode alla sera, è fantastico mangiare qualcosa che fino a due ore prima stava a dormire nella terra. Che soddisfazione).
C'era un sole caldo e l'aria caliginosa in lontananza piegava i profili dei pioppi, ma l'occhio seguiva calmo la curva lenta del cielo fin dove cominciava a sprofondare di nuovo nella terra grassa e fresca di aratro.
La Mama camminava con l'usuale energia, io arrancavo disidratata e già con una punta di fame (mi stavo godendo il Giro d'Italia in poltrona, sonnecchiando, quando lei mi ha detto, si va a fare una passeggiata, e io, ma Mama! voglio vedere i ciclisti!, e invece mi sono attaccata al tram, e sono andata con lei. Come al solito.
La Mama cercava gli asparagi e con l'occhio di lince che ha ne trovava, io non ne avrei visto uno manco se era grande come una sequoia. Ma è indulgente perché sa che noi di città siamo strafanti relativamente utili.
Siamo arrivate fino al confine della fattoria vecchia, allo spiazzo dove tanti anni prima, mi diceva lei, c'era una casetta e ci vivevano in tanti, e adesso non si vedono più neanche le fondamenta, coperte dalla polvere e dai rovi. Mi fa, in questo punto si sono annegati in due, il canale era profondo, una donna si è sporta per lavare i panni e l'hanno ripescata tempo dopo. E poi c'è stato il bambino degli zingari, quelli del campo abusivo, una famiglia che non voleva nessuno nemmeno tra i rom, e che sono vissuti tra le lamiere per un paio d'anni, nell'indifferenza del Comune. Il bambino era piccolo, tre anni, ed è caduto di mattina quando i genitori erano in giro, accudito malamente da bambini poco più grandi di lui. Dopo la disgrazia sono andati via tutti, non restano mai in un posto se è morto qualcuno. Si trovano ancora, scavando, teste di bambole con gli occhietti fissi, stracci colorati, pentole rugginose.
Il posto riesce ad essere spettrale anche col sole, nella brezza maggiolina che ti asciuga la fronte. Sarà la strada polverosa, vuota, che si perde in lontananza, sarà il silenzio, niente alberi attorno, solo un cespuglio di sambuco, solitario e ombroso.
Qua, mi dice la Mama, i pastori hanno tosato le pecore l'ultima volta, prima di rimettersi in viaggio. Erano tantissime, tutte bianche lungo i pendii dell'argine, si sono mangiate tutto, ognuna con gli agnellini attaccati. Gli hanno tolto la lana con cattiveria, li ho visti io, povere bestie, mezze scorticate. Dicono che la lana non vale niente, non gliela pagano niente, e che tengono le bestie solo per la carne. Così hanno ammucchiato tutta quella gran matassa bianca e le hanno dato fuoco, io e tuo padre sentivamo un odore strano, e abbiamo visto il fumo nero e denso. L'hanno bruciata tutta, per non portarsela dietro. Che spreco.
E infatti mi chino, e vedo che non è andata bruciata tutta, in una specie di cratere lasciato dalle fiamme ci sono ancora ciuffi spumosi, lavati dalle piogge forti dell'altro mese. Raccolgo un pezzetto soffice di lana grigiogiallina, c'è anche un ricciolino ritorto e scuro, non punge né pizzica mettendomela nell'incavo del braccio, nella parte tenera e sensibile di pelle. Profuma di erba, di pulito, di aperto.
Me la metto in tasca e la porto via.
Tornando, restiamo zitte per un po'.
E poi lei mi ha fatto ridere di nuovo, facendo la scemotta.

lunedì 11 maggio 2009

Un tranquillo weekend di divano

Oggi il primo caldo mi ha lessata, a mo' di zucchina nella pignattona a pressione. E infatti stasera non sono proprio un fiore, ma cercherò di raccontare lo splendido, rilassato e ricolmo di niente fine settimana, soleggiato dal punto di vista dell'umore, talmente tanto che ho pensato di aver raggiunto l'illuminazione con trent'anni di anticipo.
Venerdì sera siamo andati a vedere la serata dei Corti promossa dal CineClub di Padova, molto bellini e divertenti, un mucchio di idee autoprodotte da gente con mezzi limitati ma una marea di trovate che nelle fiction (anzi, nelle fincsion, come le chiama la Mama) se le sognano (ma ste fincsion servono a formare la nuova classe politica, mi sembra di aver capito, sono esperimenti di fina sociologia, mica veliname, pizza e fichi, etc etc..). Comunque.
Dormendo come un ghiro di 57 chili e tentando di recuperare il decoro del bistrattato fisico, sono arrivata al mattino del sabato, alla mia spesetta per poter creare le ricette meravigliose trovate sulla mia rivista di cucina preferita, nonché alla realizzazione di: involtini di mortazza con l'insalata russa dentro (il nome era più figo, ma questa è la sostanza) e una fantasmagorica torretta di melanzane fritte, panate in farina e pangrattato (bone) con contorno di pomodorini marinati (struca struca robe semplici, mi sentivo già molto debosciata di primo pomeriggio, il fagiano ripieno di torresani lo farò la prossima settimana), ma comunque è stato un successo. Arenata in coma digestivo sul divano che, spero, mi seguirà nelle prossime vite, ho letto Sedaris, Bryson, Saviano, Topolino, tentando di finire "Gang Bang" di Palahniuk (lui è sempre interessante, ma mi sa che stavolta non ha seguito le bricioline) e guardando un sacco le piante fuori sul balcone.
Domenica, replica.
Ma sabato non è sabato se: non si esce con la Banda dei Tre per un aperitivo e si torna a casa alle sei e mezza di mattina, e nel lasso di tempo che va dalle otto di sera alle succitate 6.30 ti può capitare di tutto, bisogna tenerne conto), oppure non ci si chiude in un bel cinema gelido d'aria condizionata e ci si pappa un gustoso filmetto. Come questo qua.
"Star System" racconta la storia di questo fantastico tipo, Sidney Young, che fa il direttore a Londra in una rivistina acida e ribelle, incazzatissimo con la vipperia e la mondanità: mette in copertina nudo ilpotente Clayton Harding, direttore di "Sharps" (che poi sarebbe "Vanity Fair", sbattendosene altamente le animelle delle conseguenze. Harding però lo piglia in contropiede e gli fa, vieni a lavorare per me, nel ramo pettegolezzi (nel controculturale Sidney vede il perduto sé della giovinezza), e così l'inglese si presenta a New York, restando incantato praticamente da tutto (memorabile il suo abbigliamento il primo giorno di lavoro, una T-shirt con scritto "Giovane, stupido e pieno di sperma". Appena metto piede a Londra, la vado a cercare).
Insomma, Sidney parte dalla gavetta ma è un casino ambulante, non conosce le mosse giuste, si sente sprecato. Questa parte dà dei punti a Mr Bean, proprio divertente, si vede che la mano è inglese.
La vista della divina Sophie Maes, giovane star in ascesa, l'attrice Megan Fox (chapeau al mix genetico, il sangue nativo d'America si vede, urca se si vede) è la molla che lo spinge a competere con l'odioso caporedattore per alfine averla, a piegarsi ai desideri di un'agente sensibile come un alligatore che pretende di controllargli i pezzi sui suoi clienti vips, in tutto questo bailamme aiutato solo dalle rampogne della dolce collega Alison (ma Kirsten Dunst quanto carina è? è piena di fossettine, di dentini bianchi, vien voglia di andarci a fare shopping insieme, e poi in pasticceria, che ninnolina).
Ad un certo punto Sidney capisce che, come ne "La fiamma del peccato", non avrà né i soldi né la ragazza, a meno che non si venda al profumo dello zolfo. Cosa che fa, diventando il beniamino del mondo dorato. Con la bella vita è costretto a fare i conti con il sentimento, con quello che veramente si desidera, con quello che davvero conta (e la bella Sophie, stragnocca come solo il diavolo sa essere, vuole Sidney perché gli animaletti feriti le fanno pena... vegetariana che alla premiere si presenta con multistola di volpe bianca).
Sidney saprà scegliere con criterio la donna giusta, come la mamma perduta da piccolo gli aveva insegnato.
E punirà il Sistema infettandolo dall'interno, con esiti fragorosi (e non totalmente condannati da Clayton, boss menefreghista di Jeff Bridges, infine sghignazzante e ammirato).
Un film carino, perfetto, piacevole. Simon Pegg attore è buffo, dolce, divertente, l'uomo che scelgo e sceglierei per mille vite a venire, quello che prende per i fondelli la seriosità del giovane regista convinto che il cinema sia cominciato con Tarantino, l'uomo gentile che omaggia la vecchia attrice lasciata in disparte salvo esserne poi oltraggiato alla festa, snobbato da lei che risale la china. Posso dire che trovo il personaggio di Sidney splendido, una categoria a parte, divino? Lo dico.
Non sembra un bel mondo, visto con attenzione: il luccichio delle feste è sinistro come il sorriso tutto denti degli addetti ai lavori, le ragazze sono ossessionate dal peso, i piranha in Prada si muovono lenti e in banchi compatti...La celebrità stringe un patto con la pubblicità per tutto fagocitare, per fabbricare lo stampino a cui adeguarsi in quel preciso momento, perché i mortali provino l'ebbrezza di essere piccoli dei per un giorno.
La biografia assurda su Madre Teresa impersonata dalla fulgida e statuaria Sophie, vincitrice di un simil Oscar, viene comunque spazzata via dalla meravigliosa, tenera ultima scena: una marea di newyorchesi che guardano "La Dolce Vita" in un cinema all'aperto, sotto il leggendario ponte di "Manhattan", seduti composti e attenti sui plaid. La notte è serena, sembra profumata, e Sidney può ritrovare Alison e danzare ancora con lei. Gente così ama il cinema davvero, e noi amiamo davvero gente così.

giovedì 7 maggio 2009

Rainbow!



Visto e preso dopo uno spettacolare temporale d'ottobre, credo...
Il più bello mai visto dalla qui presente, si vede pure il gemellino pallido!
C'è veramente una pignatta piena di monete d'oro ai piedi dell'arcobaleno (così dicono gli amici irlandesi)!

Quello che si fa a Las Vegas resta a Las Vegas (ovvero: Vedi Las Vegas e poi muori)

Ci sono serial che ti possiedono fin dal primo momento, ti prendono e ti portano via, un po' come la fantasia segreta delle donne di essere rapite dal bel berbero che ti fa scammellare nel deserto dai magici colori fino alla sua tenda. Ci sono semplicemente serial che preferisci e che aspetti trepidante, come ci sono uomini che aspetti trepidando all'appuntamento, più che per altri. Non ci puoi fare niente.
E così il giovedì mi registro CSI-Las Vegas, the original, il primo, quello più bello (certe settimane lo fanno anche di mercoledì, goduria somma!, così il fine settimana è ghiotto nell'attesa. Però tolgo la funesta pubblicità, sennò bonanotte all'atmosfera).
La cosa che mi piace di più è l'inizio: una veduta notturna di Las Vegas dall'alto, incredibile nelle luci pulsanti, fantascientifica nello stare in mezzo all'inospitale deserto, enorme, pantagruelica di corrente, una bocca spalancata che mangia tutto, come una pianta carnivora. Mi sembra di ricordare che Bill Bryson l'ha definita la più omicida città d'America, e ti credo, soldi, pupe, gioco d'azzardo e un caldo della madonna. Splendida metafora del deserto nell'anima.
Mi piacciono anche gli inizi diurni, però non lo so, mi sembrano più sciapi (in genere trovano un cadaverino secco secco come una composta di san marzano al sole, in pose strane, oppure con inquietanti indizi o manca qualche pezzo e tutti si dannano per trovarlo fuori sennò poi chi lo sente il patologo biancobarbuto).
La squadra è ben assortita e fino a non molto tempo fa era sempre la stessa gente: Grissom che è un fico da paura (l'attore di "Manhunter" si è un po' messo sotto con gli hot dog, però fa comunque la sua porca figura, sarà la voce del doppiatore italiano, sarà che è intelligentissimo, fatto sta che mi butta via, giuro). Poi c'è il mascellone, Nick, che è carino ma non il mio tipo, c'è poi Warrick che invece è molto il mio tipo (un nero con gli occhi verdi, e infatti tutti i maschi dicono che è fantascienza, ha le lenti, che babbalona che sei, credi a tutto, etc etc). Comunque, lenti o no, è un capolavoro. L'attore però sparirà tra un po' perché gli hanno trovato la macchina piena di sostanzine psicotrope che neanche un pusher il venerdì sera in stazione a Padova, e lui dentro, ovviamente fatto come un'anguria a luglio. Cacciato, pare. Così vociferano i rumors.
C'è poi il biondino carino col ciuffetto come Woodstock di Snoopy, l'assistente di laboratorio che fa il secchione e ti sa dire che cos'è quella polverina fucsia che hanno trovato sulle orecchie del morto (è sempre una stoffa sconosciuta, usata per farcire i materassi, o un metallo per cromare i pomoli delle porte, di cui tutti ignoravano l'esistenza a parte lui). Siccome però Grissom lo tratta come il tappetino della doccia visto che sapeva già tutto e prima, allora ti è simpatico, anche perché è uno sfigatone cosmico.
Le donne sono sexy ma cazzute, come l'ex ballerina figlia del boss (l'attrice se si tira un altro po' potrà godere della vista stereoscopica come i camaleonti), o la tormentata moretta che ha smorosato in segreto con Grissom per anni e poi l'ha piantato (dovevano pure sposarsi! lui le ha fatto la proposta davanti all'alveare delle api! così romantico!).
Altra cosa che mi fa morire è che questi non hanno una vita privata, non tornano mai a casa, scalzano via gli scarponi e si mettono in ciabatte, col giornale e i piedi sul tavolino, come dovrebbero fare tutti i cristiani sensati. No, questi sono sempre lì al laboratorio, immersi in questa luce da acquario, verdina/azzurrina, fredda fredda, subaquea. E' un'idea geniale, in effetti, di loro si sa pochissimo, vagamente che hanno figli, a parte qualche comparsata per movimentare le acque. Quando ho visto Grissom in accappatoio con Sarah, mi è cascata la mandibola! ma allora avevano fatto roba! e senza dirci niente! Un po' tipo le tresche al liceo...
Gran parte del fascino risiede proprio nella maniacalità con la quale si impegnano per trovare il colpevole ( e ci riescono sempre: poi, quando sui giornali intervistano qualcuno dei RIS di Parma loro dicono che non è facile per niente). A chi credo? Sposo la realtà ma corteggio la fascinosa finzione.
Aspetto tremebonda la fine della serie, e poi aspetto la serie nuova: quando qualcuno me la vuole raccontare, skymunito (ah ah!, dai, non voglio offendere nessuno, è solo invidia), mi metto le mani sulle orecchie e faccio lalala come Homer quando non vuole sentire Marge.
CSI è il mio aspic di asparagi, la mia millefoglie con crema di arancia e pistacchi, il moscato giallo.
Lo gusto a morsettini e a sorsettini...
Certi serial dovrebbero programmarli finché non ti portano all'ospizio.

lunedì 4 maggio 2009

Il killer delle caffettiere

Ci sono esseri umani che vorrebbero uccidere altri esseri umani, ma in realtà non gli va poi così tanto. E così scaricano la loro violenta natura su sventurati oggetti, colpevoli solo di trovarsi a portata di mano e di essere incapaci di muoversi con le proprie gambe. Queste persone io le chiamo i killer degli oggetti.
Sono feroci, organizzati, seriali. Al primo omicidio non si fermano, anzi, l'odore del sangue li eccita come squali giovani, l'inoffensivo e fiducioso oggetto stimola il sadismo più bieco.
Ci sono i killer di maglioni, quelli che lavano la lana a 60° e la centrifugano a 800 giri , ottenendo il gomitolo di partenza. Di colore indefinito.
Ci sono poi i killer dei libri (io li odio proprio), quelli che lasciano il tomo tapino in giardino sotto la pioggia o sotto il sole, con esiti prevedibili. Un fagotto di cellulosa, un grumo ormai inutile dove prima rifulgeva bellezza e sapienza.
Seguono i killer delle macchine fotografiche (che lasciano cadere SEMPRE, contando su di una presa friabile come la torta sbrisolona). Amano smodatamente uccidere le macchine altrui, con le loro sono cauti all'estremo, parola.
Rutilante esempio, il killer delle piante (con l'aggravante che la pianta è viva. A loro discolpa si può dire che non è facile gestire le piccole amiche verdi, e che spesso peccano di troppo amore, e di troppa acqua). Non ditelo a nessuno, ma ho una vicina che, ehm, ha un pollice problematico. Là fuori sembra il deserto del Kalahari, adesso, mentre all'inizio aveva una piccola Amazzonia...
Insomma, il catalogo è questo.
La Mama è una killer di maglioni, di libri e di caffettiere, colpo d'ala.
Una caffettiera resta con noi una vita, è eterna, devi solo metterle la gommina nuova e ti amerà per sempre, ti servirà forever and ever la magica bevanda, senza mai chiedere nulla in cambio se non di essere tolta dal fuoco. Ma.
A quanto pare è molto facile dimenticarlo acceso sotto la moka vuota. E il tragico, ineluttabile destino della caffettiera si compie.
La plastica fonde, nauseabonda, e appesta la casa. Lo splendente alluminio annerisce e muore, la gomma evapora a bolle e si attacca al metallo come una quarantenne alla crema antirughe, inestricabile.
La moka, in breve, muore. Non ha più il pirolino sciccoso con cui potevi aprirla e annusare l'aroma, il coperchio ricade sbilenco del tutto, come una marionetta buttata via, il manico è il primo a cadere rotto in tre tocchi...sembra guardarti, al tuo ritorno, e accusarti. Ti chiede perché. Ti chiede come mai l'hai lasciata sola, se l'amavi tanto.
Compagna fedele di tanti mattini d'inverno, unico faro nelle caligini diacce, meriteresti un funerale da re vichingo, una nave in fiamme che salpa verso l'eternità.
Quasi quasi non la riciclo: la porto dalla Mama, nel suo magico garage dei ricordi, dove teniamo tutte le cose che abbiamo rovinato con le nostre mani, ma dalle quali non riusciamo a separarci.
Ecco. Farò così.
Non l'ho uccisa io, sia ben chiaro.

Fili d'erba

E così siamo andati a vedere "Earth", proprio bello e mi ha fatto piangere un bel po' (specialmente la sorte dell'orso bianco), stupisce che la Terra con noi che la pestiamo e sviliamo da secoli ci regga ancora. Al posto suo mi sarei scrollata tutti di dosso come un toro furioso.
Che meraviglia l'aurora boreale! Che spettacolo! Ti viene davvero in mente che il Grande Colorista abbia fatto le cose con stile...
La terra mi piace amarla così, stendendomi col naso in mezzo all'erba, ad annusare il verde degli steli, a guardare il mondo piccolo di chioccioline e coccinelle e grilli...
oppure a guardare le nuvole, stesa in mezzo al fieno, con l'odore migliore del mondo che mi abbraccia.
Restare stesi con le braccia dietro la testa e gli occhi che seguono l'azzurro che viaggia.
Questa sì che è vita.

Inaffidabile

Un tempo esisteva la primavera, e la sindrome primaverile. Ovvero, quella che toccava in sorte a me; inappetenza prolungata (un mese circa), felice periodo in cui davo fondo alle eccedenze invernali e facevo fuori il grasso in più, volgarmente parlando.
Infatti, per un mesetto mi nutrivo di cracottes (mi sa che era il nome della marca, non mi ricordo più, comunque erano perfette, un mix di segatura e pan biscotto, ti ingozzavano come un tacchino ed essendo tutte carboidrati puri, ti mandavano in aceto il fisico).
Si aggiunga che non mi facevo mancare l'insalatina, le verdurette croccanti che la Mama preparava con apprensione, temendo che la figlia di quasi un metro e ottanta stirasse le zampe per inedia (rischio pressoché inesistente, non mi facevo mancare una scatola di Fieste ogni tre giorni), yogurtino fruttato, succhi di frutta. Insomma, mangiavo leggero ( a parte le Fieste).
Era il corpo stesso a scegliere, non io. Chiudeva i circuiti, e chiedeva solo cose eteree (abolite le costate al sangue, gli spezzatini, gli stracotti e via cantando). Si autopuliva, visto che se stavamo ad aspettare me, si stava freschi.
Quando ero molto più piccina si aggiungeva anche l'innamoramento casuale per lo sventurato di turno, incolpevole oggetto d'amore che fuggiva, ragionevolmente, a gambe levate. Il cervello era un tino in ebollizione di sfrenate endorfine, e i bisogni primari venivano avvertiti pochissimo (restava sempre sordo, sullo sfondo, il richiamo delle Fieste, però).
In questo modo, la pancia si assottigliava, perdeva la rotondità invernale e si preparava all'abbronzatura e ai muscoletti(?) dell'estate, salvo tornare tondetta ai primi freddi d'autunno, ma ormai il suo porco dovere l'aveva fatto e poteva starsene a maggese per un po'.
Ora, invece, non si sa.
L'orologio svizzero, che mi pregio di chiamare corpo, adesso fa quello che vuole, non si può più contare su di lui, no no.
Da marzo, più o meno, la sindrome primaverile ha lasciato il posto ad un "pititto lupigno" , secondo la felice definizione del Montalbano nazionale. E mangio tutto ciò che trovo sul mio cammino. Una vera fame da lupo.
Mai sazia, mi sbafo le patatine, seguite dai biscotti al cioccolato, seguiti dai fonzies, seguiti dalle barrette kinder (l'alternanza dolce/salato e ritorno è un mistero, prima mi faceva senso, adesso è il nuovo Verbo. Mah).
Al mattino il primo pensiero non va all'umanità, ma a quello che ho in dispensa e nel frigo. Mi alzo perché il cervello mi spara in 3D le merendine stracolme di marmellata, corredandole di odorini deliziosi e del croc della confezione che si spacca. Bastardo.
Penso al profumo del pesce arrosto e, come Montalbano, sento l'effluvio del mare.
E sono ben consapevole che la battaglia è persa. Io non ho volontà, non così, non in questo caso. Un pigro magro è un miracolato, e lo sa. Un pigro che inizia ad invecchiare e viene punito dagli dei per ciò che è, beh, è proprio scalognato. La vita, in un modo o in un altro, il conto te lo presenta sempre.
E adesso?

Tramonto tibetano

La prima impressione è stata che i Quattro Cavalieri dell'Apocalisse sarebbero passati da me per uno spritzetto, prima di finire il lavoro sulla terra.
Poi però non è venuto nessuno, così ho pensato semplicemente ad un omaggio a Sua Santità (il Dalai Lama), o Sua Serenità, o come preferisce farsi chiamare.
Sky non è male, ma questi colori sono..più.