mercoledì 29 ottobre 2008

Rouge!

Notizia meravigliosa, letta su Repubblica stamattina, in treno.
Agli uomini piacciono un fracco le femmine quando si vestono di rosso.
Ammazza, commenteranno i miei piccoli lettori, che novità strabiliante!
Ah, ma è allora per quello che quando mi metto la magliettina stretta stretta di H&M rosso fuego i maschi capottano al mio passaggio (ah ah ah, scusate, ma faccio della pesante autoironia). Insomma, hanno fatto vedere al solito gruppetto di elementi da studiare varie foto di fanciulle, vestite di blu e di rosso, e i baldi maschiotti dovevano esprimere il gradimento a seconda del colore. Udite udite!, la femmina in rosso, pure se era la stessa ma vestita di blu, li faceva sbaroccare, mentre il colore freddo per antonomasia passava sotto silenzio. Ora, a parte che il blu secondo me sta bene solo addosso alle hostess (sempre e comunque stragnocche, un po' come i modelli che indossano gli occhiali, che sono sempre bellissimi, nasi dritti e perfetti, occhi dal verdemare al turchese alla giada screziata, e l'occhiale non gli fa il naso enorme o marca l'occhiaia grande come una Vuitton, e tu ti illudi che su di te faranno lo stesso effetto ma ovviamente ti sbagli di grosso), dai, diciamolo, è un colore governativo, da maglioncino sulle spalle, da doppiopetto, da premierino. Chi ama il blu è calmo e ordinato, o deve dare questa impressione. Chissà che succedeva se le vestivano di fucsia e di rosso, gli schioppavano le cornee, minimo.
La motivazione è biologica, pare. Il rosso richiama il sesso, punto e basta. I babbuini vedono un po' di rossore sulla babbuina e lo prendono per un sì, e zomp. La femmina che si veste di rosso (ma ragazzi, noi lo sappiamo da secoli, e le unghie? e il rossetto? e lo smalto sui piedi, secondo voi ci affreschiamo per chi?) dice un sì grosso come una casa, e tanto basta.
Le bionde soffrono un po', il contrasto stride ma può essere affascinante; le more innalzano lodi al cielo per i riflessi castagnosi delle chiome, le rosse ardono di un fuoco soprannaturale (se ammazzano il tutto con un soffio di viola, si spalancano gli abissi dell'inferno). Gli orientali ci si sposano, all'interno non si vede ma siamo tutti rossi (la politica è un discorso a parte, le sfumature sono cangianti, specie di questi tempi).
Avviso alle piccole, dolci naviganti nel periglioso oceano dei sentimenti, profondo e meraviglioso come la notte: voi intanto vestitevi di rosso, e aspettate. Qualcosa succede sempre.

lunedì 27 ottobre 2008

e parliamo ancora di tv

Mi piace ascoltarla dall'altra stanza, come una nonna che borbotta, rassicurante.
Mentre sono al computer a fare ciò che si fa di solito al computer (vivere, in pratica, ma meglio che nella realtà), seguo con un orecchio i dialoghi di là illudendomi che ci sia gente (suona triste ma davvero, non preoccupatevi per me, la solitudine del lunedì sera, quando c'è la partita di calcetto e non sono dai miei vecchi è pura beatitudine).
Anche se il sonno mi tenta moltissimo, vista anche l'ora legale (?) solare (???) insomma il solito cambio che si fa in ottobre e che mi confonde ma fa risparmiare sulle lampadine e allora va tutto bene, e sono confusa e sonnacchiosa come un piccolo ghiro che si stropiccia gli occhietti e cerca di capire che fare della propria vita, resisto e scrivo le solite baggianate che scrivo perché, come direbbe Muriel Spark, mi piace risentire il suono della mia voce mentre le dico.
E visto che il cervello stasera non ne vuole proprio sapere dei massimi sistemi, allora parlo di "Uomini e Donne", la trasmissione della De Filippi (che un amico chiama Filippa Filippi, ma lui chiama anche la scrittrice Tamara Tamaro, dice che se le ricorda meglio, boh), ammettendo che proprio non la capisco. Anche qui, grande rispetto per tutti quelli che se la guardano (i maschi sono scusati, comunque, con tutto quel ben di dio che oscilla aggraziato con una rosa in mano al suono della musichetta più irritante mai composta sul pianeta, seconda solo a "Italia, Italia" di Mino Reitano,), però, onestamente, che ballozze. I discorsi sono da prima superiore, anzi, scusate, sto offendendo i quindicenni. In un tempo gaudioso come questo, privo di tabù sessuali (quasi, ma insomma nessuno si scandalizza più per niente, tutti andiamo a letto con tutti e ci divertiamo pure), si sentono discorsi da anni '50, con lui che dice ma perché hai baciato lui, hai detto che ero io l'amore della vita tua, e lei fa, ma lui è sensibile e dolce e tu non so, hai guardato le tette di Priscilla (che nel frattempo porta la quarta, perciò direi che uno sguardo grandangolato è inevitabile) e Priscillla fa la faccia da maliarda e io non sono un maschio ma posso capire l'istinto lupesco di divorarla, mentre con un accento invero piuttosto greve commenta "ahò, abbbbelllla, nun t'aaaaa piiiia cun me" o "e no xe miga colpa mia, ciò, ma varda ti", tanto per dare un senso all'unità nazionale purtroppo minacciata. Il fatto è che gli ideatori del programma sono dei geni, perché al solito conciliano la fighezza di gente giovane e carina che viene fatta passare per idiota ma scommetto che ha studiato recitazione a Londra, un concetto di fedeltà di coppia assolutamente stilnovista, realizzabile forse in un'altra dimensione ma di sicuro non qui,una buona dose di litigate, insulti e pianti da far tremare i polsi (oggi m'è sembrato che a una, tra le lacrime, venisse da ridere, ma dai, ragazzi, gli occhi ce li ho pure io) e, colpo di genio, il coro greco rappresentato da un pubblico di donne che si scagliano con odio furibondo e immotivato contro la tronista (!) o il tronista, rospetti e rospette baciati dalla buona sorte, novelli regnanti. Insomma, è finta ma lo ammette, ed è scusabile. Meno scusabile il fatto che sia noiosa come la morte, come la pellagra, come nove ore di Tolkien tutte di fila. 
La Filippa Filippi emette dei suoni da pastore tedesco, un chiaro caso, per chi crede nella reincarnazione, che nel trasmigrare dell'anima qualcosa è andato storto.
Ma il massimo è toccato dalla signora bionda che credo sia a capo del coro, la vicina di pianerottolo che tutti sogniamo di avere, quella con il cane che ti piscia sullo zerbino e la colpa è tua perché ti sei comprato lo zerbino, che ha deciso di odiarti fino alla fine dei tuoi giorni, e senza un perché. Tutti ne conosciamo almeno una, non esiste la cura, forse solo la prospettiva della galera ferma la nostra mano.
Questa signora al momento ce l'ha su a morte con uno dei due belloni, quello moretto con la faccia un po' sprezzante da nobile spagnolo, il tipo che come mission (dio, quanto adoro questa parola...) cerca di investire con la macchina le racchiotte come me. L'altro ha le orecchie di Topolino e mi sembra un bravo cristiano, perciò non ho ulteriori commenti su di lui.
Devo dire che anche la versione "lei sceglie lui" è fascinosa, e almeno pure noi femmine ci lustriamo l'occhio.
Ma le ragazze...appartengono alla categoria delle femmine sibilanti, quelle che nelle conversazioni parlano così: szai, gli ho detto ma cosza vuoi da me, inszomma, szono di un altro e lo szarò per szempre, dai, le avrete sentite anche voi sul bus, in treno o in panificio. fanno sibilare anche le gutturali. Io le adoro. Sono così perfette, scolpite, femmine di travertino ma morbide come le sabbie mobili, lisce come vetro.
"Uomini e Donne" merita di essere visto, è modernità, è realtà, è quello che c'è li fuori, è la normalità. E' il Modello, l'Ultracorpo.
Brrrr, m'è venuto un brividino, sarà la finestra aperta.

sabato 25 ottobre 2008

Dexter (darebbe il sangue per te)

Ammetto la mia insana passione per i serial: ogni anno aspetto quelli nuovi, le nuove stagioni, nuovi sviluppi.
Purtroppo non appartengo alla schiera degli appassionati delle fiction che danno su Rai Uno, con famiglie, avvocati che scelgono la miseria, ottimi sentimenti, nonne coraggio, e non perché questi prodotti non siano fatti bene (non mi sognerei mai di mettere in discussione il mestiere di tanta gente, intediamoci) ma è il fatto che siano così lenti a tenermi lontano da loro. Una che è abituata al cardiopalma di certe puntate di CSI, o alcuni ER, con efferatezze e crudeltà varie, e un morto alla media di dieci minuti ciascuno, beh, fatica un pochino a seguire una menata di un quarto d'ora in cui ti spiegano per la quinta volta perché la ragazza morta in piscina faceva la ballerina al night, e la sua carriera non era poi così limpida. Che barba! L'hanno capito anche i cuscini del divano, ragazzi, meno la Mama che ronfa nel quarto sonno, probabilmente, con la gatta Gilda che fa da controcanto allungata sulla panza della Mama suddetta. La Mama spesso non capisce non solo chi è l'assassino, ma manco il morto.
E allora vi parlo di Dexter, e magari qualcuno il telefilm se l'è visto, lo ama, lo odia, se ne straciccia.
Dexter fa il perito ematologo, ovvero quell'ingrato mestiere di chi scatta un fracco di foto sul luogo del delitto, fra i tanti, e poi si studia tutta la traiettoria del sangue. A molti il sangue fa orrore, ma lui ha un piccolo segreto: è un serial killer. Adottato dal padre poliziotto duro e puro, fin da piccolo manifesta le sue inclinazioni con la mattanza dei cani del vicinato, e quindi il padre una volta scoperta una fossa piena di ossicini, capisce che il piccolo potrebbe causare problemi all'umanità e incanala questo suo talento nell'eliminazione dei colpevoli, ovvero uomini e donne che si sono macchiati di delitti, a ripetizione. In pratica, un anticorpo, se i serial killer sono virus.
Dexter è naturalmente sociopatico, non prova sentimenti, non si affeziona, ma finge una normalità (piuttosto penosa per lui, va detto) che dovrebbe ingannare la sorella (poliziotta pure lei) e i colleghi. Dexter ha pure una morosa, una donna maltrattata dal marito tossico, che lui aiuta e sostiene curandosi perfino dei di lei figlioletti, che lo adorano. Nel tempo libero, non amando i teatri, i balli nella solare Miami (è ambientato lì) e tutti i divertimenti degli umani comuni, Dexter rintraccia cold cases o segue recenti delitti e da bravo angelo sterminatore va a fare il suo sporco lavoro. La serie è ispirata a dei romanzi di Jeff Lindsay, a quanto pare più crudotti e cattivi (sono libri, mi sembra giusto, i libri sono sempre più onesti di tutto il resto). Non è un serial per signorine, va detto, il sangue c'è e si vede, ma insomma ho visto di peggio. Nel telefilm Dexter un po' si umanizza, nei libri no. E' l'assassino peggiore, il predatore umano per eccellenza, e se uccidere è sempre sbagliato, farlo così è proprio diabolico.
Al punto in cui siamo arrivati Dexter sta quasi per incontrare la propria nemesi, un serial killer raffinato (oddio, sezionare prostitute non è proprio darsi all'ikebana..) e sveglio quanto lui, un tizio capace di entrargli in casa e di giocare al gatto col gatto, e se Dexter taglia le sue vittime da vive coprendo tutto col cellophan, il killer del camion frigo non fa trovare manco una gocciolina di sangue sulla scena del crimine. Colpi di scena a ripetizione.
Alla Mama Dexter non piacerebbe, il Papa passerebbe la notte in bianco dopo averlo visto e la Gilda sentirebbe quel certo frisson che la spinge a uscire di notte sotto la luna e a tornare al mattino con i baffetti rossi.

lunedì 20 ottobre 2008

Splatter! (ovvero che fare quando c'è un'anatra morta nel frigo)

Errori ne facciamo tutti, si sa.
Sabato, facendo la spesa, ne ho fatta una delle mie, tanto per cambiare. Ho preso un'anatra intera (c'era solo quella, va detto) e non era per me, ma per chi sa cucinare meglio della sottoscritta, che si limita a fare il lavoro di bassa manovalanza.
Ad ogni modo, si scopre troppo tardi che la creatura era munita di zampa e testa, ancora, ma ripiegata per bene sotto, come fanno i macellai, per non inorridire le sciurete che vanno per vettovaglie, spensieratamente. Insomma, mezza anatra.
(Resti tra noi, ma quell'anatra era nel bagagliaio dell'auto anche sabato sera, non so dirvi per quale ragione,ed è rimasta coinvolta nel furto dei palloni e del dvd, ma il ladro, un vegano probabilmente, l'ha schifata. E quindi ce la siamo riportata nel frigo.) Giuro sulla testa del capo del governo che è vero.
Domenica sera alle 22 fissavo l'animale con il coltello in mano, inorridita e incapace di finire il lavoro per offrire finalmente la carne a chi l'aveva richiesta, sgomenta e immobile. Non ce la faccio, continuavo a ripetermi, no. Avevo una mezza idea di andare a seppellirla nel giardinetto del quartiere, cosicché la povera bestia potesse avere il degno riposo che meritava (resti sempre tra noi, ma credo che l'anatra fosse la reincarnazione di Hitler, visto quel che ha tribolato).
A quel punto nel mio cervello orripilato si è accesa la luce. avrei chiesto alla Signora Giada.
La Signora Giada è la mia compagna di viaggio sul bus, tutte le mattine: mi tiene il posto, o io lo tengo a lei, e ciacoliamo di tutto, da anni. Ci diamo ancora del lei,come Watson e Sherlock Holmes, ma siamo amiche. E l'anatra, come si vedrà, ha cementato ancor più la nostra amicizia.
E infatti stamattina l'ho supplicata di aiutarmi e lei ha sorriso e ha detto:ma che problema c'è? E' arrivata alle quattro, si è portata dietro perfino i guantini tipo RIS e mi ha detto:ci penso io, lei non guardi. Ha pigliato l'anatra e zac zac zac!, come un samurai, ha fatto il lavoro sporco (tipo Harvey Keitel in "Pulp Fiction"). Che fenomeno di donna. Non ne fanno più di persone così, hanno davvero buttato via lo stampo.
Poi si è seduta in divano, si è bevuta il caffettino, ha detto "che bella casa" e poi è andata via, perché ha una caterva di roba da fare. 
Donne così dovrebbero governare il paese, se volete la mia opinione.
Una morale? Mi sa che divento vegana anch'io, come il ladro.

domenica 19 ottobre 2008

Sabato danzereccio (con sorpresa finale)

Qual è la vostra motivazione, chiederebbe Al Pacino ad un gruppo di giovani attori, studiosi del Metodo, se li vedesse a gelarsi le chiappette sante fuori da un locale alle undici e trequarti del sabato sera? Otterrebbe un silenzio compunto, perché la risposta non esiste. O meglio, esiste in quanto facente parte dell'antico rituale dell'accoppiamento, con il maschio che guata bramoso la femmina, che guarda un altro, o un'amica, o si struffa la frangia, si accende la 70sima sigaretta, tossisce da marinaio consumato e fissa l'orizzonte della sera, limitato, buio, illuminato solo da lampioni e fari momentanei. Definiamolo comunque momento di aggregazione, e piacevole, quindi, perché in compagnia degli uomini ci si diverte sempre, proprio in virtù di quella loro natura giocherellona e socievole. La serata è freschetta, se fossimo a casa ci saremmo già precipitati sotto il piumone, tirandocelo su fino al naso, a dormire e a sognare colline, prati, declivi, torrenti...Ma il sabato è festa pagana, ufficializza la fine della settimana lavorativa, non scanzonato come il venerdì (e già i Cure lo preferivano, e non posso biasimarli, ti stoni totale e hai due giorni per recuperare), mentre il sabato ha già insita la sacralità, ancora un mattino per dormire, ancora la sveglia malevola tacerà, dannata allodola tecnologica.
E si beve, responsabilmente, come tutti invitano a fare (ma l'unico modo responsabile è bere acquaementa, orzata o succo di papaya, oppure esagerare ma sul divano di casa, che al massimo se capotti, ti svegli col naso dentro al vaso del ficus).
Dopo le chiacchiere, le occhiate a 360° alla esorcista per occhieggiare il maschio/femmina alpha del momento, con punte laceranti di invidia maschile/femminile (tante tette, tanto alto, troppo belli, troppi dentoni e tutti bianchissimi), insomma, dopo aver umiliato il proprio corredo genetico (incolpevole) a dovere, allora è tempo di andarsi a rinchiudere in un locale danzereccio della città, popolato all'inverosimile da studenti, ma anche da quarantenni che si lanciano e ballano come menadi leggiadre, le femmine ondeggiano e provocano, i maschi saltellano con la birra in mano, guardano e gli occhi dicono un mondo di tutto. Ballare è stancante, specialmente se la temperatura sfiora i 62° come in questo momento, e il mio vestitino di lanetta non mi sembra più una buona idea, con tutta la gente che si muove, onde energetiche di calore umano in movimento con la musica (ehi, bella questa di Madonna, avrà pure l'età di mia zia ma cavolo!!), ed è il solo puro piacere che provano, credo, le api, quando ronzano tutte insieme nell'alveare caldo, intontite dal miele.
Oscilla, il tuo corpo è sinuoso e vivo, e del resto non vuol sentire parlare.
In un flash-forward improvviso mi vedo però svenuta e calpestata dalla gente, defunta causa disidratazione e arresto cardiaco, perciò è con sollievo che mi faccio scortare via, brancicando il cappotto là fuori nell'aria fredda, e le persone nel cortile per un attimo sembra abbiano occhi da gatto perplessi, fosforescenti.
La serata poteva concludersi con delicatezza, come una commedia francese; e invece quando vediamo la maniglia della portiera forzata, la carrozzeria danneggiata dal cacciavite, il bagagliaio vuoto (contenuto: dvd recorder da portare a riparare, e n. 2 palloni da calcio), sentiamo il morso alla caviglia che ci dà la vita, cagnetto mordace e traditore.
Se ci grattavano la macchina era peggio, d'accordo.
Svantaggi delle metropoli.
Grande rammarico per i palloni.

sabato 18 ottobre 2008

Un mondo così è la fine del mondo

Sabato sera, pronti per uscire (quasi), in attesa che la partita radiocronacata (Napoli-Juve) finisca.
Io sono qui al computer girando da un blog all'altro, con gli Inti-Illimani che mi cantano "Buonanotte Fiorellino", e io mi squaglio (li abbiamo visti in concerto tre anni fa, a Tencarola, non più folle oceaniche come nei '70, ma loro ci hanno fatto un concertone, tutto per noi, come se fossimo chissà che pubblico, che bravi...), mi sa che si meritano un post a parte.
Proprio perché salto da un blog all'altro, e faccio il giro del pianeta (sembra ce ne siano milioni, là fuori, a scrivere, che meraviglia) mi sento davvero in famiglia, vedendo tutte quelle persone che postano foto, ricette, segreti, pezzettini delle loro giornate. Mi sembrano così pieni di significato, tutti loro, il giapponese con gli occhiali da sole, tutto modaiolo, la ragazza inglese e i suoi lavori di ricamo, bellissimi, la signora indiana e il fidanzato, il brasiliano appassionato di musica, l'olandese che mette le foto dei figli in piscinetta...il mondo dovrebbe essere sempre così, tutti vicini anche se tutti diversi, ognuno con il suo diritto di espressione e di replica, tutti mescolati, tutti pronti a fonderci. Cosa disturba questo Eden utopico? Le religioni? La politica? Il fatto che gli esseri umani sono tutti uguali ma piuttosto che ammetterlo si fanno sparare? Io non lo so.
Non voglio vivere in un mondo omologato, proprio no. Voglio tutti i colori, tutte le opinioni, i concetti, e tutte le vite. Indifferenziata ma presente in mezzo a tutto, come quando uno passeggia per Londra, Parigi, Amsterdam (tanto per fare un esempio...) e una pensa: che bello, non mi conosce nessuno, ma io vi conosco tutti.
Esco, c'è un po' di freddo là fuori, ma ci scalderemo.

Hello Wall-E!

Appena tornata dalla visione di "Wall-E" e...non ci sono parole. Sapevamo già che il nuovo della Pixar ci avrebbe divertito e commosso come sempre, come i precedenti (e con "Ratatouille" avevo toccato il paradiso, solo pensando alla carrellata su Parigi, con il topino in cima al tetto...), ma con questo, davvero non so cosa scrivere, perché mi commuovo ancora. Oddio, mi sta venendo il sospetto di un rimminchionimento generale, visto che ogni volta che commento un film sembra che io abbia versato tante lacrime da farci sguazzare gli spettatori fino alle ginocchia.
E sembra tutto così REALE, con questa terra spazzata dalle tempeste, arida, morta, come la città di "Io sono Leggenda", e ti viene da pensare che ormai siamo sulla buona strada per distruggerci del tutto, che il passo sarà breve e doloroso.
Ma il robottino ammucchia spazzatura indefesso, costruisce grattacieli come simbolo di follia e spreco, unica architettura ormai possibile. Gli umani? Rinciccioniti e pigri, a vivere per procura robotica su di un astronave auto-esiliatasi nello spazio, senza più emozioni o interazioni (tutte affidate alla espressività, davvero incredibile, dei robot). Insomma, la salvezza verrà dal manipolo di robot sciroccati e in fuga dal reparto riparazioni (uno è una mini-lucidatrice isterica che pulisce tutto, uno è un robo-maniaco furioso da camicia di forza...) e dai due innamorati, Wall-E (appassionato di modernariato-chincaglieria tipo cubo di Rubik e accendini, che però non sa usare, e avido spettatore di un'obsoleta vhs di "Hello, Dolly!") ed EVE, robottina modernissima e cazzutissima, che ama e spara come una vera donna del cinema dei tempi d'oro.
Si ride, anche di gusto, per l'imbranataggine del Nostro, colpito a ripetizione, sbalzato via, surriscaldato dai motori della navicella, ma sempre integro come i comici di una volta, immortali, eterni pure loro.
Sono riusciti a creare tutte le emozioni umane sul "volto" di un robot, i gesti d'affetto, l'imbarazzo (meravigliosa scena, quando EVE fracassa il frullino della collezione di Wall-E, e poi lo nasconde), la paura, la disperazione, la frustrazione.Tutto quello che un essere umano può provare, sono riusciti a convogliarlo in un personaggio che non parla, ma comunica più di tanti umani. 
Di film così ne vorrei uno al giorno, per farmi diventare emozione, e uscire un po' dal mio guscio umano.
Con gli occhi rossi che mi ritrovo, è improponibile fare vita di società, stasera.

mercoledì 15 ottobre 2008

Scrittori da leggere (ma non ci andresti in vacanza insieme manco morta)

Ecco, lo sapevo, stanotte farò fatica a prendere sonno, e mi rigirerò tutta la notte, e avrò gli incubi.
E tutto perché volevo finire di leggere "Pet Sematary" di Stephen King stasera, volevo fare la solita tirata finale per poi cominciarne un altro (in genere ne comincio parecchi tutti insieme, mi piace la varietà). Mi sa che è meglio se comincio a leggere "Le particelle elementari", magari le devianze sessuali dei protagonisti mi distraggono...ma no, è impossibile.
Ho già letto più di quello che dovevo, e sono a casa da sola...che sfiga sfigosa.
Allora, è indubbio che King in alcuni punti del libro abbia toccato vertici di lirismo rothiani, e che buona parte dell'orrore del libro sia legato alla consapevolezza del lutto e della perdita, situazione con la quale purtroppo tutti i protagonisti devono venire a patti. E infatti cosa c'è di più orrendo della morte di un familiare, la marea dolorosa, ineluttabile, continua dei ricordi allacciati al pulsare dell'assenza, del rimorso, del non vedere più chi si amava? Tutti più o meno ci hanno avuto a che fare, fosse anche per la perdita di un animale (ma questo tipo di dolore, si sa, è in grado di mordere intensamente quanto quello verso gli umani), e questo spinge a capire molte delle motivazioni del personaggio maschile. Nonché della punizione per il suo atto di tracotanza, la sua sfacciataggine, la sua incoscienza (e spesso i personaggi di King presentano questo splendido stream of consciousness, giustificandosi, umani, nella loro colpa). Insomma, King è davvero uno scrittore mirabile che sa spaventare con la realtà, dalla quale vogliamo evadere ma incuneandoci in un terrore "altro" così gelido da far rimpiangere l'orrore quotidiano. Al quale pensiamo di ritornare in una sorta di nostos rincuorante, schiacciati, molto piccoli, molto sconfitti. Soltanto perché uno scrittore sceglie un genere, spesso è come se venisse scartato dalla cerchia degli autori importanti, elevati, significanti. Ecco, per me King è significante davvero, anche troppo. Pensate che spasso andare a pesca con lui in giro per il Maine, o ospite a una sua cena. Che risate. Lui è lo scrittore perfetto, un grosso ragno che fa di te il suo bozzoletto, legato all'angolo della tela, pronto a mangiarti con calma. Ti sei sporto un attimo per guardare dentro il libro, e lui ha fatto di te quello che ha voluto. Ecco, è lo scrittore ideale.
E' colpa mia e solo mia, adesso sono terrorizzata, e dormirò tenendomi la trapunta vicino al naso, ascoltando gli scricchiolii e i piccioni sul tetto che pesteranno con le loro zampette ostinate, e gratteranno le finestre.

lunedì 13 ottobre 2008

Che fare la domenica quando non si sa che fare

Proprio perché sabato sera ci siamo arenati sul divano a guardare la puntata vecchia di "Dexter" registrata per saltare la reclame, che detestiamo, non siamo usciti il sabato sera. Quando ho realizzato che era mezzanotte passata, che ero in coma, che mi sarei dovuta vestire, truccare, e uscire per andare in un locale a vedere gente e a parlare, esprimendo possibilmente dei concetti di senso compiuto, beh, il cervello no, non ce l'ha proprio fatta. Si è rifiutato, come un mulo ostinato su un impervio sentiero, condotto da un baldo alpino, di muovere un passo di più. Così c'è stato posto solo per il dolce oblio del pigiama, della trapunta, di un sonno morbido come velluto e profondo come la fossa delle Marianne. Domenica mattina, bienvenido mal di testa del weekend. Quella sensazione di puntaspilli sulla fronte, di occhi ostili a vedere, di cervello fatto di cotone, che ondeggia nella scatola cranica e ti dice, "non usarmi, non ti azzardare, o ti manderò tante di quelle scosse sinaptiche da friggerti, bastarda". Insomma, una domenica di quelle da spiaggiarsi in divano ancora e ancora, a leggere e a guardare fuori dalla finestra. Ma.
La sera di domenica, la sera più consciamente drammatica della sua fugacità, ci chiama. E io anelo ad uscire, a vedere quel bel ristorante fighetto nuovo, molto moderno e poco adatto alle nostre tasche, ma questo non ci fermerà e non ci impedirà di entrare e...
"Buonasera, siamo in due", e "Prego, potete sistemarvi qui, a questo bel tavolo accanto alla porta, nel posto sfigato degli spifferi e delle occhiate di sguincio di tutti quelli che entrano"..., ma in fin dei conti cosa importa? Quando mi portano il menù il mio stomaco canta come le balene in amore, e divampa leggiadro, e mi chiede "cibo!CIBO! ancora, ancora!!!", e chi sono io per non accontentarlo? Adoro mangiare, adoro il sapore di tutto il cibo, amo sentirlo scendere e scaldare l'interno, come oro caldo...come gettare carbone, come fiamme che danzano! Insomma, prendo il roastbeef con gli champignon crudi e fini fini, e i carciofi, e mangio anche la sua insalata con gli sfilacci, potrei rifarmela a casa uguale uguale, magari meno bella ma il concetto è quello, eppure siamo qui, a guardare e a farci guardare dalla notte attraverso i finestroni, nell'ambiente caldo, moderno, lussuoso, con la musica bassa, i colori vibranti, e tutte queste donne incredibili, tacco 12, minigonnate, tutte con capelli così lisci che sembrano d'acqua, ma come fanno? Io che sono riccia come l'inferno non sarò mai così, ma in fin dei conti chissenefrega...
Mangiamo bene, è piacevole, è un momento bello che la vita mi offre, anche se lei è gentile e me ne offre parecchi, forse perché li godo intensamente, chi lo sa.
Lei cucina per me, mi sembra, a volte.
E non mi accorgo mai di quanto è bello il Prato della Valle, di notte, finché non mi fermo a guardare l'acqua della fontana, come rinasce ogni volta da sé stessa.  

sabato 11 ottobre 2008

Musical!

Eravamo ad un buon punto di cottura, ieri sera, specialmente la sottoscritta, devo ammettere.
Questo non ci ha impedito però di andare allo spettacolo delle 22 a gustarci "Mamma mia!", la versione cinematografica del famoso musical con le canzoni degli ABBA, il gruppo che trova sul pianeta un eguale numero di fan adoranti nonché di strenui detrattori. Noi apparteniamo alla prima categoria, come penso sia evidente. Penso vada molto a gusto personale, e se ti piacciono le canzoni facili da rock melodico (provate a girare per l'Austria con l'autoradio, e capirete), insomma, ragazzi, i vostri diritti valgono quanto quelli di chiunque altro. C'è gente a cui piace il death metal, a chi la musica folk ungherese e chi ascolta solo Mahler, ma, corbezzoli, questo pianeta è grande abbastanza per contenerci tutti quanti.
La visione è filata liscia a parte il solito pirla annidato alle mie spalle che ha commentato "uh, ma quanto cantano!". Allora. Se vedi il trailer e senti la voce che dice "con le CANZONI degli ABBA", ci sono discrete probabilità che nel film la gente canti. Se a te, pirla rannicchiato nell'oscurità, il concetto di musical dà fastidio, noi non ti tratteniamo. Il mondo è la tua ostrica, lì fuori c'è un universo a cui andare a rompere i santissimi, quindi non scalpitare con le scarpe contro la mia poltrona perché giuro sui miei dei (e sono tutti cattivissimi) che interromperò la tua inutile vita se continui.
Ma come si fa a non divertirsi, a non cantare con Meryl Streep che nel film dovrebbe avere quarant'anni (e invece ne ha quasi 60, ma è sempre bellissima, e canta come un usignolo), e già questo ti fa sospendere l'incredulità che nemmeno in un romanzo di Stephen King,con Pierce Brosnan al solito rigido come se avesse pigliato il colpo della strega (ma lui è così da sempre, che io ricordi) e Colin Firth, che io adoro, così tenerone, così inglese...si capisce che a girarlo si sono divertiti come matti, perché ci siamo divertiti pure noi, ed è la cosa più bella che un film possa offrire a chi lo guarda, il talento e la gioia di alcuni per la gioia di un sacco di gente. E non solo il talento in un film ma nel vivere la vita in generale.
E lo devo ammettere: con Meryl Streep e tutte le donne che corrono ballando e cantando "Dancing Queen", mi sono commossa come una scemetta, perché la canzone è bella da morire, perché in fondo si pensa che la vita te la devi gustare tutta e sul momento, senza ripensamenti. E poi perché sì, perché se spremi la lacrimetta vuol dire che hai sentito quello che c'era da sentire, e fine.
La gente che usciva canticchiava, sorrideva, era rilassata.
Stamattina abbiamo messo su il cd con la Collection, e abbiamo continuato a ballare con Dancing Queen e io, a vedere i passi che facevamo, mi sono messa a ridere così tanto che mi sono venute le lacrime agli occhi...

venerdì 10 ottobre 2008

A shopping con la Mama

Ho fatto un salto a trovare i miei vecchi, in settimana, come al solito. Dovevo portare alla Mama i calzettini nuovi che mi aveva commissionato, tutti bellini e a righette, come i miei, visto che me li invidiava.
Il pomeriggio era bello, soleggiato e pieno di niente da fare, quindi perfetto per un giro di acquisti;presa su la Fiesta fiestosa della Mama, e dopo la gimkana avventurosa della guida materna, che in verità guida molto molto meglio della sottoscritta, pippa totale con marce e pedali, siamo arrivate al complesso commerciale sulla Romea, utile ma orripilante dal punto di vista architettonico...naturalmente qui abbiamo trovato le solite tre-quattro persone che si beccano sempre andando in giro con la Mama (se si va al mercato, molte di più, impossibile camminare, giuro, piantiamo bottoni con una quindicina di persone...), ad esempio una signora che andava in palestra con lei l'altr'anno, e giù a disquisire di insegnanti, posture, orari...io non ce la faccio a seguire i discorsi, ho smesso di andare in palestra vent'anni fa, più o meno, finito il liceo, e già mi stava sulle scatole tutto l'insieme, correre, sudare, faticare per niente...qualche peso lo alzo, per carità, ma tutta questa passione proprio non scaturisce, spiacente.
Comunque, entrate nel negozio di casalinghi, si è potuta dispiegare in tutta la sua potenza l'abitudine materna di puntare con intensità ragguardevole un oggetto (in questo caso, una scatola di cartone, di quelle grandi e portaoggetti), arrivando a scomodare un sonnacchioso commesso che è arrivato fin lì da noi per dirci che la scatola ammontava a ben 2,50€, in offerta, e per sentirsi dire, ah, va ben,grassie. E io, ma insomma, la prendi o no? E la Mama, ma cossa me ne fasso? Ghe ne gò già una a casa...Ecco.
Qualcosa abbiamo comprato (la Mama, quando si separa dagli euri, ha un po' la faccina di Zio Paperone quando apre il portafoglio e volano via le tarme, cupezza e mestizia), tipo una mano di metallo portanelli, cibo per la Gilda (la micia di casa), qualche vettovaglia per gli umani e un paio di scatoloni vuoti (la Mama ne fa collezione).
Poi mi ha dato uno strappo fino alla biblioteca di Mira, altro mio luogo totemico, e lì abbiamo trovato una nonna con tre, diconsi tre, gemellini che correvano dappertutto come formichine sotto acido, figli di una ragazza che, carramba!, si gira ed era una mia vecchia conoscenza! Chiacchiere, baci, abbracci a profusione, che coinvolgono anche altre mamme e nonni/nonne presenti. La Mama è famosa per le prolungate conversazioni con sconosciuti con i quali però, SEMPRE, scopre delle parentele comuni, oppure che ci ha fatto le elementari, o il Vietnam insieme.
Finalmente ci siamo sganciate dal gruppone e siamo andate a trovare la mia cugina preferita, la Magnifica, sua mamma (sorella della Mama), l'altra zia (gemella della sorella della Mama, nonché sorella ella stessa della Mama, ovviamente), la cugina Giuliana, che era lì in giardino a raccogliere le giuggiole, ed invero erano buone,e giù con le ciacole, ma seriamente.
La conversazione ha assunto i contorni di uno spigliato casino, con tutti che parlavano con tutti e di tutto, come le chiacchierate migliori in genere tendono a trasformarsi.
Con la Magnifica abbiamo parlato di libri (argomento che ci appassiona entrambe enormemente), del prossimo pranzotto che ci dobbiamo fare, dello shopping che dobbiamo combinare...e di una marea di altre cose, che a noi sembrano sempre belle, importanti e sensate.
E la mia Mama era quella che parlava più forte di tutti, con i suoi capelli bianchi e le sue camicie scozzesi, con i jeansetti tutti a perline e ricami...la mia Mama è la più forte del mondo, e ve lo dico perché andare in giro con lei è come portare al guinzaglio un tornado.
E quando siamo tornate (in clamoroso ritardo) a casa, il mio Papa aveva una fame canagliona, ed era agitato perché alle 19.10 non si vedeva il becco di una pignatta sul fuoco. Ma la Mama ha fatto i filetti di platessa alla mugnaia in un nanosecondo, ed erano buonissimi.La Mama è un fenomeno, parola.
Peccato che poi mi abbia costretto a guardare la Clerici con lei...sigh.

domenica 5 ottobre 2008

Aspettando

Che bella luce azzurrina, stasera! Dal terrazzo vedo i colli in lontananza, più scuri e l'aria è quasi frizzantina, da montagna. Meno inquinata, ecco.
In serate come questa mi viene la smania da Natale, vorrei che l'autunno fosse già finito e si cominciasse a tirare fuori gli scatoloni con le palline di vetro, gli angioletti e le statuine, pronti già a mettere l'albero di plastica finto vero (non uccidiamone più del necessario, dai, tanto quando è coperto dalle lucine quasi non si vede che è di plastica...) lì accanto alla finestra, per mostrarlo a quelli della casa di fronte che sbirciano sempre dentro, e sentire la tenera intimità che solo il Natale può dare.
Magari farà ridere pensarci ai primi di ottobre, ma in fin dei conti sono stanca dell'estate e cerco il suo opposto, e il Natale e la sua atmosfera è quello che ci vuole. 
Così già penso ai pacchettini che potrò preparare (anche se poi mi riduco al 24 per la maratona acquisti, un classico), ai piatti da cucinare, ai dolci strani, ai libri giusti per l'atmosfera che leggerò sul divano, con le tende tirate quando fuori fa freddo, nebbia e gelo e io sono lì con l'infuso ai frutti di bosco, che fingo di rabbrividire e me la godo.
E penso a quant'è bella la città, con i marciapiedi umidi, l'aria fredda e le persone di corsa, mentre entro al Santo e vedo tutte le luci accese nella Basilica, con la messa in sottofondo e questo mormorio basso di tutta la gente che prega, e con il presepe nel chiostro...adoro le sue luci, e i bambini che restano a guardare il cielo che rischiara e poi la notte che ritorna, e l'acqua scorre mentre il Bambino riceve gli omaggi di tutti.
Adesso ho un po' di soldi in tasca e mi posso permettere qualche bel regalo, per quelli che amo (io me li faccio tutto l'anno...quindi), però mi ricordo che da adolescente non ne avevo diciamo a bizzeffe e che compravo veramente quattro sciocchezze, per me e per tutti. Però...ero così felice quella volta che mi sono comprata quegli orrendi orecchini con il  turchese finto, nel negozietto vicino alla stazione (scomparso). O la grappa per il mio papà, il maglioncino per la mamma...
Ma la felicità di quella mattina di Natale quando i miei mi hanno fatto trovare una tenda indiana quasi "autentica", enorme, colorata, e meravigliosa in mezzo alla stanza, la felicità di quello che è inaspettato a sei anni...no, non l'ho più provata.

sabato 4 ottobre 2008

Se mi voterete

Se mai verrò eletta premieressa, presidentessa o regina (carica che preferisco) vi prometto che istituirò la settimana composta esclusivamente da venerdì sera e sabato, alternati...così uno assaporerà il piacere delle mollezze del venerdì in divano, con la prospettiva di una maratona televisiva di film ungheresi, giapponesi o simili, tutti sottotitolati, con Ghezzi sudato e in canottiera che parla con il muro (che lo capisce meglio di quanto non facciamo noi di solito), o non stop di dvd Disney con lacrimetta libera e bontà a go go, o semplice cazzeggio (il termine più fine è surfing) da un programma all'altro con l'obbligo di non soffermare la mente su niente in particolare, come esercizio zen di allenamento per la meditazione.
Astenersi gente impegnata che decide di ballare in discoteca, sfinendosi, per ore (orrore!)
I sabati della settimana perfetta, essendo tre o quattro (visto che si alternano ai venerdì, ma possono anche essere tutti venerdì, o tutti sabato, insomma, ne discuteremo dopo le elezioni) possono essere impiegati nella maniera preferita, come:
1) dieci ore di lettura di un bel romanzo di Ken Follett (ma va bene anche roba più impegnata, non sentitevi in obbligo se vi piace Kant o Popper o qualche altra noce, siete gente libera) intervallate da partite con la Wii, con lo sport che più vi aggrada (a me sconfinfera il tennis, ma anche il golf ha il suo perché);
2) preparazione di torte, pasticcini, cioccolatini etc etc. Spazzolamento di tutto nello stesso pomeriggio. La serata è all'insegna di voluttà, fantasia, libertà.
Devo smettere di mangiare troppa Nutella, ha un pessimo influsso sulle mie riflessioni.

venerdì 3 ottobre 2008

La mattina non comincia esattamente benissimo, dato che il bus scalcagnato che raccatta noi pendolari per traghettarci fino al sontuoso tram nuovo di pacca padovano non si fa proprio vedere, lasciandoci spersi e senza spiegazioni ad aspettare nella tiepida alba d'ottobre. Ma da anni ormai ho smesso di interrogarmi sulla oggettiva incapacità dell'Aps di spostare le persone che non vogliono usare la macchina da un posto all'altro...forse la scoperta del teletrasporto e la sua applicazione potrebbe fare solo del bene, ma i tempi sono tediosamente lunghi.
Comunque, in attesa del bus che si ostina a latitare, osservo i ragazzetti che aspettano con me, con malcelato giubilo, la comparsa del mezzo che dovrebbe portarli a scuola, ma mi sembra di capire che tutto questo entusiasmo nell'apprendere non c'è, e che anzi si stanno organizzando per "bruciare" spensieratamente la prima ora, almeno. Non posso che approvare.
Hanno tutti questi ciuffoni che coprono un occhio, taglio d'ordinanza, e occhiali bianchi che intimorirebbero persino una Lina Wertmuller totalmente sbronza, in libera uscita sulla Croisette. E le felpe coi teschi, le scarpe slacciate, un tocco di mutanda che si affaccia da una braga scandalosamente lacera che neanche un orfanello in Dickens. Ma il climax viene raggiunto quando uno di loro si china per raccogliere il cellulare che nel frattempo si è sfrantoiato sul marciapiede (ma perché hanno le mani così di pastafrolla? non hanno le falangi?) e la sua vita bassa mi regala la vista di una porzione di corpo intima e privata della quale vedo più di quello che vorrei.
Ad ogni modo, il faticoso viaggio comincia, e alfine il gaio autista al quale una distinta signora ha avuto la pessima idea di rivolgere la domanda "mi scusi, perché questo ritardo?" beccandosi uno "sgrunf" in risposta (però chiarissimo nel significato) ci raccatta tutti e finalmente questa radiosa giornata di lavoro inizia. Fine prima parte.
Seconda parte: siamo tutti saliti sul tram e ondeggiamo alla velocità della luce (il tram ha quello di positivo, almeno, dai) e io, ormai sull'orlo del babbionismo più totale, stordita dalle vaccatone dei ragazzetti attorno, metto nelle orecchie finalmente l'ipod, dolce, salvifico, vituperato ipod (ma solo da chi non capisce quanto sia vitale proteggere il cervello dalle conversazioni dei tuoi simili) e mi estranio da questo pianeta. Mai avrei pensato che la musica fosse così alta da attirare l'attenzione di due diciassettenni, vicini a me. Avreste dovuto vedere i cappelli: indescrivibili. L'unica definizione possibile è "capeleto da ua"(ovvero, da uva) citando mio nonno che se lo ficcava in testa quando andava a mungere o a vendemmiare, o semplicemente a fumare facendo niente, questo molto di frequente invero. 
Cappello striminzito, grigetto, sfigato, tipo quello di Pete Doherty. Trendissimo.
E mentre ascolto in estasi "My Sharona" e ballo, quasi immobile, perché non voglio essere internata (non ancora, almeno), vedo che si mette a ballicchiare pure uno dei due e ride con il suo amico, e non mi sembra né ostile né da presa per i fondelli. Gran momento intergenerazionale, ogni gap spazzato via, per un breve momento.
E lo conquisto del tutto con i seguenti "Hush" del Kula Shaker e "I feel loved" dei Depeche Mode...non so dire perché, ma i ragazzetti mi sono già più simpatici, mi fanno sentire ancora come se avessi diciassette anni, come canta Annie Lennox, come se fossi un regalo di Natale sotto l'albero. E quando scendono mi offrono un ghigno sghembo che è il massimo un adolescente possa offrirti senza minacciarlo di morte.
Sono scesa dal tram, canticchiavo e sorridevo da sola. Zero voglia di andare al lavoro.

mercoledì 1 ottobre 2008

Serata tipo

Poggio i piedi sul marmo caldo, allungando le mie gambette stanche, perché di giorno le faccio camminare tanto, per l'ecologia, per smaltire le torte al doppio cioccolato e perché mi piace poco, pochissimo guidare, e mi muovo spesso preferendo il cavallo di S. Francesco. Questo è il posto dove dovrei sempre stare, di fronte al vecchio caminetto, a guardare le fiamme arancioni che sbattono contro le pareti fuligginose e si perdono, salendo. Com'è piacevole sentire i piedi caldi caldi, e poi il corpo! Il racconto di fantasmi è qui vicino, pronto per essere letto, per farmi immaginare ancora una volta agili ombre negli angoli... e sulla sedia c'è la birra fresca che mi aspetta, mi sembra proprio di essermela guadagnata stasera. Leggendo, e bevendo, un po' alla volta mi rilasso in un modo profondo, con la luce tenue della lampada che illumina la pagina ma neanche troppo, giusto quel lucore che non mi frega la retina del tutto, ma spesso gli occhi guardano le fiamme, anche se vorrei costringerli sulla pagina...il fuoco non è mai lo stesso, è vivo, ha centinaia di sfumature, sembra parlare e raccontarmi storie che forse non mi faranno dormire. Succede sempre così. Ad un certo punto chiudo le pagine e rilasso la schiena, mi arrendo ai pensieri, non tutti belli e troppo vicini ai ricordi, nemmeno questi sempre smaglianti. Come sto bene con questo silenzio, fuori è buio e dai campi vien su la prima nebbia d'ottobre...E' un momento di perfetta osmosi, io e il fuoco parliamo nel silenzio, ci guardiamo, ci illuminiamo.